Stage Fright

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Regia – Jerome Sable (2014)

Parliamo di musical. Anzi, parliamo del mio rapporto orribilmente conflittuale con i musical. Mai sopportati. Faccio una fatica bestiale a sospendere l’incredulità. Raccontatemi di mostri atomici che si risvegliano e distruggono i palazzi e io vi crederò. Ma se li fate cantare invece di parlare, per me iniziano dei serissimi problemi. Esco dal film, comincio a pensare ad altro, mi viene anche un po’ da ridere e, soprattutto, mi annoio a morte.
Certo, le eccezioni ci sono sempre. E a parte il solito vecchio The Rocky Horror Picture Show, il mio musical preferito (legato all’ambito horror, ovviamente) resta Phantom of the Paradise di De Palma.
Che poi è una delle fonti d’ispirazione principali di questo Stage Fright, esordio dello sceneggiatore, regista e compositore Jerome Sable, non alla  prima incursione nel campo dell’horror musical. Nel suo corto del 2010, The Legend of Beaver Dam, c’erano zombie canterini all’assalto di un campeggio. Molto divertente, ben diretto e con un’ottima colonna sonora, curata dallo stesso Sable in collaborazione  Eli Batalion.
Coppia che si rinnova nella scrittura di questo Stage Fright, slasher musicarello con assassino mascherato che si accanisce su compagnia di dilettanti alle prese con opera maledetta. DAY_21-9200.CR2Tutto ha inizio la sera della prima del musical The Haunting of the Opera: la protagonista, la diva Kylie Swanson (Minnie Driver) viene assassinata nel backstage dopo lo spettacolo, da un killer vestito come il cattivo del musical messo in scena.
Dieci anni dopo, i due figli dell’attrice fanno i cuochi in un campeggio estivo dove si allestiscono musical. Arriva una carovana di sfigati di ogni risma (molto alla Glee, se seguite la serie), che finalmente possono sentirsi liberi di esprimere il proprio amore per la musica senza che qualcuno li brutalizzi.
Anche la giovane figlia della defunta Swanson, Camilla (Allie MacDonald) ha velleità da attrice e cantante, mentre il maschio, Buddy (Douglas Smith) non ci pensa proprio e anzi, chiede alla sorella di stare il più lontana possibile da quei teatranti invasati.
Ma nell’allegro campeggio, il produttore (interpretato da Meat Loaf, già di per sé motivazione sufficiente per vedere un film) e il regista decidono di mettere in scena proprio The Haunting of the Opera.
Scatenando così un assassino metallaro con una deliziosa inventiva per gli omicidi e un gusto sopraffino per gli assoli di chitarra.

Non è la prima volta, lo abbiamo già detto, che horror e musical si incontrano. Se negli anni ’70 era un tipo di ibrido che funzionava piuttosto bene, ultimamente i risultati dell’accoppiamento hanno generato figli deformi e bastardi. Penso a Repo! The Genetic Opera, del quasi sempre fallimentare Bousman, o  anche allo Sweeney Todd di Tim Burton.
Però, da che io mi ricordi, nessuno aveva ancora pensato di mescolare tra loro musical e slasher. Ed è proprio questa idea a rivelarsi vincente, perché Sable dimostra di saper conoscere bene entrambi i generi, di saperli prendere in giro in maniera intelligente, ma anche di amarli. E quindi il musical non diventa una scusa per realizzare un horror, o viceversa. Le due anime del film si amalgamano senza che nessuna prenda il sopravvento sull’altra.

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Certo, parliamo di una horror comedy con protagonisti adolescenti. Adolescenti canterini, per di più. Ma qualsiasi tentazione retorica sugli outsider che tirano fuori il meglio di sé attraverso l’arte viene azzoppata nel momento in cui Sable ci presenta i suoi personaggi, in una deliziosa canzone d’apertura che è proprio la parodia sfacciata di prodotti come Glee.
Stage Fright è un film essenzialmente scorretto, spietato, anche volgare, a volte. Usa (e abusa di) ogni stereotipo legato allo slasher e al musical, quasi fosse un compendio fatto a presa per il culo di entrambe le categorie.
Ma lo fa con simpatia, senza la pretesa di ribaltare o stravolgere i cliché, che sono anzi la struttura portante del film.
Sullo slasher in sé, col continuo gioco di rimandi e citazioni alla Scream, Stage Fright non ha poi moltissimo da dire: offre qualche omicidio ben strutturato e creativo. Forse ne offre troppo pochi, ma quelli che fa vedere sono sufficientemente violenti e anche ad alto tasso di bizzarria. Niente che non abbiamo già visto in altri film. E tuttavia Stage Fright riesce a essere, a modo suo, un prodotto originale.
Penso ci sia una dicotomia molto profonda tra l’allegria spesso posticcia del musical (e prima che qualcuno mi salti al collo, stiamo parlando di commedie in questo momento, non dei drammoni) e la necessità, insita nel genere horror, di portare sempre cattive notizie.
Per questo forse, i due generi non vanno d’accordo. Se ci pensate, The Rocky Horror Picture Show era una parodia dell’horror fatto in forma di musical. Mentre Il Fantasma del Palcoscenico, più profondo e simbolico, aveva comunque dalla sua qualche tonnellata di ironia destabilizzante e dissacrante. Ed erano comunque altri tempi.
Stage Fright, senza aver nessuna ambizione di competere con questi due predecessori, compie però un’operazione stravagante: usa l’horror per parodiare il musical, e non il contrario.

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Abbiamo detto prima che le componenti slasher e musical sono perfettamente amalgamate. Ed è vero. Stage Fright è un musical (a me pare anche un ottimo musical, nel senso che ho adorato la colonna sonora, ma io non sono un’esperta in materia e se volete smentirmi, accomodatevi pure) e uno slasher allo stesso tempo. Ma il bersaglio privilegiato della satira è proprio il musical. O meglio, non il genere in sé, ma la sua variante teen forzatamente ottimista e sdolcinata.

Al di là delle mie interpretazioni sui reali intenti di Sable e dei suoi sodali, Stage Fright è un buon prodotto di intrattenimento, con un paio di idee interessanti e visivamente piuttosto suggestive. C’è una parte finale con la messa in scena dello spettacolo, alternata alle gesta del killer, dove Sable si dimostra davvero in gamba per la gestione dei tempi, siano essi comici  o di tensione. Complicatissimo coordinare le due cose nella stessa sequenza, buttandoci in mezzo anche un paio di citazioni da Carrie, sempre per sottolineare che De Palma è un po’ il nume tutelare di tutta l’operazione.
Altro punto a favore di Stage Fright è che con la storiella esile che si ritrova, ha il buon gusto di non tirarla troppo per le lunghe e di durare poco meno di un’ora e mezza. E quell’oretta e mezza in compagnia del musical maledetto The Haunting of the Opera, la passerete in allegria. E il giorno dopo vi ritroverete, come me, a canticchiare la colonna sonora. Garantito.
Un piccolo assaggio.

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7 commenti

  1. Lo so. Sono prevenuto. I musical, davvero, non li reggo. Per questa volta salto 😉

  2. Io sono cresciuto coi film di Frd Astaire, e i musical mi piacciono.
    L’idea di un musical in cui vengono accoppati i personaggi “alla Glee” mi galvanizza.
    E poi c’è Meatloaf.
    Perciò incartamelo che lo porto a casa.
    E già che ci sono, sulla questione della leggerezza del musical…
    Ti consiglio, se riesci a recuperarlo, Pennies from Heaven, film dell’81 con Steve Martin (!) e Christopher Walken (!!) che è un musical noir (!!!), che non ha un briciolo di ironia e nessuna strizzata d’occhio al pubblico.
    È solido, durissimo, cattivo, e finisce malissimo (però bene).
    Il film si beccò una candidatura all’Oscar per la sceneggiatura, e fu un flop colossale proprio perché, io credo, nega tutte le aspettative tipiche del musical.
    Vale decisamente la pena, se non altro come dimostrazione del fatto che “happy happy” è solo una delle possibili varianti, per quanto la più popolare.

    1. Sì, ma anche Il fantasma del palcoscenico finisce malissimo. Però bene 😉
      È che, con l’esplosione di Glee il musical è diventato una brutta faccenda. E io mi sono anche divertita a vedere qualche stagione di Glee, ci mancherebbe. Hanno anche rifatto tutto Rumors.
      Cerco di recuperare il film che dici tu. Solo per il cast è da vedere a tutti i costi!

  3. A me è piaciuto così così, ha spunti esilaranti e ottimi momenti musicali (io adoro i musical, eh), il potenziale insomma era enorme però in più di un momento mi sono annoiato, mi è sembrato che Sable la tirasse per le lunghe seguendo una storia troppo canonica quando non era proprio necessario darle quel peso e quella serietà che a volte si sente. Se fosse stato più leggero e divertito (penso alla lunghissima parte iniziale, molto spassosa, o alla messa in scena finale quando ci sono gli attori improvvisati sul palco) sarebbe stato un must see.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Tralasciando il fatto che ormai ho perso il conto di quante volte mi son visto Sette Spose per Sette Fratelli 😀 sono d’accordo sulle eccezioni, infatti non è un caso che The Rocky Horror e il Fantasma del Palcoscenico siano praticamente gli unici due musical che ho in cineteca 😉 , e Stage Fright sembra avere le carte in regola per aggiungersi a questa ristretta lista. Repo! The Genetic Opera (del quale, regista a parte, m’interessava parecchio il cast) l’ho su un hard-disk esterno da un paio d’anni, ma per un motivo o per l’altro ne ho sempre rimandato la visione…

  5. E pensare che a me sono piaciuti un sacco sia Repo! che Sweeney Todd. A questi punti non posso perdermi Stage Fright!! 😀

  6. adoro i musical. Sono tra i miei generi preferiti,anzi : sarebbe bellissimo se la gente cantasse e ballasse anche nella vita reale.
    Per cui figurati se mi lascio scappare sto film!
    Grazie per la segnalazione ❤ 🙂

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