1970: Il Rosso Segno della Follia

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Regia – Mario Bava
Una donna dovrebbe vivere solo fino alla notte di nozze. Amare una volta e poi morire

John Harrington è un uomo bello, molto ricco, in forma smagliante. Possiede un atelier di abiti da sposa che la sua famiglia gestisce da generazioni. Abita in una splendida villa in campagna e le modelle che lavorano per lui sembrano tutte subire il suo fascino. Ci sono solo due piccoli inconvenienti nella sua vita perfetta: il primo è una moglie (Laura Betti) che lui non sopporta più e che non vuole concedergli il divorzio; il secondo è che John Harrington è un assassino. È lui stesso a confessarlo candidamente alla macchina da presa dopo la sequenza d’apertura, dove lo vediamo far fuori con una mannaia una coppia in viaggio di nozze su un treno. La giustificazione che fornisce a noi spettatori per la sua furia omicida è un trauma infantile rimosso, riguardande la morte della madre, e che viene a galla un po’ per volta ogni volta che John uccide una donna in abito da sposa. Ci dice anche di averne già uccise parecchie, quasi tutte modelle, e di averne bruciato i corpi nell’inceneritore della sua serra. hatchethoney5bigIl Rosso Segno della Follia fa parte dell’ultima fase della carriera di Mario Bava. Non si tratta sicuramente del suo film più riuscito, ma è uno dei più singolari e personali. Come spesso accade quando si parla dell’unico vero maestro dell’horror italiano (Fulci è un discorso a parte e chi tira fuori Argento lo corco di mazzate), anche un prodotto minore risulta fondamentale per lo sviluppo del genere. Non solo il cinema successivo, ma anche la narrativa, in un modo o nell’altro, sono andati a pescare in questo pozzo di ossessioni e morbosità messo in scena da un Bava forse un po’ stanco e non molto felice di lavorare nella Spagna di Franco, ma sempre in grado di seminare spunti che poi altri avrebbero raccolto in futuro.

Impossibile non pensare ad American Psycho (romanzo e film) assistendo alla vita di questo maniaco che si racconta ammiccando e sorridendo alla macchina da presa. Un serial killer che la mattina si dedica alla cura del proprio corpo, alla ginnastica, a vestirsi di tutto punto, proprio come avrebbe fatto Patrick Bateman più di vent’anni dopo. Ma possiamo anche spingerci oltre e dire che l’ambiente dell’altissima borghesia, mostrato in tutta la sua grettezza e avidità, in tutta la sua mancanza di un qualsiasi freno morale, è sempre stato il campo di indagine prediletto da Bava, tanto che poi è diventato uno dei tratti distintivi del Giallo italiano, genere inventato dal regista stesso nel 1963 con La Ragazza che Sapeva troppo.
E che dire del modo in cui il protagonista de Il Rosso Segno della Follia si rapporta alla controparte femminile? John Harrington sembra amare le donne solo quando le vede cristallizzate nella forma innocua dei manichini del suo atelier. E sì, state pensando anche voi, come me, al Maniac di William Lusting. Non potrete più smettere di pensarci dopo che avrete visto il nostro serial killer abbracciare, accarezzare e baciare delicatamente i suoi manichini e poi accanirsi con ferocia sulle modelle in procinto di sposarsi, e poi su sua moglie.

Il+rosso+segno+della+follia+%281970Il Rosso Segno della Follia rientra solo in modo marginale nella categoria del Giallo e, se di Giallo si tratta, è di sicuro un oggetto molto anomalo in quel panorama rigidamente codificato. Prima di tutto, Bava inserisce un forte elemento soprannaturale, incarnato dallo spettro della moglie che perseguita John dopo essere stata da lui assassinata. Il personaggio di Mildred Harrington non era presente nella prima versione della sceneggiatura. Bava lo ha scritto su misura per la Petti, dopo che l’attrice aveva espresso il desiderio di lavorare con lui. In seguito, i due avrebbero collaborato anche per Reazione a Catena.
Inoltre, il mistero da risolvere non riguarda gli omicidi. Noi sappiamo benissimo chi sia il killer, ce lo dice lui stesso. Spesso accadeva, nel Giallo, che la risoluzione dell’enigma risiedesse nel passato traumatico dei protagonisti. In questo caso, l’unico mistero da svelare riguarda appunto il passato e la sola domanda che si può fare lo spettatore è chi abbia scatenato le manie omicide di John. E non è neanche una grossa sorpresa quando, alla fine, la soluzione arriva.
Si tratta anche di un Giallo molto poco cruento, in cui non viene dato il solito spazio alle dinamiche degli omicidi e dove Bava preferisce concentrarsi sulla descrizione, attraverso le immagini, della psicologia distorta di un assassino.

Ed è, al solito, la forma che caratterizza e contraddistingue anche questa opera di Bava. Perché, ricordiamolo sempre, il regista era obbligato a esprimere la sua visione in condizioni spesso proibitive. I virtuosismi a cui assistiamo non c’era tempo materiale di ripeterli più di una volta. Tutto andava fatto in fretta, con pochi soldi e, in questo caso, anche con i poliziotti di Franco attenti a che la troupe non sporcasse le scale della villa col sangue finto.
Ma, nonostante le difficoltà, Bava in questo film è scatenato: prospettive sghembe, cambi di fuoco repentini, movimenti di macchina (quando possibili, altrimenti zooomate come se non ci fosse un domani) tra i più complessi mai utilizzati dal regista, giochi di luce per segnare la continuità tra passato e presente nelle sequenze degli omicidi e i soliti, meravigliosi colori accesi e squillanti, che della fotografia di Bava sono un marchio di fabbrica.

Bava non ha mai mostrato simpatia o pietà per i suoi personaggi. Se si escludono pochissime pellicole (Shock è una di queste), si è sempre limitato a mettere sotto il microscopio il peggio dell’umanità, o al massimo a rappresentare delle rudimentali funzioni narrative con distacco e indifferenza. Il Rosso Segno della Follia non fa eccezione, ma ha un elemento in più: la condivisione del punto di vista con il killer. E non si tratta di percepirne l’infelicità, di condividerne i traumi e provare pena nei suoi confronti. È un’operazione molto simile (ancora) a quella di Ellis in American Psycho, fatti i dovuti distinguo e considerando gli anni di distanza che separano le due opere, i diversi intenti e i diversi mezzi espressivi dei due autori. Il Rosso Segno della Follia ti inchioda e ti obbliga a vedere il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio estremamente sgradevole, ma allo stesso tempo te lo fa sentire vicino. Ed è forse questa la caratteristica più personale del film, il distacco tipico di Bava nei confronti delle figure che si muovono sullo schermo, unito all’impossibilità per lo spettatore, di sentirsi diverso da loro.

hatchet_ft_honeymoon14Per il 1980, la scelta si fa vasta e difficilissima. Abbiamo ben quattro film in lizza. Sarà sempre così per gli anni ’80, purtroppo. Tanta roba, tutta ottima.
Comunque, problemi vostri. Io mi sono tolta da qualsiasi responsabilità.
Nel sondaggio, dovrete scegliere tra The Fog, la ghost story marinara di John Carpenter, The Changeling, uno dei più eleganti e raffinati film dell’orrore mai realizzati, Alligator di Lewis Teague, regista sottovalutatissimo che prima o poi andrebbe rispolverato, e Incubo sulla Città Contaminata, italica zombata a firma di Umberto Lenzi.
Votate!

18 commenti

  1. Su Bava come sempre ci vorrebbe un saggio per ogni suo film. Ho un ricordo remoto del suddetto, una visione adolescenziale e le suggestioni della scenografia coi manichini… Mai abbastanza studiato e come sempre tardivamente recuperato. Pollice su!
    Sul prossimo la tentazione è forte per zio John ma ho scelto Incubo nella città contaminata perché richiama una stagione horror nostrana. Sgangherata ma creativa e meritevole di approfondimento

    1. E il film di Lenzi riserva più di una sorpresa, al di là della confezione molto povera!

  2. Daniele Volpi · · Rispondi

    Fermi tutti.
    Soprassediamo sull’articolo di oggi, preciso ed acuto come al solito, tanto che, ormai, lo assumo a colpo sicuro…
    Il sondaggione di oggi non è poi così “scontato” e spero che vi troverete d’accordo con me. Con tutto il rispetto che posso per Lenzi e Teague, la pugna si svolge fra papà John e, forse, uno dei film sull’argomento case possedute più interessanti di sempre, ma anche più difficili da metabolizzare.
    Il mio voto va a quest’ultimo, non ve ne abbiate a male….

    Pace profonda nell’onda che corre

    1. E chi dovrebbe aversene a male?
      Il sondaggio sta lì apposta perché ognuno di noi possa votare il film che preferisce 😉

  3. Bava è considerato un maestro riconosciuto in ogni parte del mondo. In Italia invece ha sempre faticato ad essere appressato.
    Tra le altre cose segnalo che fino a pochi anni fa era difficile trovare un suo film trasferito su supporto: negli anni delle VHS erano si e no, due o tre i film disponibili, uno era LA MASCHERA DEL DEMONIO ad esempio.
    Non che le cose siano poi tanto migliorate con i DVD però almeno è disponibile qualcosa in più.
    All’estero ovviamente, in Italia molto meno.

    1. Vero, i film di Bava sono di difficilissima reperibilità. Però, per fortuna, si possono andare ad acquistare le edizioni straniere, che sono anche di ottima qualità

  4. OVVIAMENTE ti ho condannata a Lenzi, anche perché mi è stato richiesto negli On Demand e non posso essere l’unica a soffrire 😀
    Questo film di Bava non lo conoscevo neanche per il titolo (w l’ignoranza!!!) tuttavia lo segno, mi sembra molto interessante!

    1. È un minore, ma è comunque molto interessante, specialmente per gli sviluppi successivi del genere!

  5. Un Bava (visto in tempi preistorici) che si può definire minore senza nulla togliere al valore del film, capace davvero di anticipare brillantemente le future visioni in soggettiva degli assassini protagonisti di Maniac e American Psycho (e ovviamente – non me ne voglia il Dario degli anni migliori – ben più sofisticato delle semplici mani argentiane dell’assassino in presa diretta). Il tutto senza rinunciare al distacco e all’ironia che gli sono propri, con quel giusto tocco di soprannaturale che non guasta affatto…
    P.S. Sempre più difficile votare… anche se Lenzi mi tenterebbe, a questo giro vada per Medak!

    1. Non lo dire a nessuno, ma Medak l’ho votato anche io 😉

      1. Manterrò il segreto 😉

  6. me lo ricordo fin troppo bene questo film: Laura Betti (superlativa) mi ha dato una buona dose di incubi, per non parlare dei manichini.
    Riguardo al sondaggio, ho votato The Fog perché mi piacerebbe molto leggere la tua recensione a uno dei miei film preferiti di sempre, ma anche se vincesse The CHangeling non mi lamento

    1. La Betti neanche doveva essere nel film… praticamente, il personaggio è stato scritto da Bava apposta per farla partecipare. Ed è stata una scelta azzeccatissima. E poi funziona al contrario rispetto ai fantasmi tradizionali. Tutti la possono vedere, tranne lui.
      Per il momento, è una lotta a due tra The Changeling e Lenzi… vediamo come va a finire.

  7. Bel filmone e bella recensione.
    E voto Lenzi senza Se e senza Ma

  8. Bellissimo articolo! È da un po’ che seguo il blog e colgo l’occasione per farti i complimenti. Una domanda: cosa intendi quando dici che Fulci è un discorso a parte?

    1. Grazie!
      rispondo molto volentieri: io credo che il contributo di Fulci al cinema italiano non riguardi solo l’horror, ma anche tantissimi altri generi: commedie, western, drammi storici. Fulci era uno che sapeva girare (bene) qualsiasi cosa. Quindi ascriverlo solo all’horror mi sembra limitante.

      1. Ho capito. Io di Fulci trovo fantastico la capacità di piegare alla propria poetica anche quei film che sulla carta servivano solo per incassare.

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