This Last Lonely Place

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Regia – Steve Anderson (2014)

Il post che state per leggere è stato scritto da Davide Mana. Con lui parliamo spesso del noir e ho sempre voluto approfondire il discorso anche su questo blog. Ma Davide conosce il genere molto meglio di me, e ne parla con grandissima cognizione di causa. Il film che ci presenta oggi è un esperimento un po’ particolare. Vi spiega tutto Davide nel post.
Io mi limito a lasciarvi il link della campagna su Indiegogo per dare una distribuzione in sala al film.
Buona lettura.

Sam sta per andarsene.
Un tassista che tira a campare sul turno di notte a Los Angeles, Sam ha un biglietto per le Hawaii, dove vive la sua ex moglie, e questa è la sua ultima notte di lavoro.
Frank ha un problema.
Operatore finanziario, muoveva milioni tra Oriente e Occidente, poi è diventato avido – fondi neri, conti svizzeri. Ma ora il banco è saltato, la bolla sta per scoppiare e Frank aspetta una telefonata, l’ultima prima di tagliare la corda con una borsata di soldi. Mentre aspetta, decide di farsi un lungo giro in taxi…

This Last Lonely Place è un neo-noir – nel senso che è un noir girato oggi, ambientato ai giorni nostri, a colori.
Una storia di personaggi che sono a corto di opzioni, intrappolati nelle sabbie mobili che loro stessi hanno contribuito a generare, nell’ombra lunga della crisi economica e delle foreclosures.

La storia, scritta prodotta e diretta da Steve Anderson, ruota attorno a tre personaggi, che reggono la scena quasi ininterrotamente per 92 minuti – Sam il taxista (Rhys Coiro), veterano dell’Iraq la cui vita è in un vicolo cieco; Frank il finanziere (Xander Berkeley), che la propria vita l’ha mandata in briciole per avidità; Faye la donna fatale (Carly Pope), l’amante di Frank, che promette di causare ulteriori problemi.
I loro rapporti cambiano con l’evolvere della lunga, soffocante nottata sulle strade di Los Angeles, a bordo del taxi di Sam, dove i tre personaggi giocano ciascuno la propria partita, definendo rapporti di potere, cercando di prendere il sopravvento.

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I tre protagonisti sono eccellenti – Coiro sorprendentemente misurato (per cui l’unica esplosione emotiva arriva come un pugno allo stomaco), la Pope opportunamente amorale, sensuale e crudele e Berkeley, probabilmente il migliore del trio, che mostra tutto il range, dall’arroganza dello sconfitto di successo alla disperazione dell’uomo senza vie di uscita.

Resta allo spettatore il compito di ricostruire cosa stia esattamente accadendo – ricomponendo i pezzi del mosaico di flashback che ci mostrano l’altra faccia della storia.
Strada facendo la vicenda risveglia un interesse genuino per il protagonista, e regala almeno una vera grande scena toccante – non è poco.
Fedele a una certa tradizione, il finale chiude una vicenda che forse non ha granché senso, ma soddisfa tutte le aspettative – anche quelle che sono state più volte ribaltate.

Steve Anderson – noto per The Big Empty e per il documentario Fuck, tra le altre cose – gioca in maniera sottile con gli elementi classici del noir: l’anti-eroe, l’uomo al limite, la donna fatale, l’inganno, l’avidità, la fuga, la redenzione impossibile.
È quasi sorprendente che riesca a farlo senza scadere nel citazionismo e nella strizzata d’occhio agli appassionati – e se la messa in scena sparge omaggi ai classici del genere in molte inquadrature, il gioco è comunque gestito con classe e con sottigliezza.
This Last Lonely Place riesce così ad essere un film elegante.

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L’eleganza è tale che gli elementi simbolici – una componente fondamentale dell’estetica noir – riescono a scivolare sullo schermo senza distrarre lo spettatore.
È solo mentre scorrono i titoli di coda che, ripensando al susseguirsi delle scene, ci rendiamo conto che il passato di Sam è sempre diurno, illuminato dal sole, mentre il suo presente è sempre notturno, buio, spruzzato di luci artificiali.
Ha un senso.
Ed è elegante.
E Los Angeles di notte è splendida.

This Last Lonely Place è anche un film piccolo.
L’intero budget (o micro-budget come lo chiamano i tecnici) è di 125.000 dollari, raccolti nel 2012 attraverso un Kickstarter supportato dalla fondazione che amministra l’eredità di Humphrey Bogart – e che aprì le danze con una donazione di 10.000 dollari. È stato questo il primo caso in cui la Bogart Estate – finora nota soprattutto per il Bogart Film Festival di Key Largo – abbia partecipato alla produzione di un film.
Piccolo budget non significa però film risicato o sgangherato – l’eleganza formale è anche eleganza visiva.
Questo è un bel film, esteticamente piacevole, ben fotografato, ben montato, con una bella colonna sonora e tutte le sue cosine al loro posto. Presentato nella primavera del 2014 sul circuito dei festival, con un successo più che lusinghiero, il film ha vinto il premio per la fotografia al Newport Beach Film Festival.

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Resta il problema della distribuzione nelle sale.
Stando a ciò che ha dichiarato il rappresentante della Bogart Estate in veste di produttore esecutivo:

“Avevamo opportunità e offerte per una distribuzione tradizionale, ma le proposte comportavano richieste che non ci facevano sentire a nostro agio. Ci è stato chiesto di cambiare il titolo del film, montare un trailer differente, e persino creare immagini promozionali che ritraessero il nostro cast in situazioni che non compaiono nel film.”

Da qui la decisione di ricorrere ancora una volta ad un crowdfunding, tutt’ora in corso.

Il target di 15.000 dollari permetterà alla produzione di stampare le copie per le sale, e curare la pubblicità – e indubbiamente la campagna è già parte della pubblicità: chiunque doni 8 dollari (circa 6 euro), riceve l’accesso immediato ad una copia del film, che può guardare in streaming o scaricare in alta definizione.
Donazioni maggiori comportano ricompense maggiori – poster, materiale promozionale, documentari e making of, DVD eccetera.
Ma di base, al prezzo di un film di seconda visione, è possibile vedere il film, subito, bene.
È per questo che state leggendo questa recensione – perché il recensore ha finanziato il progetto.

Per chi non se la sente di sganciare la grana, o per chi preferisce attendere la distribuzione in sala, c’è comunque il trailer…

7 commenti

  1. Ah il noir! Genere da noi abusato, vituperato, utilizzato come prezzemolino adesivo da appiccicare a ogni copertina delle numerosissime uscite nostrane… e nel 99% dei casi, citato completamente a sproposito.
    Il progetto è a dir poco stimolante. Roba che probabilmente quanti dei nostri aspiranti e/o piccoli registi nostrani dovrebbero magari guardare con un pizzico di umiltà e apertura mentale.
    Poi il guest post di Davide è una garanzia…
    Grazie.

    1. Ah, qui da noi è tutto noir😀 Peccato che il noir vero nessuno sappia bene cosa sia.
      E questa iniziativa, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione, è davvero molto interessante.

    2. Innanzitutto grazie a Lucia per l’ospitalità.
      Il noir (quello vero) è un genere che ha molte contiguità col fantastico, e quindi non credo sia poi così fuori posto su questo blig.
      E ci fu un tempo – a cvavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, in cui se ne parlava spesso. Merito ad esempio del compianto Claudio G. Fava, che curò delle retrospettive per la RAI.
      Poi divenne una patacca per “dare dignità” al poliziesco (che sciocchezza!) – e ormai ci spaciano per noir anche i cloni di Agatha Christie.
      E il neo-noir è completamente scomparso dai nostri radar.
      Ed è un peccato, perché già quarant’anni or sono si sapeva che da un punto di vista tecnico il noir permette di produrre storie significative e di elevato impatto con costi modestissimi.
      Ma a quanto pare nelle scuole di cinema non lo spiegano, questo😦

      1. Ma ce li vedi qui in Italia, a raccontare una storia del genere, dove nessuno si redime e non c’è neanche un prete?

        1. In realtà da noi dovrebbe avere un successone – in fondo, il noir è il genere in cui puoi raccontare le storie di malfattori come se fossero eroi, e alla fine mostrare che non esiste nulla che non sia corrotto.
          È poi ciò che la cinematografia italiana sta facendo da cinquant’anni – al punto che ormai tutti credono che quella sia la realtà.

        2. Daniele Volpi · · Rispondi

          Carissima Lucia ( e caro Davide Mana), anche in Italia qualche pazzo c’ è…
          L’ultimo “Take Five” cos’altro può essere se non un neo noir tutto nostrano? Certo sperare in una versione italiana de “La fiamma del peccato” oppure de “Il postino suona sempre due volte”… Allora ben vengano pellicole come questa (mentre io alla prima occasione recupero “Ossessione”)!

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Non ero a conoscenza di questa piccola perla noir (con nientemeno che Humphrey Bogart come “nume tutelare” ) recensita da Davide…da noi purtroppo, nel corso degli anni, il noir è stato diluito in varie -e innocue- sfumature di grigio😦

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