The ABCs of Death 2

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Registi Vari – 2014

È passato più di un anno dall’uscita della prima creatura dei due produttori Ant Timpson e Tim League. Qui se ne parlò in maniera piuttosto entusiastica, nonostante ci fosse qualche riempitivo di troppo. Ma è molto difficile, con 26 rapidissimi cortometraggi, mantenere lo stesso livello qualitativo, e soprattutto, incontrare i gusti di tutti quanti. A operazioni del genere, penso sia necessario avvicinarsi mettendo in conto di incontrare per forza qualche segmento che farà storcere il naso. Per esempio, io non apprezzo particolarmente quando ci si sbilancia troppo verso il weird, ma è un limite tutto mio. So comunque riconoscere quando la fattura è pregevole e applaudire, anche se non è del tutto nelle mie corde.
Per questa seconda antologia, mentre la prima era molto sbilanciata in direzione splatter, abbiamo comunque la fortuna di assistere a una maggiore diversificazione, sia di stili che di narrazioni. Ce n’è davvero per tutti i gusti, il che mi fa molto piacere. E la qualità è decisamente superiore a quella del primo capitolo, già, a mio parere, molto buono.

W is for Wish di Steven Kostanski

W is for Wish di Steven Kostanski

A fronte di un rinnovamento totale del parco registi, i due produttori mantengono inalterate le regole (o meglio, la loro assenza) del primo episodio: a ogni regista viene assegnata una lettera dell’alfabeto e questa è l’unica limitazione imposta. Per il resto, c’è completa libertà creativa. In questo, The Abcs of Death differisce in maniera anche profonda dall’antologia “rivale”, ovvero V/H/S, che impone ai suoi autori un fortissimo limite stilistico, quello del mockumentary. Ed è il motivo per cui preferisco di gran lunga il progetto Abcs of Death a quello V/H/S. Se l’horror antologico serve anche come vetrina per individuare nuovi talenti del genere, allora penso sia meglio vederli privi di qualsiasi recinto in cui muoversi.
Non so a voi, ma se mi dessero una lettera e una manciata di minuti, io andrei nel panico. Non deve essere facile: poco tempo a disposizione, il rischio di sparire nel mare di ben 26 storie raccontate nell’arco di meno di due ore. Già per un regista navigato deve essere una cosa da sudori freddi. Figuriamoci per i novellini. E di novellini, in questa antologia, ce ne sono tantissimi, molti più rispetto alla prima. Alcuni non hanno neanche un lungometraggio all’attivo. Altri ancora ne hanno uno solo. E se The Abcs of Death può essere considerato sia un termometro della situazione attuale dell’horror, sia una sorta di prospetto per il suo futuro, allora siamo in una botte di ferro: l’horror gode di grande salute, e sembra possedere delle solidissime basi su cui allungare i propri artigli per gli anni a venire.

C’è davvero tanto talento in questo film, tanto talento, tanta creatività, tonnellate di classe, voglia di osare, stupire, spaventare e mai rassicurare il pubblico. Credo che la linfa vitale del genere riposi da queste parti e che chiunque dovrebbe dare un’occhiata a The Abcs of Death, perché smetterebbe di lamentarsi (come faccio spesso anche io) sul fatto che il cinema dell’orrore è morto e potrebbe guardare le cose da una prospettiva più ottimistica.
Prima che me lo chiediate, la risposta è no. Non c’è neanche un regista italiano tra i 26 (anzi, 30) rappresentati nell’antologia.

R is for "Roulette" di Marvin Kren

R is for “Roulette” di Marvin Kren

Ora vi tocca per forza di cose l’elenco degli episodi a mio parere più interessanti. Ognuno avrà i suoi e quindi magari non vi frega niente e potete saltare dritti alle conclusioni.
B is for Badger di Julian Barrat, è un esordio dietro la macchina da presa di un attore noto in ambito horror per la sua partecipazione a A Filed in England di Ben Wheatley. Nel suo segmento interpreta un presentatore che sta girando una trasmissione sull’influsso dell’inquinamento sui tassi. B is for Badger è un mockumentary, ma in questo caso, lo stile scelto da Barrat è perfetto per ciò che vuole raccontare. Fulminante e divertentissimo.

C is for Capital Punishment di Julian Gilbey (ho adorato il suo A Lonely Place to Die) è invece un brutale e doloroso apologo morale, con un finale che piacerà a tutti gli splatterofili.

F is for Falling, di Aharon Keshales e Navot Papushado, passati da queste parti con lo splendido Big Bad Wolves, è perfettamente in linea con quanto fatto dai due registi nella loro carriera fino a questo momento e racconta di una paracadutista israeliana che rimane appesa a un albero con la sua imbragatura. Intenso e feroce.

I is for Invicible, del filippino Erik Matti (22 film dietro la macchina da presa all’attivo) è forse l’episodio più scoppiettante di tutta l’antologia: quattro fratelli cercano di uccidere la madre per riscuotere l’eredità, ma non sarà una cosa così semplice.

J is ofr Jesus, dello sconosciuto Dennison Ramalho (brasiliano, appena due corti all’attivo) si contende con un’altra lettera la palma dell’episodio bomba dell’antologia: è una storia d’amore, è un torture movie, è una pernacchia in faccia alla religiosità bigotta e violenta. È un piccolo capolavoro.

K is for Knell, dei lituani Kristina Buozyte e Bruno Samper, si prende addirittura il lusso di procedere con lentezza. Elegantissimo, pieno di piccoli tocchi di raffinatezza e tremendamente angosciante.

N is for Nexus, del sempre grande Larry Fessenden, anche nella sua breve durata, riesce a mantenere tutta la crudeltà e lo sguardo cinico sull’umanità del nostro poliedrico amico.

O is for Ochlocracy, del giapponese Hajime Ohata, è un’interessante rivisitazione dell’apocalisse zombie, vista da una prospettiva… ehm… diciamo giuridica, ecco.

R is for Roulette, dell’austriaco Marvin Kren (lo abbiamo incrociato due volte qui da noi) ha forse il difetto di essere prevedibile, ma è girato così bene che se lo fa perdonare.

S is for Split, di Juan Martìnez Moreno, è l’altra bomba dell’antologia. Realizzato, come da titolo, tutto in split screen, segue una telefonata tra marito e moglie, proprio mentre un individuo incappucciato si introduce in casa di lei con intenzioni poco amichevoli. Un home invasion perfetto in pochi minuti. E con un finale da brivido.

V is for Vacation, di Jerome Sable, rasenta l’incredibile, soprattutto se pensate che Sable è il regista del musical (apprezzatissimo su questo blog) Stage Fright.
Un corto così violento, così lucido e folle allo stesso tempo, è una graditissima sorpresa. Sable sta per entrare nella squadra dei miei eroi preferiti.

W is for Wish, di Steven Kostanski, è una genialata. Quante volte da bambini avete desiderato di far parte del mondo dei vostri giocattoli? Kostanski vi spiega come sarebbe se accadesse davvero.

X is for Xilophone, di Alexandre Bustillo e Julien Maury, è una discreta mazzata sulle gengive. E ha forse la scena finale più potente (e disturbante) tra tutte.

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S is for Split, di Juan Martinez Moreno

Concludo con una nota dolente: la delusione del corto delle Soska Sisters, T is for Torture Porn, una cosetta svogliata che sembra messa lì giusto per fare numero. Un vero colpo al cuore, in un’antologia che invece ha riservato molte sorprese positive. E pensare che aspettavo il loro segmento più di tutti gli altri.
Per il resto, questo Abcs of Death ha una forza complessiva di gran lunga superiore rispetto al primo capitolo. È più vario, più sfaccettato, mostra davvero tutti (o quasi) gli aspetti principali della cinematografia dell’orrore ed è un’ottima riserva di registi in gamba di cui andare a prendersi la filmografia.
Complimenti anche (e soprattutto) ai due produttori che hanno selezionato autori e opere e hanno avuto l’idea di realizzare quest’opera, di cui spero ci saranno ancora tantissime versioni, con sempre nuovi nomi da conoscere e da apprezzare.

12 commenti

  1. ho cominciato a vederlo ieri sera e mi ha già messo di buon umore perché sembra proprio una cosetta cazzuta…ora aspetto di finirlo e poi ti dirò…

    1. Tanto più cazzuto del primo😉
      la cosa bella di questi film è che si possono vedere a pezzi😀

  2. Federico · · Rispondi

    Io ero curioso riguardo all’episodio girato da Sion Sono, come ti è parso?

    1. Sono non è tra i i registi che hanno partecipato a questa antologia.
      I giapponesi coinvolti sono solo due.

  3. Non vedo l’ora di guardare, se è persino meglio del primo che lo sai mi piacque alquanto. Poi molti dei coinvolti mi intrippano da morire.

    1. Mi è piaciuto di più forse proprio perché amo molti dei registi coinvolti. Guardalo, che ti diverti da morire😉

  4. Almeno qui c’è più varietà e meno splatter rispetto al film precedente.

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Si presenta bene, molto bene (sì, anche meglio del primo) sia per i registi conosciuti sia per gli esordienti, che sembrano saperci fare…e chissà perché, pure stavolta me lo immaginavo che l’Italia non facesse parte del progetto. Che cazzo, dobbiamo essere coerenti! Abbiamo mancato la prima, manchiamo pure la seconda, no?😦

    1. E la terza, la quarta, la quinta… da qui all’eternità. Anche se un Zuccon ce lo avrei visto bene…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Ce lo avrei visto bene anch’io, per la miseria (avrebbe diretto un ottimo episodio, se qualcuno si fosse degnato di coinvolgerlo)…

  6. La verità è che mi annoia la struttura a cortometraggi. E la verità ancora più vera è che mi annoiano i cortometraggi in generale. Anche perché se fare un cortometraggio è alla portata di un maggior numero di menti, fare un bel cortometraggio lo trovo decisamente più difficile che fare un bel film. E’ solo una mia impressione eh, non sono un regista, però è raro trovare un cortometraggio che, seppur breve, riesca a non farmi perdere la concentrazione prima della fine. Ad ogni modo lo guarderò perché comunque è perfetto da vedere in pullman a più riprese mentre vado al lavoro.

    1. Il corto è più complicato. Sono perfettamente d’accordo. perché comunque in un film una cosa che può salvarsi, alla fine la trovi quasi sempre. In un corto il regista spara tutte le sue cartucce in pochissimi minuti ed è davvero un’impresa. Per questo sono un’ottima vetrina.

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