Fiori nell’Attico

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Nel 1979, la scrittrice americana V. C. Andrews pubblica un romanzo destinato a diventare un best seller di proporzioni titaniche. È il primo di una serie di cinque, dedicata alla famiglia Dollanganger. Il libro ha avuto due riduzioni cinematografiche. La prima, del 1987, la doveva dirigere nientemeno che Wes Craven. Solo che poi, per una serie di divergenze creative con la produzione, non se ne fece più nulla, e la regia passò allo sceneggiatore Jeffrey Bloom.
La seconda, che in realtà non è riduzione cinematografica, ma televisiva, risale proprio a quest’anno, e può vantare un grande cast (Heather Graham, Ellen Burstyn) e una fedeltà quasi pedissequa al testo.
Tranne un piccolo particolare. Ma ci torneremo.
Per il momento, se non avete trasecolato come me all’idea di Flowers in the Attic su un canale televisivo, in versione integrale e fedelissimo al romanzo, allora è il caso che vi rinfreschi la memoria su ciò di cui stiamo parlando. 

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Il film del 1987

Ho letto per la prima volta I Fiori nell’Attico quando avevo più o meno 12 anni. In Italia uscì col titolo Fiori Senza Sole, pubblicato da Sonzogno. Ormai è fuori stampa e, se volete leggerlo in italiano, vi toccherà setacciare le bancarelle. Magari, da qualche parte, lo trovate pure.
Se dovessi stilare una classifica dei miei traumi infantili e preadolescenziali, il romanzo della Andrews se ne starebbe tranquillo ai primi posti. Riletto oggi, in inglese, in questa edizione per kindle, fa un altro effetto. Ma non mi stupisce che io sia cresciuta piuttosto deviata.
All’epoca, fu impressionante. E porca miseria, il Craven degli anni ’80 ne avrebbe tirato fuori una roba perversa e mostruosa, se soltanto la produzione avesse avuto il coraggio di non rifiutare la sua sceneggiatura.
La storia del romanzo è di quelle che potresti raccontare la notte a un bambino per fargli avere incubi più o meno per il resto della sua vita: ambientato negli anni ’50, Flowers in the Attic racconta di una famiglia perfetta, composta da mamma, papà e quattro adorabili figli, due maschi e due femmine, chiamati dal vicinato Dresden Dolls, per il loro assomigliare a delle splendide bamboline bionde. Quando il padre muore in un incidente stradale, lasciandoli tutti senza un soldo, la famiglia deve trasferirsi in Virginia, dai nonni materni.
Nonni materni che sono schifosamente ricchi e abitano in una specie di maniero con un’intera ala deserta. Proprio in quest’ala, i bambini vengono rinchiusi e costretti a vivere in un’unica stanza, perché la loro esistenza deve restare nascosta al nonno, altrimenti possono tutti dimenticarsi l’eredità favolosa che li aspetta.
Già, perché la Corinna, la madre dei bambini, è stata diseredata quando si è sposata col fratellastro del padre, giovanissima, ed è scappata con lui. Ora deve riappacificarsi col vecchio miliardario ed è convinta di riuscirci. A patto che non sappia che dall’empio matrimonio sono usciti fuori quattro pargoletti.

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…e quello del 2014

A gestire la prigionia c’è la nonna, interpretata da Louise Fletcher nel 1987 e dalla Burstyn nell’ultima riduzione televisiva. E si tratta di un personaggio chiave, con la sua religiosità ossessiva, il suo autoritarismo esasperato e il suo essere completamente anaffettiva, e quindi incorruttibile. Corinna è debole e, se all’inizio è una madre affettuosa, mentre la storia procede, diventa sempre più assente, fino a sparire del tutto, abbandonando i bambini a loro stessi e alla terribile nonna.
Il romanzo della Andrews, a distanza di anni, perde qualche colpo, soprattutto per lo stile enfatico e perennemente sopra le righe. Narrato in prima persona da Cathy, la figlia maggiore, Flowers in the Attic è il racconto di una brusca perdita dell’innocenza, di un passaggio repentino da un ambiente pieno di amore e attenzioni, a un luogo austero e gelido, dove a Cathy e al fratello più grande Chris, toccherà crescere tutto d’un botto e assumere dei ruoli da adulti. La detenzione infatti, da che doveva essere una faccenda di poche settimane, arriverà a durare quasi tre anni.
È anche la storia di un abbandono e di come l’avidità sia anche più potente dell’amore materno.
Ma soprattutto, Flowers in the Attic è un romanzo permeato da un sottile erotismo, su cui la Andrews calca sempre più la mano, arrivando a inserire nel racconto un forte elemento incestuoso, dapprima latente, e poi portato alla luce in un paio di scene dal notevole impatto, anche oggi.
E qui c’è il primo problema relativo alle due versioni cinematografiche del romanzo. Problema che è poi anche il motivo principale alla base dell’estromissione di Wes Craven dal progetto del 1987.

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Nel primo film, infatti, la faccenda viene quasi del tutto evitata: sì, è vero, i giovani Chris e Cathy sono due ragazzi (più grandi nella versione cinematografica rispetto a quella letteraria) che crescono insieme, in una stanza e una soffitta e non hanno contatti con l’esterno per tre anni.
E crescendo, sviluppano, per forza di cose, una serie di pulsioni. Ma Bloom, regista e sceneggiatore, preferisce glissare, anche in maniera piuttosto elegante, e lasciare che l’argomento incesto venga appena sfiorato.
Non è affatto un brutto film, Flowers in the Attic. Per quanto si allontani in moltissime cose dal testo di riferimento, può contare sull’ottima interpretazione della Fletcher (che fa davvero paura), e su un paio di idee macabre che restano impresse, come quella dell’incubo di Cathy verso il finale. Bloom, più che un romanzo gotico infarcito di morbosità di ogni forma e maniera, ne fa un thriller con dei bambini minacciati dalla strega cattiva e abbandonati dalla mamma. E ciò che perde in ambiguità, il film lo acquista in ritmo.
Passano quasi trent’anni, l’emittente televisiva Lifetime decide di riportare sullo schermo (questa volta piccolo) il romanzo della Andrews e affida la regia alla quasi esordiente Deborah Chow, mentre la sceneggiatura tocca a tale Kayla Alpert, che in carriera ha scritto qualcosina per la tv, e al cinema è autrice dello script di I love Shopping.
Ok. Non facciamoci prendere dal panico.
La Alpert, in realtà, fa anche un discreto lavoro: si attiene al romanzo pagina per pagina, oserei dire riga per riga, stralciando interi dialoghi e inserendoli di peso dalla pagina scritta al set.
La regia è piuttosto piatta e anonima. Ma la presenza e la recitazione della Burstyn bastano a ripagare l’oretta e mezza trascorsa a guardare Flowers in the Attic. Anche la Graham non se la cava affatto male, se non fosse che ogni tanto esagera in faccette da isterica. I quattro bambini sono tutti in parte, tranne il giovane Chris, espressivo più o meno come un blocco di tufo.
Però.
E qui chi ha letto il romanzo mi segua, mentre gli altri possono anche chiudere, ché sta per partire uno spoiler gigantesco.
Dicevamo però.
La fedeltà al libro è assoluta, quasi religiosa. Tranne che in un “piccolo particolare”.
Torniamo un istante al romanzo.
I due fratelli, Chris e Cathy, condividono la stessa stanza, lo stesso bagno, passano giornate intere rinchiusi tra quattro mura, con la vecchia megera che gli intima di non indulgere in atti impuri tra consanguinei.
Fino a quando Chris non comincia a vagare per quelle quattro mura visibilmente agitato. E tu, mentre leggi, lo immagini con una faccia del tipo: “Oddio, ti prego, non farmi saltare addosso a mia sorella”.

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La povera Cathy, ingenua, non ci pensa proprio. E il tutto finisce in stupro.
E adesso, se avete la pazienza di seguirmi ancora un pochino, leggiamo la reazione di Cathy, così com’è scritta nel romanzo, immediatamente dopo essere stata violentata dal fratello: “Oh, sì, era stata anche colpa mia“, con annesso sproloquio di almeno un paio di pagine su quanto abbia tentato il fratello. E giù di sensi di colpa, autoflagellazioni e mortificazioni, mentre Chris, subito subito perdonato, mantiene la sua aura eroica fino alla fine del libro.
Ecco.
Questo è un bel problema per la Lifetime e per la povera sceneggiatrice incaricata di trasporre il romanzo per la televisione americana. Come se non bastasse, l’idea della Lifetime è quella di realizzare sei film per la tv, tutti tratti dalla serie della Andrews.
La questione viene risolta nell’unico momento in cui l’adattamento televisivo tradisce il romanzo: quello che nel libro è uno stupro, nel film diventa una storia d’amore incestuosa.
Non voglio discutere questa scelta da un punto di vista cinematografico o narrativo. Non so se sia giusta, sbagliata, se funzioni o meno.
Sta di fatto che è la scelta migliore che potessero fare. Non è una scelta vigliacca, anzi, è addirittura una scelta coraggiosa. E denota un fatto importante: nel 1979 poteva passare tranquillamente che il personaggio femminile, nonché io narrante di un romanzo, si addossasse la colpa di aver subito una violenza. Nel 1987 (non so che sceneggiatura avesse tirato fuori Craven, ma sono molto curiosa), tutta la parte violenza e incesto viene semplicemente messa da parte, come se non fosse mai esistita. Nel 2014, si parla sì di incesto, ma ciò che viene omesso è lo stupro. E la seguente colpa di Cathy, per salvare il personaggio di Chris, uscitone pulito e lindo come se nulla fosse accaduto.
Quello che conta davvero, è che dal ’79 a oggi, per un pubblico televisivo, sia preferibile un romance incestuoso al fatto che la colpa di uno stupro ricada su chi lo ha subito. E anche se così non fosse, ringrazio la Lifetime per aver deciso in tal senso. Al di là del valore intrinseco del prodotto in questione.
A volte, tradire un testo non è poi questo gran danno. A volte, lo si può migliorare persino.
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19 commenti

  1. Commento of topic scusa, ma dalle mie parti c’è un Boomstick per te!

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Anch’io sarei stato davvero curioso di vedere Craven all’opera nel “Fiori nell’attico” -sulle bancarelle non l’ho ancora ritrovato- del 1987, perché di sicuro con la sua nera intelligenza e acutezza ne avrebbe tratto un adattamento capace di rimanerti nella memoria per tutti gli anni a venire…così come, nello specifico, avrebbe altrettanto di sicuro saputo maneggiare la delicatissima parte riguardante lo stupro evitando pericolosi e trogloditici fraintendimenti. Purtroppo però all’epoca non mostrarono nessuna fiducia nei suoi confronti (nulla contro Bloom, ma si tratta di prendere atto che qui lui addomestica ciò che Craven invece avrebbe dominato senza censure)…

    1. Che poi Craven il suo Fiori nell’Attico l’ha pure girato, e si chiama La Casa Nera 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Hai ragione, se l’è presa così la sua rivincita 😉

  3. Mi incuriosisce da un po’ ma non l’ho mai guardato. Adesso mi hai fatto venire voglia sia di leggere il libro che di vedere il film… Certo che lo “scusa per averti istigato, anche involontariamente, a stuprarmi” non si può sentire! o__O

    1. No, non si può proprio sentire. Già quando lo lessi da ragazzina ci restai un po’ di stucco, ma non avevo gli strumenti per capire l’enormità della cosa…

  4. il film lo avevo visto un zilione di anni fa, quindi presumo si trattasse del primo. Il libro non l’ho mai letto. Mi hai fatto venire voglia di rivedere il primo, leggere il libro e vedere il secondo.
    Molto interessanti le osservazioni finali sul tema “rapporto fra fratelli”.
    Come sempre hai fatto una rece super.

    1. Grazie 🙂
      Il vecchio film, rivedendolo oggi, non è per niente male. Molto edulcorato, ma niente male.
      Il romanzo è un incubo.

      1. infatti mi sono appena comprata l’ebook 🙂

        1. Domenico · · Rispondi

          ciao, posso sapere dove hai comprato l’ebook di fiori senza sole?
          Domenico

          1. L’ebook si trova facilmente in inglese su Amazon. In italiano, il libro è fuori catalogo da una vita e non esiste alcuna edizione digitale

          2. Giuseppe · ·

            L’ebook in italiano lo trovi su ip mart.

  5. va detto che dopo Game of thrones le storie d’amore incestuose sono state definitivamente sdoganate sulla tv americana. ;).
    e sì credo anch’io che raccontare uno stupro in quel modo oggi non sia più accettabile (per fortuna)

    1. Però GOT è HBO, e l’Hbo è sempre stata un’emittente molto particolare.
      La Lifetime è più tradizionalista.

  6. V.C. Andrews, i romanzi della quale si trovavano ovunque, nei primi anni ’80, è stata “lo Stephen King per ragazze” della mia generazione – ma si tratta di una generalizzazione inesatta.
    Le mie compagne del liceo leggevano tanto King che la Andrews… però è per via della Andrews che tante presero psicologia dopo la maturità.
    La Andrews alla fine gioca sugli stessi elementi di “I Peccatori di Peyton Place”, che fra i ’50 e i ’60 ebbe un successo inumano – ed è curioso che storie così fortemente misogine e con personaggi femminili tanto entusiasticamente calati nel ruolo, sempre e comunque, di vittime, siano stati scritti da donne per un pubblico femminile.

    1. Adesso è praticamente introvabile. Come reperto archeologico è pure interessante, ma i contenuti fanno rabbrividire. E anche io mi sono posta la domanda del perché una donna debba ritrarre i personaggi femminili in quel modo.
      E le risposte che mi sono data sono molto inquietanti.

  7. dove posso trovare la versione in italiano del 2014 in streaming?

  8. lorenzo · · Rispondi

    http://www.completevca.com/WesCravenFITA.pdf eccoti lo script di wes craven 🙂

  9. L’ho letto anch’io quando avevo circa 14 anni, il libro mi fu prestato da un’amica e per molti anni l’ho cercato per comprarlo, ma con scarso successo. Sono rimasta segnata anch’io da questa drammatica trama, ma ricordo anche che la mamma (o la nonna?) tentò di avvelenare i 4 ragazzi con lo zucchero a velo delle ciambelle che ogni mattina portavano ai ragazzi… e che morì il più piccolo dei 4 (il gemellino)… finchè il fratello maggiore riuscì a scoprire l’origine di quell’avvelenamento…. Non se ne fa menzione nella trasposizione cinematografica/televisiva???

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