1989: I, Madman

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Regia – Tibor Takács
“Are you Sidney Zeit?”
“No. I’m Nelson Doubleday”

Il destino di certi film (e di certi registi) mi è sempre sembrato profondamente ingiusto. Film che di solito sono pieni di idee eccellenti finiscono dimenticati, insieme a chi quelle idee le ha prima messe su carta e poi filmate.
Il povero Tibor Takács è finito a dirigere squallidi filmacci televisivi come Mega Snake o Kraken: Tentacles From the Deep e oggi ci ricordiamo a stento di questo minuscolo horror del 1989, dove si cominciava ad affrontare il genere da un punto di vista diverso, confondendo la finzione con la realtà e fermandosi a riflettere sul genere stesso e sui suoi meccanismi, molto prima che questa impostazione diventasse prima una moda e poi un obbligo imprescindibile.
Trattandosi di un titolo pressoché sconosciuto, vi agevolo un breve riassunto della trama.
I, Madman (uscito in Italia come “Sola in quella Casa” e non chiedetemi cosa ci azzecchi) parla di una giovane commessa in un negozio di libri usati, Virginia, appassionatissima di storie del terrore. All’inizio del film la vediamo intenta a leggere “Much of Madness, More of sin”, in cui uno scienziato pazzo crea un umanoide in laboratorio. L’autore è un tale Malcom Brand, che ha scritto anche un altro libro, all’apparenza introvabile, “I, Madman”.
Virginia lo cerca senza risultati nel negozio dove lavora finché un bel giorno se lo vede recapitare direttamente a casa, in busta chiusa e senza mittente. Credendo sia un regalo della sua collega, Virginia comincia a leggerlo e gli orrori scritti sulle pagine si materializzano nella realtà, minacciando lei e tutte le persone che conosce.

madman1Il cinema dell’orrore, sulla nozione di opera maledetta ci ha campato per anni. In generale, la narrativa (sia scritta che filmata) fantastica si è spesso fatta suggestionare dall’idea di un prodotto dell’immaginazione che, di punto in bianco, si mette a interferire con la nostra realtà. Personaggi che escono dalla pagine dei libri, mostri fuoriusciti dagli schermi, sogni e incubi che prendono vita.  È un cliché, uno dei più fortunati e duraturi di sempre.
Nel caso di I, Madman non ci troviamo di fronte a nulla di raffinato.  È uno slasher che trasuda amore per quei romanzacci dalle copertine sgargianti con donnine discinte in pericolo di fronte a maniaci armati di rasoio.
“Perché leggi questa spazzatura?” chiede il fidanzato a Virginia (interpretata dalla splendida Jenny Wright).
“Perché è come le patatine fritte: ne mangi una e non riesci più a smettere”.
E Virginia ama leggere. Ci passa le serate, non si rende conto del tempo che passa, vive quelle storie in prima persona, come se la protagonista fosse lei, ci pensa in continuazione e, soprattutto, si spaventa.
Sottolineo questa cosa perché è un piacere vederla girare per casa e chiudere tutte le finestre, suggestionata dalla forza della parola scritta.
Perché l’ho fatto tante volte anche io e lo faccio ancora, perché chiunque abbia mai letto una buona storia dell’orrore ha, almeno una volta nella vita, sobbalzato a ogni rumore, teso le orecchie per sentire se quei passi erano fuori o dentro casa, o guardato la finestra aspettandosi di vedere una faccia che lo spiava.
E Virginia con la lettura ha questo rapporto totalizzante, raccontato benissimo in poche e significative scene.
Ha paura ma continua a leggere. In fondo, è quello che facciamo tutti.

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Takács alterna i due piani narrativi in maniera fluida e scorrevole. Si passa dagli anni ’50, dove sono ambientate le vicende del romanzo, alla fine degli anni ’80 dove si svolge il film, nello spazio della stessa inquadratura, così lo spettatore va a sua volta in confusione, come Virginia, e non capisce dove cominci la realtà e finisca la fantasia e viceversa. Quando poi le due cose si sovrappongono e diventano un tutt’uno, il ritmo del film perde qualche colpo e la storia diventa quella del solito assassino che perseguita la solita final girl.
Però il modus operandi del killer è piuttosto raccapricciante e le motivazioni che lo spingono a uccidere hanno un che di disperatamente romantico che quasi siamo tentati di volergli bene.
Sul finale, I, Madman diventa addirittura delirante, con i personaggi dei due romanzi scritti da Brand che si scontrano in una lotta all’ultimo sangue. Delirante nel senso buono, ovviamente, perché I,Madman è un piccolo film, sgangherato e improbabile quanto volete, ma con delle punte di genialità davvero insolite, se si pensa a cosa stava diventando il cinema horror alla fine del decennio d’oro.

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Se non altro, questo film possiede un’identità profondamente originale, è inconfondibile, fresco e divertente ancora oggi.
Forse si tratta di uno dei primissimi tentativi di far specchiare l’horror in se stesso e vedere che effetto fa portare allo scoperto, sezionandoli, i codici che scatenano in noi lo spavento. Certo, non è un’operazione fatta con la scientifica consapevolezza dei giorni nostri (per fortuna, aggiungerei), ma piuttosto il baluginare di un’idea potente, messa in scena con mezzi poveri e non portata neanche alle sue estreme conseguenze.
L’embrione di tutto quel “meta” che ci è toccato subire negli anni successivi.

I, Madman soffre un po’ nel reparto effetti visivi, con la creatura dello scienziato pazzo realizzata alla come capita e con una resa quasi ridicola. Ma, a parte questo, può vantare un paio di sequenze molto intense, degli omicidi crudeli quanto basta e una protagonista che definire adorabile è poco.
Purtroppo è un film a cavallo di un decennio difficile per il cinema dell’orrore. Il destino di Takács è simile a quello di tanti mestieranti che hanno iniziato a girare horror proprio in quel periodo. Anche la Wright aveva tutte le potenzialità per diventare una scream queen di successo, e invece è stata risucchiata dal gorgo televisivo per poi sparire dalla circolazione.
Gli anni ’80 tramontano qui. Da quel momento in poi l’horror come siamo abituati a conoscerlo cambia radicalmente. E rinasce proprio andando a recuperare quello che in I, Madman era solo uno spunto narrativo, facendone invece l’ossatura principale del genere,

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13 commenti

  1. Dà appassionato di romanzacci con copertine sgargianti, devo assolutamente recuperarlo. Grazie della segnalazione!

    1. Sapevo che questo film ti avrebbe incuriosito.
      è anche uno dei pochi horror che usa la letteratura e non il cinema stesso come mezzo di riflessione

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Vero, l’espediente metaletterario l’avevo trovato molto interessante (il film di Takács l’avevo visto in rai circa vent’anni fa) e, pur nei limiti di un basso budget, ben condotto…tra l’altro mi pare che lo scienziato pazzo qui fosse interpretato proprio dal responsabile degli effetti della creatura, Randall William Cook.
        P.S. Che sguardo da dark lady (il tuo, non quello di Jenny Wright)

        1. Giuseppe, tu sei gentilissimo…ma più che dark lady ho lo sguardo di chi non dorme da settimane 🙂
          Sì, ho controllato e si tratta di lui.
          Effetti speciali artigianali molto buoni, tra le altre cose.

  2. bradipo · · Rispondi

    hai incuriosito anche me….proprio ieri ho visto la sua ultima fatica, Spiders, qualcosa di letteralmente inguardabile….

    1. Oddio…io ho visto il trailer e ho avuto un mancamento!

  3. Anch’io mi ricordo con affetto questo film, che apprezzai molto al tempo. Non ci dimentichiamo che il buon Tibor è il regista di The Gate (Non aprite quel cancello) e The Gate II, due horror fantasy (oggi si direbbe YA) molto “ottantiani”…

    1. Infatti, soprattutto il primo è interessantissimo. E mi piacerebbe rispolverarlo.

  4. moretta1987 · · Rispondi

    Sei andata a ripescare uno dei miei b-movie preferiti,rozzo quanto si vuole ma decisamente gustoso con un assassino che non si scorda facilmente.

    1. Il look del killer è bellissimo 😉

  5. (uscito in Italia come “Sola in quella Casa” e non chiedetemi cosa ci azzecchi)
    Te lo spiego io: era il periodo in cui dovevi metterci la parola “casa” nel titolo, sennò non vendevi XD
    E’ uno dei miei film preferiti. Il finale con quella finestra che si rompe e le creature che si sfaldano in fogli stampati è pura poesia horror, secondo me.

  6. Helldorado · · Rispondi

    Mai visto! 😀

  7. Un gioiellino, Lucia. Piccolo film con una grande idea e i passaggi letti dalla voce fuori campo contribuiscono a innalzarlo di diverse spanne rispetto a tanta spazzatura successiva. Forse il film migliore di Takàcs

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