Patrick (2013)

Patrick-2013-TeaserPoster
Regia – Mark Hartley

Lo abbiamo detto tante volte, il remake non è una faccenda dannosa in sé. Evidenzia, ovviamente, dei grossi limiti creativi nel momento in cui divenda maggioritario rispetto alla produzione di pellicole basate su soggetti originali e tende a stufare quando viene riproposto in maniera seriale, fino ad arrivare a paradossi come il prequel del sequel del remake di un film che a sua volta era un remake. Poi ci sono dei casi, come quello preso in esame oggi, dove un regista che conosce a menadito la materia trattata (vedremo poi perché e per come), si occupa di riportare sullo schermo un classico dimenticato dell’exploitation australiana, aggiornandolo nel modo giusto, e riesce a realizzare un prodotto dignitoso, con ottime scelte di casting, una sana atmosfera da B movie moderno. C’è persino qualche guizzo di regia sparso qua e là. A fronte di parecchie banalità, qualche spaventacchio di troppo e il solito contro finale risparmiabilissimo, Patrick, nella sua versione 2013, si rivela essere una gradevole sorpresa.

2012_12_03-Patrick_0149-640x426Dell’originale ne avevamo parlato qualche tempo fa nella rubrichetta che vi piace tanto, indicandolo come uno dei film più rappresentativi del filone dell’Ozploitation, termine questo, coniato proprio dal regista del Patrick 2013, Mark Hartley, nel suo documentario Not Quite Hollywood: The Wild, Untold Story of Ozploitation.
Il cinema di genere australiano, e quello horror in particolare, sta attraversando ormai da parecchi anni, un momento di grande sviluppo, dovuto anche alle ristrettezze economiche entro cui si muovono le produzioni. Gli horror a budget medio basso sono infatti fonte di guadagno quasi sicuro, nonché (un po’ come succedeva anni fa nel cinema americano) una palestra per registi giovani. E così, se gli americani saccheggiano a tutto spiano il passato loro e di altri paesi, per quale motivo gli australiani non dovrebbero fare lo stesso con una vecchia gloria dell’horror da battaglia anni ’70?
Patrick, per chi se lo ricorda, era un film di una povertà quasi commovente. Nel 2013 gli viene fatto un bel lifting svecchiante, ma Hartley ha il buon gusto e l’intelligenza di mantenerne intatta la struttura a base di morbosità e poteri mentali, eliminando le ingenuità del suo predecessore, senza però avere la pretesa, comune a moltissimi remake odierni, di voler essere più furbo.
C’è la forte consapevolezza che qualcuno, prima di noi, ha già raccontato la stessa storia, con pochi mezzi, certo, con attori approssimativi e un grado di professionalità minore. Ma comunque, quel qualcuno ha avuto l’idea originale e questa idea va comunque rispettata e tenuta in considerazione.

Patrick-Sharni-VinsonIl confine tra remake fotocopia e rielaborazione è spesso sottile. Un po’ lo stesso discorso da fare a proposito delle trasposizioni di romanzi su celluloide. È difficile districarsi tra la fedeltà all’opera e la volontà di metterci del proprio. Hartley sceglie una via di mezzo. La trama di Patrick è molto simile a quella del film del ’78. Abbiamo la giovane infermiera Khaty (un’ottima Sharni Vinson, che sta emergendo come una delle attrici horror più promettenti) che, fresca di divorzio, viene assunta in una clinica dove i pazienti sono tutti i stato vegetativo. A dirigerla è il dottor Roget (Charles Dance), mentre la capo infermiera Cassidy è interpretata da una sempre più brava Rachel Griffiths.
La clinica risiede in una villa vecchia e cadente e i pazienti giacciono tutti insieme in uno stanzone, anonimi e identificati dal personale soltanto dagli incidenti che li hanno portati lì.
Questa è la prima, grossa differenza rispetto al film originale: lo stanzone con quelle file di corpi immobili è un’idea scenografica e narrativa molto forte e del tutto assente nella pellicola del ’78, che ci immerge subito in un’atmosfera profondamente malsana.
Nella camera numero 15, invece, c’è un paziente speciale, su cui il dottor Roget conduce una serie di esperimenti e vari tentativi di rianimazione. Un paziente di cui nessuno sembra sapere nulla, neanche le circostanze che lo hanno ridotto in quello stato (circostanze che nel primo film conoscevamo nell’antefatto, mentre in questo ci verranno rivelate solo alla fine). È Patrick.
Khaty non è del tutto sicura che Patrick sia soltanto, come lo definisce il dottore, “A 170 pounds of limp meat attached to a comatose brain“. Con lei, infatti, il ragazzo comunica. Dapprima si limita a sputare (sì, come nell’originale) e poi arriva addirittura a parlarle attraverso la tastiera di un computer.
La storia si sviluppa quasi così come la conosciamo, con il medico e la capo infermiera che si rifiutano di credere a Khaty, mentre le attenzioni di Patrick nei suoi confronti diventano sempre più ossessive e invadenti e il ragazzo scatena i suoi poteri mentali contro chiunque le sia accanto, e quindi l’ex marito e lo psichiatra con cui la giovane donna ha un accenno di storia mai portata a compimento.

Patrick-2013Hartley e lo sceneggiatore Justin King (esordiente) apportano tutta una serie di cambiamenti a trama e personaggi, senza però stravolgere il nucleo centrale del film precedente e si divertono come matti a mettere in scena un crescendo grandguignolesco di carneficine a botte di telecinesi, avvalendosi di buoni effetti speciali, sia artigianali che in una CGI non eccezionale, ma comunque passabile. Tutto quello che non si poteva vedere, per limiti econimici, nel Patrick del 1978, viene portato in campo, con un gusto per il macabro e il gore dal sapore decisamente vintage. Non si ha mai, quindi, l’impressione di assistere a un baraccone alla stregua del recente remake di Carrie. Le azioni di Patrick sono rapide, fulminee e feroci, oltre che perpetrate col senso dell’umorismo di un bambino dispettoso.
Certo, rispetto al film Richard Franklin, manca un po’ di spessore e viene quasi completamente eliminata ogni traccia di ambiguità sessuale, mentre il personaggio di Kathy è meno controverso e problematico e diventa semplicemente una ragazza dotata di maggiore empatia e gentilezza rispetto alle sue colleghe.
Anche la capo infermiera Cassidy risulta molto ammorbidita, ma a differenza della megera sessuofoba del ’78, qui abbiamo almeno un carattere un po’ più sfaccettato.
Ci sono tanti riferimenti, rimandi e citazioni all’opera originale sparsi per il film, a partire dal dottor Roget che ascolta in cuffia la colonna sonora del ’78.
Questo Patrick targato 2013 è un omaggio spassoso al suo predecessore, condotto con un pizzico di nostalgia e con uno sguardo affettuoso al cinema di serie B di un paese che ha dato un contributo importante, anche se piuttosto invisibile, allo sviluppo dell’horror.
Ma non è un tentativo di clonare la Ozploitation degli anni ’70. Piuttosto ne è una sua rielaborazione in chiave moderna, con un linguaggio al passo coi tempi e sfruttando con intelligenza tutte le possibilità economiche e tecnologiche che erano all’epoca precluse ai registi dei B movie australiani.
Aggiungete un cast perfettamente in parte, un paio di scelte scenografiche e stilistiche piuttosto interessanti e, più di tutto il resto, la decisione consapevole di non utilizzare mai nessun tipo di distacco ironico, e avrete un gran bel film dell’orrore che, con tutti i suoi difetti pur presenti, vola alto su tanti colleghi americani più noti e pubblicizzati.

 

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4 commenti

  1. Il “Patrick” originale l’ho visto in sala quando uscì (pensa te), e ti assicuro che me lo ricordo ancora perchè si è sedimentato nel immaginario e al punto giusto. Interessante questa idea del remake di Hartley. Lo vedrò, e magari pure ci scrivo. Abbracci 🙂

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Sì, forse per un remake attuale la scelta della via di mezzo è quella che più di altre lo può allontanare dal rischio di semplice fotocopia tecnologicamente aggiornata (ma carente in tutto il resto)…qui, poi, è senz’altro un grosso punto a suo favore l’aver giocato in casa non facendo trattare ad altri un soggetto che, esportato fuori dai patri confini, sarebbe tranquillamente andato in contro a semplificazioni non richieste e stravolgimenti a manetta. Del tipo che se Patrick fosse finito oggi in mani statunitensi -anche mantenendo lo stesso cast di alto livello- a meno di non essere molto, MOLTO fortunati ci sarebbe stato davvero da sudare freddo…

  3. Il Patrick originale lo avevo visto al cinema. Era vietato ai 14 e io non li avevo, ma al mare non stavano troppo a sottilizzare. Comunque mi fece impressione, me lo ricordo ancora. Soprattuto la scena della vasca da bagno e lo sguardo di lui. La locandina per l’epoca era bella tosta, con quella specie di diagramma delle funzioni cerebrali. Insomma ho un bel ricordo di paura 🙂 Il remake non l’ho visti, ma se merita come dici lo guardo

  4. Purtroppo, come il suo predecessore, questo film è spazzatura.
    Scene di tensione e colpi di scena ogni 5/6 minuti, sembra quasi una parodia talmente tante volte il regista cerca di far sobbalzare lo spettatore con colpi di telefono improvvisi, apparizioni più o meno inquietanti et simili. Davvero non c’è il senso dell’atmosfera e dell’hype: non puoi tentare di terrorizzarmi ogni 5 minuti dai!

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