Cold in July

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Regia – Jim Mickle (2014)

Jim Mickle e Nick Damici sono due nostre vecchie conoscenze. Li abbiamo incontrati la prima volta col non esaltante Stake Land e la seconda col molto buono We Are What We Are. I due lavorano insieme da anni. Mickle dirige, Damici scrive e, spesso, recita. Questa è la loro quarta collaborazione ed è il primo film della coppia a non affrontare tematiche strettamente horror.
Si tratta infatti della trasposizione dell’omonimo romanzo di Joe R. Lansdale, uno scrittore che dal cinema ancora non è stato saccheggiato più di tanto e, quando è capitato che si portasse sullo schermo un suo romanzo o racconto, è stato sempre così fortunato da incappare in autori vicini alla sua sensibilità. Don Coscarelli su tutti, che dalla sua opera ha tirato fuori un lungometraggio, Bubba Ho Tep, e un mediometraggio tra i più riusciti della serie Masters of Horror, Incident on and off a Mountain Road.
Anche con Mickle e Damici gli è andata piuttosto bene. Il che rappresenta un’ottima notizia per tutti gli amanti dello scrittore, dato che i due sono a lavoro su una serie televisiva basata sulle avventure di Hap e Leonard. Questo Cold in July sembra quasi una prova generale per approcciarsi alla materia.
Prendono un romanzo minore nella sterminata produzione di Lansdale, ma abbastanza emblematico per quanto riguarda le tematiche e i personaggi, mantengono una forte aderenza alla pagina scritta, forse semplificando un po’ troppo le motivazioni profonde del protagonista e perdendo per strada qualche sfumatura, ma nel complesso confezionano un ottimo noir.

Il Cast

Il Cast col regista

 Ambientato in Texas alla fine degli anni ’80, Cold in July racconta la storia di un uomo comune, Richard Dane (Michael C. Hall), di mestiere corniciaio, con moglie maestrina e figlio piccolo, che uccide quasi accidentalmente un ladro introdottosi in casa sua di notte. Il giorno dopo, Rich è l’eroe della piccola cittadina in cui vive. Peccato che il padre del ragazzo morto (Sam Shepard) sia appena uscito di galera e voglia vendicarsi per la morte del figlio.
Raccontare altro, se non avete letto il romanzo, potrebbe compromettere seriamente la visione del film. Sappiate solo che, come spesso accade quando si tratta di Lansdale, ci saranno parecchie svolte improvvise e, tra alleanze all’apparenza improbabili, poliziotti corrotti, criminalità organizzata e snuff movies, Richard si vedrà obbligato a farsi carico di una vendetta che forse non gli appartiene fino in fondo, ma a cui non può sottrarsi.

Cold in July ha dalla sua una caratteristica molto interessante: riesce a essere, allo stesso tempo, moralmente ambiguo e di uno schematismo brutale, che prevede una distinzione così netta tra buoni e cattivi da non lasciare allo spettatore alcun dubbio. Moralmente ambiguo perché si passa una buona mezz’ora a temere un certo personaggio, e il resto del film a schierarsi dalla sua parte e a fare il tifo per lui senza il minimo rimorso. E qui interviene lo schematismo manicheo, per cui tra un bastardo inveterato con un suo codice comportamentale e un pezzo di merda senza speranza, si sceglie sempre il bastardo col codice, per quanto discutibile.
Che nel romanzo questo strano cortocircuito sia spiegato e gestito meglio rispetto al film non c’è alcun dubbio. Lansdale è fatto così e ci ha abituato a certe cose. Il suo modo di descrivere i due personaggi principali e ciò che li spinge ad agire è chiarissimo. Altrettanta chiarezza non c’è nel film e se le azioni di Russel (il padre) sono perfettamente plausibili, quelle del protagonista ogni tanto scricchiolano e la sua trasformazione è piuttosto repentina. Per fortuna Rich è interpretato da un attore gigantesco, in grado, con un solo sguardo, di farci avvertire tutto il tormento interiore di un uomo pacifico caduto per sbaglio in un ruolo non suo, ma determinato a fare la cosa giusta, anche a rischio della propria vita.
Se gli altri personaggi sono puramente funzionali alla trama e monodimensionali, ecco che invece Rich, grazie a Michael C. Hall, ne esce plausibile in tutte le sue contraddizioni. E anzi, proprio grazie a esse.

maxresdefaultSin dal suo esordio, Mulberry St, passando poi per le altre due opere da lui realizzate (sì, anche Stake Land), Mickle ha sempre dimostrato di essere un regista capace di imbastire atmosfere e ambientazioni pressoché perfette. Questo era particolarmente evidente in We Are What We Are, dove sembrava quasi di sentire attraverso lo schermo l’umidità appiccicaticcia del Sud.
Anche in Cold in July Mickle compie un grande lavoro per rendere al meglio il Texas degli anni ’80, evitando con cura molti stereotipi da bifolco su cui sarebbe semplicissimo scivolare. Si concede giusto una pacchianata, ma adorabile, col personaggio quasi caricaturale del detective a cui presta il volto Don Johnson e poi mantiene per quasi tutto il film un tono basso e dimesso, molto attento a ritrarre l’esistenza grigia del suo protagonista e della piccola città in cui vive. Il contesto di ignoranza, grettezza e maschilismo in cui Rich è fuori posto, ma di cui fa comunque parte, viene messo in scena attraverso piccoli tocchi, senza mai eccedere. Cold in July è un film che parte spento, anche nella scelta dei colori, per poi accendersi lungo un percorso fatto di violenza e scoperte dolorose.
Macchina da presa ferma, il più delle volte fissa. Poca frenesia, anche nelle scene d’azione. Uno stile essenziale e asciutto, proprio di un regista di mestiere che conosce i propri limiti e le proprie potenzialità e dimostra di rispettare la materia trattata, mirando sempre al sodo, ovvero a far procedere una storia che è talmente bella che si potrebbe mettere in scena da sé.
Perché a volte, non sempre, basta davvero una bella storia girata con sicurezza, basta appoggiarsi alla solidità della sceneggiatura e alla professionalità degli attori e dei tecnici coinvolti, e si riesce a confezionare un film che sembra uscito da un’altra epoca.

cold-in-july-3-900x506Cold in July è un film maschile, un film di uomini e non di ragazzini, di primi piani di facce segnate dalle rughe, birre e sparatorie, di personaggi che non parlano e agiscono in nome di un’idea di giustizia un po’ balorda ma potente e di un legame profondo e silenzioso, basato su un mutuo rispetto e sulla difesa di un concetto di umanità ormai superato. Può piacere o meno, ma è Lansdale, in tutto e per tutto.
E poi la mattanza finale, il climax di pistolettate in faccia e schizzi di sangue, è una vera e propria festa per gli occhi.
Ultima nota di merito per le musiche di Jeff Grace, che mischiano le sonorità dei sintetizzatori anni ’80 a delle orchestrazioni più moderne, e contribuiscono in maniera determinante alla costruzione dell’atmosfera.
Molto spesso si usa il termine “film onesto” a sproposito. In questo caso, direi che possiamo usarlo senza aver paura di essere banali o retorici.

E ora, aspettando la serie di Hap e Leonard, vado fuori tema e mi rivolgo direttamente al signor Coscarelli: Don, se mi leggi, ti prego in ginocchio, fatti comprare i diritti de La Notte del Drive in e portalo al cinema. Solo tu ci puoi riuscire, fammi questo regalo. Grazie, ti voglio bene.

15 commenti

  1. Se è così, sottoscrivo l’appello finale🙂 Dove si firma!?

    1. Se solo Coscarelli ci leggesse…😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        …allora io firmerei l’appello all’istante. Anzi, lo firmo a prescindere!😀
        Davvero, immaginiamoci cosa potrebbe essere La notte del Drive in nelle mani di Coscarelli… per il resto, leggo che Lansdale su grande schermo ha fatto centro anche questa volta (alla fine, nel quadro complessivo, sfumature perse e semplificazioni diventano poco più che dei perdonabili peccatucci veniali).

        1. Ma tu pensa che cosa ne uscirebbe fuori… Pazzesco.
          Sì, alla fine sono cose di piccolo conto. Il film fila che è una bellezza. Consigliatissimo.

  2. Che foto incredibile si incontrano Dexter e Sonny Crocket e strano che essendo di Miami non si siano incrociati prima.
    Scherzavo.

  3. moretta1987 · · Rispondi

    Io ho apprezzato molto lo stile asciutto del regista nel rappresentare la sparatoria finale veramente ben gestita. Da Hap e Leonard inoltre Lansdale ha rivelato che nel 2015 verrà prodotta anche una serie a fumetti.

    1. E anche questa è un’ottima notizia.

  4. Da fan integralista di Lansdale, non vedo l’ora di vederlo, anche perché se, come dici tu, il film è riuscito a conciliare ambiguità morale e manicheismo macho, significa che la poetica dello scrittore è stata rispettata appieno.

    1. Sì, direi che l’essenza dello scrittore c’è tutta. E poi ci sono le facce giuste e la giusta atmosfera. Davvero una bellissima sorpresa.

  5. Sì, è carino, si guarda volentieri ed è una bella rasoiata, molto schietto e semplice🙂

  6. Cara Lucia, ho passato l’estate a leggermi tutto di Hap & Leonard. Diciamo che mi sono innamorato di Lansdale, ok? “Cold in July” non l’ho ancora letto, come altri romanzi al di fuori della saga dei due texani (mi consigliano molto “Il valzer dell’orrore”, Fanucci, ma mi dicono anche che è fuori catalogo e non si trova più). Passerò alla lettura di questo, prima di vedere il film. Complimenti come al solito per le tue recensioni🙂

    1. Io di Lansdale ho letto qualunque cosa e lo amo follemente.
      Secondo me il suo capolavoro è La notte del drive in.😉

  7. Sottoscrivo l’appello, avendo molto amato il Drive In (solo il primo però) Quando ho letto “Freddo a luglio” ero in piena esplosione lansdaliana e come un drogato leggevo qualsiaso cosa di suo riuscissi a trovare: lo ricordo come un romanzo che mi è piaciuto tantissimo anche se la frenesia mi ha fatto dimenticare i particolari. Temevo che il film non rendesse e titubavo, ma ora DEVO vederlo ^_^

    1. A me sono piaciuti molto tutti e tre i drive in. Soprattutto il terzo, forse è un po’ scombiccherato, ma ha una tale quantità di idee folli che alla fine gli perdoni un po’ di confusione.

      1. Dopo la delusione del secondo non ho voluto leggere il terzo, sono un lettore capriccioso😛 magari poi un giorno mi rimetto a paro con tutto il Lansdale che non ho letto negli ultimi anni😉

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