All Cheerleaders Die

All-Cheerleaders-Die
Regia – Lucky McKee. Chris Sivertson (2013)

Ho sempre pensato che, quando si parla di un film, l’importanza che viene data alla figura del regista, inteso come artefice, responsabile e, in molti casi addirittura colpevole del tutto, sia spropositata. Non sto dicendo che l’autore non sia fondamentale, per carità: è colui che firma il film e si prende applausi o pernacchie.
Però.
Però il cinema è un’arte (perdonatemi la brutta espressione) collettiva. E spesso, la gente di cui ti circondi dice moltissimo su cosa vuoi farne della tua opera e su quale direzione vuoi prendere.
E così, mentre un gruppetto di fighetti tanto indie si fregia del titolo di Mumblegore perché, ehi, noi le frattaglie le creiamo pensanti e senzienti (e ogni riferimento a Ti West non è casuale), e affida la produzione esecutiva dei film a gente come Eli Roth, a cui io voglio anche un po’ di bene, ma non gli affiderei neanche le chiavi del motorino, a pochissimi chilometri di distanza, due signori con un certo spessore girano, in sordina e senza fanfare, la bomba dell’anno. 

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Il cast al Toronto Film Festival

Parlo, ovviamente, di McKee e del suo meno famoso collega Sivertson. I due, insieme, avevano già collaborato a quel gran film caduto troppo presto nel dimenticatoio di The Lost, dove Sivertson era in cabina di regia e McKee alla produzione. Ma, procedendo ancora più indietro nel tempo, ecco che appare un’altra co-regia nella loro carriera: All Cheerleaders die, un film quasi amatoriale del 2001 ed esordio per entrambi.
Passano più di dieci anni e, con più soldi e un’altra vecchia conoscenza di questo blog che produce il film, quell’Andrew van den Houten di cui magari dovreste tutti leggere il curriculum, Mckee e Sivertson decidono di riportare sullo schermo quella storia a base di cheerleaders zombi e vendicative.

Ecco, spesso la figura del produttore è poco compresa, ampiamente sottovalutata. Ne parlavo anche nel mio articolo su Debra Hill. Uno pensa che sia quello che mette i soldi e basta. A parte che il più delle volte non è quello che mette i soldi, comunque più spesso di quanto si pensi, ha un ruolo fondamentale nel processo creativo.
E se vi mettete a vedere chi c’era dietro tutte le pellicole firmate di McKee, o da Siverston, vi accorgerete del peso enorme che può avere la presenza di questo o di quel produttore alla testa di un progetto. Non mi basta quindi, o non mi basta più, il nome del regista per sentirmi al sicuro quando guardo un film, soprattutto quando guardo un film dell’orrore indipendente americano, ambiente in cui le figure produttive di riferimento sono tutte molto riconoscibili.

AllCheerleadersDie2Soprattutto se uno come McKee si mette a dirigere una commedia adolescenziale ambientata nel mondo delle scuole superiori americane e che quindi poggia, per sua stessa natura, su ogni stereotipo possibile e immaginabile sia mai stato messo su celluloide dall’alba dei tempi a giorni nostri.
Poteva essere una porcata sesquipedale. Quasi avevo paura a vederlo, a dover sopportare un’altra cocente delusione come quella inferitami da Ti West.

Solo che la diversità irriducibile di McKee si fa sentire, ed è prorompente, persino quando si limita a creare un giocattolino spensierato e pieno zeppo di ammiccamenti.
Perché lui (e i suoi collaboratori, tutti quanti) lavora con una consapevolezza e una serietà tecniche e artistiche che gli permettono di affrontare un genere così sputtanato e tirare fuori un ibrido a strati che sorprende a ogni svolta narrativa e a ogni inquadratura: lo strato di superficie è quello della commedia, delle gag, delle battute, dello slang messo in bocca ai protagonisti e che pare trasformarli tutti in cliché ambulanti. Poi c’è un altro strato, dove intervengono l’horror, gli effetti splatter, il sangue, gli scoppi di violenza repentini e improvvisi, gli elementi magici e soprannaturali. E infine c’è un nucleo doloroso e feroce che si può cogliere o meno, che non pregiudica il puro divertimento, ma che è come una lama puntata alla gola senza che affondi mai, tranne forse in una sola scena, verso la fine del film.
Un nucleo che è poi il filo rosso nella carriera di McKee, e che parte da May, passa per Sick Girl e The Woods, deflagra completamente in The Woman e viene poi riportato in un contesto più normalizzante in questo All Cheerleaders Die. Ma è sempre stato presente ed è quello costruito dall’emarginazione e dalla violenza come uniche cifre possibili nei rapporti umani.

ALLCHEERLEADERSDIEIMAGEFEATEd è appunto un ambiente intriso di violenza ed emarginazione quello di cui McKee e Siverston ci parlano.  Ce ne parlano, certo, tra camminate a ralenty nei corridoi, esilaranti rapporti sessuali nei bagni della scuola, pietre magiche luminose e scambi di corpi, ce ne parlano facendoci sorridere.
Ma tenendoci sempre quella lama puntata alla gola, una lama che non affonda mai, ma che è lì, ci preme contro la pelle e sappiamo che, se solo volessero, i due registi potrebbero spezzare l’equilibrio del loro film, farlo deragliare in una drammaticità straziante. E se non lo fanno è solo perché sono magnanimi. O perché preferiscono che quella lama continui a pungolarci una volta finite le risate e ritiratasi l’onda liberatoria scatenata dalla vendetta.

Si potrebbe obiettare (e molti lo hanno fatto) che i due registi abbiano voluto mettere troppa roba in un unico film, creando una sorta di impasto sicuramente affascinante, ma forse troppo confuso e, alla fine, indigesto.
Eppure, se si ha la pazienza di procedere oltre il caleidoscopio incasinatissimo portato in scena da McKee e Sivertson, si scopre una coerenza, non solo interna al film, ma presente nell’intera carriera di entrambi.
I due sono arrivati a un punto tale, nella padronanza dei loro mezzi, da potersi permettere di giocherellare con l’horror adolescenziale con una sicurezza e una maturità sconosciute a molti loro colleghi. E di mescolare tra loro registri, stili e generi, non solo allo scopo (nobilissimo) di divertirsi e divertire, ma anche per proseguire in un percorso che ha lo scopo di ritrarre l’orrore che sottende strisciando a tutte le strutture sociali. Che si parli di famiglia, ambiente lavorativo o scolastico, il tanfo di putrefazione investe ogni ambito. E McKee se ne sta lì a ricordarcelo. Facendoci pure sorridere, quasi non avesse più nemmeno bisogno di ricorrere al dramma per metterci a disagio.

In qualunque modo lo vogliate vedere, qualsiasi tipo di lettura gli vogliate dare, che lo prendiate come un giocattolino confezionato con classe, come un prodotto satirico, come una parodia horror, o come un’opera con tante di quelle facce da lasciare storditi, All Cheerleaders Die è l’ennesima conferma del talento di McKee, un regista sempre troppo poco osannato e che, se questo fosse un mondo più giusto, dovrebbe essere considerato uno dei migliori autori horror della sua generazione.

13 commenti

  1. Finalmente sei tornata! Mi serviva giusto qualcosa da guardare e questo sembra promettente… Ma più che altro vado in fiducia, perchè a prima vista sembrerebbe proprio ‘na schifezza 🙂

    1. Io pensavo fosse un passo falso per McKee, e invece mi ha sorpreso tantissimo.
      E scusate l’assenza prolungata, ma il lavoro mi ha sommersa

  2. moretta1987 · · Rispondi

    Quello che ho apprezzato nel film è come in effetti riescano McKee e soci a realizzare un teen horror che ribalta parecchi clichè della categoria e risulta invece intelligente e ben scritto,ma ho trovato la parte finale molto veloce quasi sbrigativa.

    1. Sì, forse il finale è un po’ affrettato, succede tutto da un istante all’altro, quasi volessero sbrigarsi a chiudere.

  3. anche io ne parlo oggi.
    la mia opinione è però “leggermente” più freddina… 🙂

    1. Sì, infatti ho letto…
      Io ci ho visto molto altro, in questo film, ma magari sono io che sbaglio

  4. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti nell’immaginario collettivo la figura del produttore molto spesso viene ridotta ai minimi termini (poco più che un tycoon interessato alla grana e basta), anche se la Hill e van den Houten stanno lì a dimostrare esattamente il contrario…e quanto a McKee, direi che s’è guadagnato un posto d’onore nella triste lista dei talenti incompresi (per demerito altrui, sia ben chiaro…che qualche cazzo di sforzo per capire chi si ha davanti davvero qualcuno di più lo potrebbe anche fare, una volta tanto). Allo stesso tempo, il mio istinto di conservazione mi impedisce ancora di mettere West nella lista dei talenti sopravvalutati…chi ci ha dato qualcosa come The Innkeepers non può già essersi fatto risucchiare nel gorgo della fighettaggine inutilmente pretenziosa! 😦
    P.S. Bentornata! 😀 Adesso mi assenterò io per qualche giorno…

    1. Ma infatti, io non credo che Ti West sia stato sopravvalutato, credo solo si sia circondato di gente molto sbagliata. Io spero che torni a lavorare con Fessenden e che sforni altri piccoli capolavori 🙂
      Spero che la tua assenza sia dovuta a delle meritate vacanze 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Già, sarà dovuta proprio a quelle (e aggiungo che -com’è ovvio- mi unisco alla tua sacrosanta speranza che Ti e Larry tornino a lavorare insieme) 😉

  5. Saranno 1 o 2 mesi che voglio vederlo, ma la versione che avevo trovato aveva i sottotitoli italiani fatti da cani e sballati. Sai se si trovano versioni corrette o lo hai visto in lingua originale (senza sub)?

    1. L’ho visto senza sub, purtroppo… però dovrebbero esserci dei subbi inglesi ben fatti

  6. Io ammetto di averlo trovato confuso (anche se non privo di pregi). Però mi ha lasciato addosso la strana sensazione che mi sia sfuggito qualcosa, così mi son proposto di riguardarlo quanto prima. Lo rifarò.

    1. Infatti io l’ho visto due volte, perché è rapidissimo e pieno di roba

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