Honeymoon

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Regia – Leigh Janiak (2014)

CONTIENE SPOILER

La cosa più bella dell’avere un blog gestito alla come capita è quella di passare con disinvoltura dai blockbuster ai film indipendenti a micro budget. In questo caso, ci occupiamo di un esordio dietro la macchina da presa. Dopo una carriera da assistente di produzione per film come Mirror Mirror ed Europa Report, Janiak scrive e dirige un classico ibrido di horror e fantascienza, una storia non di certo originale (ma a me dell’originalità frega molto poco), ben inserita nel solco della tradizione inaugurata da Don Siegel nel 1956 e, su carta, da Jack Finney prima di lui.
Eppure, se non c’è nulla di nuovo nell’idea di base di Honeymoon, Janiak riesce comunque a narrare una vicenda che abbiamo già sentito mille volte in maniera personale, senza creare una fotocopia o, ancora peggio, un prodotto che fa della citazione e dell’ammiccamento il suo unico punto di forza.
Janiak mette così in scena, con soli quattro attori, di cui due appaiono per pochi minuti, un paio di location ed effetti speciali quasi nulli, un dramma sulla paranoia e sulla perdita di identità. E lo fa in modo magnifico. 

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Bea (Rosie Leslie) e Paul (Harry Treadaway) sono una coppia appena sposata, in viaggio di nozze nel cottage sul lago dei genitori di lei. I due sono innamoratissimi, molto legati, profondamente felici. Janiak, bastarda fino al midollo, si prende tutto il tempo necessario per mostrarci questa felicità nei dettagli. A differenza di moltissime pellicole incentrate su una coppia alle prese con una minaccia che va a minarne le fondamenta, Honeymoon non ci presenta i due sposini sull’orlo dello sfascio o di una crisi coniugale dopo appena tre giorni di matrimonio. Paul e Bea vanno d’accordo, ridono molto e sembrano divertirsi anche a compiere degli insignificanti gesti quotidiani, non ancora diventati routine. C’è solo un piccolo momento di tensione tra i due, quando una battuta di Paul porta al discorso figli e Bea reagisce male. È un momento che pare messo lì un po’ a cavolo, ma che in realtà ha un ruolo ben preciso nell’economia del film. Ed è ammirevole il modo in cui Janiak ce lo fa passare, quasi inosservato, del tutto privo di enfasi.
L’idillio di Bea e Paul prosegue un paio di giorni, fino a un bizzarro incontro con un amico d’infanzia di Bea. Forse un ex ragazzo, anche se la cosa non è del tutto chiara. L’uomo si comporta in maniera strana, sfascia lampadine e cerca di tenere lontani i due da sua moglie, che pare assente, un po’ stordita e non del tutto sana di mente. Con qualche piccola frecciatina gelosa di Paul, gli sposini tornano a casa.
E, quella notte, Bea sparisce nel bosco. Per essere ritrovata poco dopo nuda e in stato confusionale. Non ricorda cosa le sia successo e lamenta una profonda stanchezza.
A partire dal giorno dopo, Bea non è più la stessa. È distratta, dimentica cose semplicissime come saper fare un caffè o cucinare dei toast. Con Paul è distante, lo tiene lontano fisicamente.
E, in maniera abbastanza ovvia, Paul si convince che nel bosco lei abbia incontrato il suo amico e sia successa qualcosa con lui. Ma la spiegazione non è così semplice.

Harry-Treadaway

Honeymoon si basa su una struttura molto semplice, quasi abusata, se vogliamo essere spietati: la persona che ho accanto non è più la stessa. È stata declinata, e lo sarà ancora, in milioni di modi differenti e con altrettanti meccanismi. Janiak lo sa ed è consapevole che i suoi spettatori saranno a conoscenza di ciò che sta accadendo a Bea, molto prima che lo sappia il povero Paul.
Sceglie quindi, come punto di vista del suo film, proprio quello, completamente ignaro, di Paul.
Quello che sta passando Bea, il suo conflitto lacerante e penoso, ci è tenuto nascosto. E in questo si crea un interessantissimo corto circuito tra quello che, in quanto spettatori smaliziati e abituati a un certo tipo di visioni, diamo per scontato, e quello di cui invece la regista ci tiene all’oscuro.
Perché il fulcro del film non è tanto l’invasione aliena, al massimo un mero pretesto. Il fulcro del film è invece la messa in discussione dell’identità della persona amata, così come la concepiamo attraverso un bagaglio di ricordi condivisi e di gesti compiuti quotidianamente insieme.

E quando vediamo Paul scoprire dei quaderni su cui Bea scrive in maniera ossessiva delle informazioni basilari come il proprio nome, o il luogo in cui abita, capiamo finalmente il motivo di quella prima parte così minuziosa, all’apparenza quasi superflua, nel raccontarci la vita di questa coppia normalissima. Capiamo l’insistenza nella descrizione del momento in cui si sono conosciuti, o del modo in cui Paul le ha chiesto di sposarlo. Perché tutti questi dettagli stanno sparendo gradualmente dalla mente di Bea, nonostante gli sforzi con cui lei cerca di mantenerli vivi nella sua memoria, nonostante provi a passare serenamente i suoi ultimi giorni da essere umano.

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Il povero Paul non può capire. E resta ignaro e impotente fino agli ultimi minuti di film.
Come sempre, il cinema dell’orrore, quando è davvero ben riuscito, ci racconta di brave persone a cui accadono cose orribili, e non ci offre scappatoie o consolazioni di alcun tipo. Entriamo in luoghi freddi e oscuri, dove tutto ciò che amiamo ci viene portato via. E noi possiamo solo stare a guardare, sbagliando sistematicamente ogni mossa.
La silenziosa sconfitta di Bea, la rabbia e le lacrime senza speranza di Paul mi perseguiteranno a lungo.
Honeymoon è un’ottima variazione su un tema semplice e sempre molto efficace. Ma condotta con una profondità e un’umanità davvero rare.
Due attori, un laghetto e due alberi come location, idee chiare, interpreti perfetti e ottimi dialoghi. Pochissimo sangue, tranne in un paio di scene alla fine e una riflessione mai banale sull’esistenza condivisa.
Se però cercate troppe spiegazioni, statene alla larga, perché non ce ne sono affatto.

9 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Sembrerebbe quasi una variante sofisticata (oltre al fatto che si parte da una coppia e non da un singolo protagonista, tra l’altro “addotto” fin dall’inizio), in assenza di gore e portata avanti con più stile ed eleganza, dell’Almost Human di Joe Begos…

    1. Sì, più o meno la solfa è quella, però secondo me Almost Human è un b movie divertente, pieno di sangue e schifezze assortite, che nasce e muore lì. Questo ti resta impresso molto a lungo 🙂

  2. Ma come faccio a ringraziarti ogni volta che mi fai conoscere qualche titolo nuovo? Messo in lista con priorità.🙂

    1. Spulciare roba nuova e interessante è la cosa che mi piace fare di più. sono io che ringrazio chi, come te, mi dà la possibilità di farlo🙂

  3. Lo sto guardando, poi probabilmente lo recensisco anch’io. Ho l’esprit della scrittura, in questo periodo🙂

  4. Lorenzo · · Rispondi

    Quando penso di essere l’unico ad aver visto un certo film, ecco che lo becco in una delle tue classifiche!🙂
    Ho il film in tv in seconda o terza serata, per alcuni versi mi ricordava Possession di Zulawski

  5. Fabrizio · · Rispondi

    Innanzitutto ciao e sinceri complimenti per i tuoi gusti cinematografici, la competenza delle tue recensioni e lo stile disincantanto con cui le imposti.
    Scrivo sotto ‘Honeymoon’ per segnalarti un film (ne ho cercato per parola chiave il titolo sul sito senza trovarlo, quindi immagino tu non lo abbia visto o magari sì ma senza recensirlo) che come tematiche con questo non c’entra nulla – è un beast-movie – ma che ad esso è contemporaneo e che mi è piaciuto più o meno sui medesimi livelli (alti, cioè) di Honeymoon.
    Trattasi di BACKCOUNTRY, regia di Adam McDonald.
    Ciao e ancora complimenti

    1. Ciao e benvenuto!
      Sì, l’ho visto, non recensito.
      Mi è piaciuto molto, soprattutto per come gestisce i due (facciamo tre, dai) personaggi principali. E la scena dell’orso è davvero impressionante.

  6. Fabrizio · · Rispondi

    Mi permetto di abusare della tua ospitalità e ti/vi posto la mia recensione di qualche tempo su Backcountry:

    Non solo un beast-movie, come sembrano promettere le fauci spalancate dell’orso raffigurato sulla locandina, e neanche un ordinario mockumentary, nonostante anche qui i due campeggiatori protagonisti scoprano ad un certo punto di essersi smarriti in una distesa boschiva non dissimile, come estensione, da quella di ‘Blair Witch Project’. Del primo genere ‘Backcountry’ ha l’animalone, ma non il gruppo di eroi senza macchia e senza paura che gli dà la caccia fino ad ammazzarlo: anzi, la coppia in questione ha paura da vendere e, con buona pace del superomismo, prova a mettere tra sè e il ferocissimo plantigrado più miglia possibili. Dell’altro, al lordo di una discreta somiglianza ‘operativa’, mancano il fondamento del filmato amatoriale ‘interno’ al set e i pericoli di origine ultraterrena: eppure, l’ottimo Adam McDonald (un Carneade da rispettare), mescolando i capisaldi di entrambi i filoni, indovina una combinazione quasi perfetta tra violenze belluine e paralizzanti sensazioni di terrore serpeggianti dietro l’incanto di una natura inospitale che, per preservare la sua verginità incontaminata, si serve di guardiani spietati, disposti anche ad uccidere. Di questa natura Alex e Jenn diventano ostaggi inermi, e non solo perchè il ragazzo, mosso da nobili intenti, organizza l’escursione ignorando volutamente la prudenza più elementare. Ma la sfida sarebbe stata in ogni caso impari: l’uomo, per non soccombere, può solo abbandonare – se ci riesce – il campo di battaglia. Accorgersi in tempo della minaccia potrebbe non essere sufficiente, provare a combatterla perfettamente inutile.
    McDonald, desideroso di spogliare il soggetto del suo ‘Backcountry’ da ogni clichè di genere, sceneggia prendendosi responsabilmente rischi eccessivi – difficile farsi convincere dalle motivazioni di Alex sulla scelta di lasciare in macchina il cellulare e rinunciare all’aiuto di una mappa, ma anche l’incontro con lo ‘strano tipo’ è palesemente uno specchietto per le allodole messo lì senza speranza di ingannare nessuno, men che mai chi già conosca a grandi linee la trama del film -. Tecnicamente, però, tira fuori uno stile registico di sorprendente impatto, che ha il pregio di far condividere agli spettatori le stesse sensazioni provate dai protagonisti: la paura, gli odori, il dolore fisico, lo shock, la disperazione, la speranza, l’istinto di sopravvivenza. Tutto terribilmente tangibile come se su quella montagna, braccati da un orso e perseguitati da inidentificabili rumori notturni, ci fossimo tutti noi. Impressionante l’assalto del bestione alla misera tendina da campeggio, ancor di più tutta la parte della fuga sofferta di Jenn in un superbo one-woman-show conclusivo, da seguire con fiato corto e cuore in mano.

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