Dark House

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Regia – Victor Salva (2014)

Questo deve essere il mese dei ritorni sulle scene. Abbiamo appena parlato di McLean e del suo (più ci penso, più lo amo) Wolf Creek 2, che ci ritroviamo qui a vedere cosa ha combinato un regista che non dirigeva un horror dal lontano 2003. Lo sapete tutti, se leggete il blog da un po’: io sono una fan dei due Jeepers Creepers, soprattutto del secondo. Sono convinta che l’approccio di Salva al genere fosse estremamente originale e personale. E attendevo con una certa ansia che si dedicasse di nuovo al cinema della paura, dopo un paio di parentesi comprendenti un thriller e un dramma sportivo. Sì, lo aspettavo. Come aspettavo McLean e Flanagan. Ma se per quei due mi ha detto anche troppo bene, purtroppo, e lo dico con profondo rammarico, ecco che Salva si ripresenta con un prodotto inqualificabile, dove la sua personalità e il suo piglio autoriale sembrano essere spariti nel nulla. 

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Un film come Dark House (o Haunted. Mi è sconosciuto il motivo del doppio titolo) capita a proposito per affrontare un discorso riguardo al peso, nella riuscita o meno di un’opera, della sceneggiatura. Per quanto mi riguarda, perdono facilmente qualche scivolone di scrittura, o qualche buco logico. Ma, per perdonare degli errori, il regista deve darmi qualcosa in cambio. Non ho mai fatto le pulci a uno script, andando a individuare, con una pignoleria che molti invece possiedono, ogni più microscopica incoerenza. Le incoerenze sono semplicemente cose che, nel corso della lavorazione di un film (lunga, difficile, spesso travagliata), accadono. E quindi no, non sono il tipo che non riesce a godersi Snowpiercer perché Joon-ho Bong non ci fa vedere l’allevamento di mucche e quindi non sappiamo da dove prendano la carne che mangiano sul treno. In tutta sincerità, non me ne può fregar di meno.
Perché? Ma perché la storia di Snowpiercer è talmente bella, importante, piena di cose, che certi piccoli dettagli passano in secondo piano. Ma anche la definizione di “bella storia”, è una specie di oceano in cui si può infilare davvero di tutto. Puoi partire da uno spunto tutto sommato banale (Wolf Creek: turisti vs maniaco) e risaputo e tirare fuori un prodotto unico. Non è la storia in sé, dunque, ma come la racconti. Non il cosa, ma i mezzi tecnici ed espressivi attraverso cui metti in scena la tua idea.
Certo, con un’idea povera e già di suo priva di attrattive, è complicato andare molto lontano. Devi essere bravo sul serio. E Salva lo era, perché Jeepers Creeper non era altro che l’ennesima versione del mostro che perseguita due vittime. Molto schematico, un canovaccio che puoi davvero rigirare in ogni modo possibile. Dipende, appunto, dalla forza delle tue visioni.
Lo spunto alla base di Dark House è già un pasticcio sulla carta: abbiamo il giovane, tormentato e depresso Luke (Nick di Santo) alle prese con una stramba forma di preveggenza. Se tocca una persona e questa persona è destinata a morire di morte violenta, lui è in grado visualizzarne la dipartita.
E così il povero Luke se ne va in giro con guantini (senza dita però, non chiedetemi perché) per non dover entrare in contatto fisico con la gente. A questa sfiga, si aggiunge anche una madre pazza chiusa in un manicomio, dove parla con le grate. La madre muore in un incendio, proprio mentre sta parlando con la grata e Luke scopre di aver ereditato una casa. Casa che lui disegnava sempre da bambino.
Con fidanzata e miglior amico al seguito, parte alla ricerca della magione, ma sembra sia stata spazzata via da un’alluvione molti anni prima. Solo che è ancora in piedi. E dentro c’è Tobin Bell versione capellone, che intima a Luke ai suoi amici (più tre tizi incontrati per strada) di andarsene. Ma Luke non si arrende, lui vuole conoscere il suo passato e soprattutto sapere chi sia suo padre. Tobin Bell allora gli scatena contro altri capelloni armati di ascia. E inizia una notte da incubo tra i boschi e all’interno della casa.
L’odore di zolfo si intuisce a partire dal fotogramma numero due. Da lì in poi è tutta una corsa verso il suicidio narrativo, in quella che sembra una puntata di Supernatural mal cagata e dilatata all’inverosimile, per raggiungere lo status di lungometraggio.

HauntedMa se, come ho detto prima, io posso anche perdonare che Salva abbia voluto, coadiuvato dallo sceneggiatore e produttore Charles Agron, mettere in scena un pastrocchio di tal fatta, non posso perdonare il modo in cui lo ha messo in scena.
Dopo una lunga introduzione atta a farci conoscere i tre personaggi principali e a spiegarci il potere del protagonista (potere con l’unica funzione di dirci in anticipo chi morirà e come. Dovesse riservare troppe sorprese, il tuo film, vero Victor?), una volta arrivati in presenza della casa, si accende un barlume di speranza.
Certo, si accende subito dopo che Salva ci ha spedito una raccomandata con ricevuta di ritorno rivelandoci l’unico twist decente del film. Ma va bene così. C’è Tobin Bell che prende Luke e lo sbatte contro tutti i muri fatiscenti della sinistra dimora, mentre gli altri lo aspettano fuori e vedono arrivare gli energumeni armati di ascia. E l’attacco è davvero una cosa bella da vedersi. Perché avviene in pieno giorno e, anche se il look dei bifolchi sfiora il ridicolo involontario, ci sembra quasi di essere tornati ai fasti delle fulminee aggressioni del Creeper sotto il sole cocente e tra i filari.
Tranquilli, però. Il flebile anelito di speranza si spegne in men che non si dica. Parte un inseguimento tra gli alberi gestito in maniera così goffa e confusa che non sembra neanche possibile la presenza dietro la macchina da presa di Salva. Ho addirittura sperato che l’avesse girata il regista di seconda unità. E lo spero ancora.
Dimenticate la fluidità dei movimenti di macchina dei suoi film precedenti. Qui Salva sposa l’epilessia e la velocità supersonica, utilizzate forse per nascondere la povertà di mezzi, o anche la mancanza di idee. Il risultato è che non si capisce chi insegue chi. Vedi gente in campo lungo che corre e non hai idea di dove si stiano dirigendo. Non c’è nessuna gestione dello spazio, nessun uso dell’ambiente circostante come rifugio o trappola mortale. Solo quattro alberi messi in croce, un paio di asce che volano e degli omaccioni che si muovono come gorilla e con un’andatura e una postura da ridere fino al 2025.

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Una volta entrati nella Dark House del titolo, le cose non vanno di certo meglio. Non c’è nulla di inquietante o sinistro nella casa. O meglio, Salva non fa nulla per renderla un luogo da cui scappare a gambe levate coi capelli dritti. Ci mette una bella citazione da Lovecraft e da I Ratti nei Muri che ci sta sempre bene e crede di aver fatto tutto il lavoro. Ci fa stare lì dentro per mezzo film perché la fidanzatina incinta del protagonista non può correre fino alle macchine. Salvo poi farla uscire a precipizio perché sì. Adesso si può, altrimenti il film non finiva.
Per chiudere in bellezza, piazza lì una battaglia tra angeli e demoni che fa rimpiangere addirittura le pseudo mazzate tra pseudo vampiri in tuailait e, quando dovrebbe finalmente mostrarci cosa è davvero Luke, chi sia realmente suo padre (il fatto che lo avessimo capito mezz’ora prima non è che giustifichi più di tanto), taglia con l’accetta il finale in maniera così goffa da farmi credere che la scena sia stata eliminata perché uscita troppo male e si sia preferito troncare il film senza una motivazione piuttosto che impapocchiare ulteriormente una situazione già disperata.
Dark House è un film tutto sbagliato. A partire dal cast, dove si salva appena di striscio il povero Zack Ward, ma in un ruolo ingrato. E non lo dico perché il solo fatto che Tobin Bell esista, reciti e goda di qualche credito mi toglie qualsiasi fiducia nel genere umano. Ma perché, giuro, Darren Lynn  Bousman lo aveva diretto molto meglio.
Effetti speciali miseri e di routine, regia piatta quando non confusa, dialoghi da denuncia, personaggi di carta velina. Questo è Dark House. Forse un incidente di percorso, forse la pietra tombale su una carriera promettente.
Al momento Salva è a lavoro su due progetti, entrambi horror, più il famigerato terzo capitolo di Jeepers Creepers. Non so che dire se non speriamo bene. Dopotutto, di sbagliare un film capita anche ai migliori. E sono ancora convinta che Salva sia uno dei migliori.

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8 commenti

  1. peccato perchè il potere del protagonista lo trovo interessante. Poteva aprire a discorsi anche importanti.
    Dai mi guardo il dittico di jeepers,che aspetta da tanto

  2. Mi sa che lo guardo comunque. C’è da fare anche una piccola “precisazione” (alla faccia 😉 ), cioè che Salva ha avuto grossi problemi con la legge per molestie sessuali a minori ed ogni volta che butta fuori un film ne esce una polemica e si mobilitano le associazioni per boicottare le produzioni. Quindi io ne deduco che questi film prodotti e scritti dallo sconosciuto Charles Agron servano più da apripista, o forma di pubblicità, che da vera e propria opera compiuta. Cioè, ci si deve pure campà… 😉

    1. Sì, conosco tutta la brutta storiaccia. E sicuramente i problemi produttivi ci sono stati, e si vede.
      Solo che è scritto a culo di scimmia. Io spero molto nel terzo capitolo dedicato al Creeper. In fondo, Salva torna a raccontarci della sua creatura. Incrocio le dita.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Volendola vedere in positivo, la ciofeca risultante potrebbe essere dovuta al fatto che Salva fosse già molto più concentrato sui progetti futuri che non su Dark House…riducendolo in questo modo al rango di semplice anche se assai goffo e infelice filmetto di transizione dai fasti del passato a quelli che verranno. E visto che c’è in ballo pure il terzo Jeepers Creepers, voglio sperare con tutte le mie forze di averci visto giusto…

    1. Infatti è quello che spero anche io. Da fan scatenata del Creeper e dello stile di Salva, vorrei davvero che fosse così 😉

  4. Certo che anche Tobin Bell…ai tempi del primo SAW non fece altro che rilasciare dichiarazioni contro il genere horror, a sostenere che lui è un attore vero e che non ama quel tipo di ruoli…mentre adesso cosa fa?
    Appare in nuovo film horror! Alla faccia della coerenza! 😛
    Mi sa che anche lui deve mangiare. 😀

    1. Sì, Tobin Bell deve all’horror un’intera carriera, altrimenti non lo cagava nessuno. E giustamente, dato che è un attore coi mezzi espressivi di un blocco di tufo 😀

  5. Al nome di Lilith ho perso fiducia nel film, anche se per un attimo i tizi con le asce mi avevano fatto ben sperare. Poi, dico io, Tobin Bell appartiene alla schiera degli attori con l’espressione congelata?

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