Lone Survivor

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Regia – Peter Berg (2013)

Come avrete notato, su questo blog omai non si parla più solo di horror, anche se il genere prediletto rimane quello, cerco di dare spazio anche ad altre mie fisse cinematografiche. I war movie sono una di queste. Credo sia il primo che affrontiamo su queste pagine, dato che Zero Dark Thirty può essere assimilato al filone solo di sfuggita. Mi sento quindi in lieve difficoltà: non sono affatto ferrata in materia militare, ma per mia fortuna mi viene in soccorso il blog di Fabrizio Borgio, dove in un’ottima recensione, si analizza Lone Survivor anche dal punto di vista del realismo nei combattimenti rappresentati.
Prima ho citato Zero Dark Thirty, e non l’ho fatto proprio a sproposito. I due flim hanno infatti in comune un paio di elementi, quello di essere girati con uno stile asciutto e anti spettacolare (ma Lone Survivor ogni tanto si lascia un po’ andare. Ci torneremo), e quello di parlare di ferite ancora aperte nella coscienza collettiva di un popolo. Penso che quindi la percezione di questi film sia molto diversa qui da noi rispetto agli Stati Uniti, dove non a caso Lone Survivor è campione di incassi incontrastato di questo inizio di anno
Il film è tratto dal libro autobiografico di Marcus Luttrel, unico sopravvissuto dell’operazione Red Wings che, nel 2005 costò la vita a 19 soldati delle forze speciali americane in Afghanistan.
Peter Berg è agganciato al progetto sin dal 2007, anno di uscita del libro. Passa molto tempo a discutere con Luttrel su come portare la vicenda sullo schermo e nel frattempo gira altre tre pellicole. Per ottenere i diritti del libro si scatena una guerra tra i principali studios hollywoodiani, che viene vinta dalla Universal. Berg collabora con la Universal per Battleship e, finalmente, può partire con le riprese di Lone Survivor nell’ottobre del 2012.
This story is about working together for something bigger than our ego, bigger than our individuality. It’s about coming together as a group—protecting each other, loving each other, looking out for each other—and finding a greater strength as a team than you could ever find as an individual. Marcus [Luttrell] wrote a book that, as much as it’s about 19 people being killed on a tragic day in Afghanistan, is about brotherhood, sacrifice and team commitment“.

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 Evidente, da queste dichiarazioni, la volontà di Berg di soffermarsi sul lato umano, di concentrarsi su quei quattro Navy Seals caduti in un’imboscata e rimasti isolati, causa gravi problemi di comunicazione, a vedersela da soli contro un piccolo esercito di talebani.
Berg è un regista che apprezzo molto. Un mestierante puro, certo, però con qualche guizzo che lo differenzia dalla massa di registi di servizio in voga nella Hollywood più commerciale.
Possiede un occhio per le scene d’azione più concitate in grado di imprimere la giusta frenesia, ma con un certo rigore; sa gestire dei cast formati da grandi nomi e dirige bene gli attori; non ha ambizioni d’autore, non ha problemi a sporcarsi le mani in progetti nati col solo intento di incassare (Battleship, Hancock), ma si dedica anche a film più piccoli e di maggiore spessore (il suo esordio, Cose molto Cattive, e l’ottimo The Kingdom). Soprattutto, è attentissimo ai dettagli e gira in maniera tale da immergere lo spettatore nel mondo rappresentato.
Nel caso di questo Lone Survivor, il buon Berg ha optato per un film in costante equilibrio tra esigenze celebrative e crudo realismo. E questo equilibrismo si nota sia nelle scelte narrative che in quelle stilistiche.
Lobe Survivor alterna furiose sparatorie tutte giocate su primi piani molto stretti, macchina a mano a seguire l’azione da vicino e montaggio rapidissimo, a ralenty enfatici che sospendono il ritmo del film, per sottolineare con solennità (e sì, un pizzico di retorica) alcuni momenti chiave.
E anche in sceneggiatura, Lone Survivor riesce a evitare molti cliché tipici dei war movie americani, mantenendo una forte coerenza e un impatto molto violento, proprio per la sua rappresentazione asettica, rude e concreta della guerra, salvo poi cadere in qualche trappola di cattivo gusto. Vedere, per esempio, la sequenza delle due morti, in montaggio alternato, di Taylor Kitsch ed Emile Hirsch. Sembrano due film diversi per quanto è gonfia di eroismo forzato la prima, e struggente, pur nella sua assoluta mancanza di enfasi la seconda.

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Lone Survivor non è, e non vuole neanche essere, un film antimilitarista. È semplicemente un film di guerra, il migliore dai tempi di The Hurt Locker, che deve aver fatto scuola per quanto riguarda la messa in scena dei conflitti moderni su grande schermo.
Non c’è l’esaltazione del conflitto, del gesto eroico, del patriottismo che potremmo trovare in molti film di stampo propagandistico. Insomma, non si esce dal film pronti ad arruolarsi. Resta invece, a fine visione, un profondo senso di orrore e repulsione per quello a cui si è assistito.
Si parla di un’operazione finita male e fallimentare, narrata dal punto di vista dell’unico superstite che ha visto morire i suoi compagni, ed è poi stato soccorso dagli abitanti di un villaggio. Non può quindi essere etichettato facilmente come prodotto di mera propaganda. Piuttosto si tratta dell’incubo vissuto da quattro uomini abbandonati in un ambiente ostile, un incubo da cui solo uno di loro è uscito vivo.
Una storia, in fin dei conti, molti piccola, quasi minimale e dove, se proprio va cercata una morale, questa si trova nell’antico codice che spinge dei poveracci a rischiare la propria vita per offrire soccorso a un soldato sconosciuto.

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Luttrel non si salva perché arriva la cavalleria, o perché, come un novello Rambo, riesce da solo a tenere in scacco i talebani. Luttrel è sconfitto e ferito e solo un atto di bontà disinteressata gli permette di sopravvivere.
E allora, forse, il significato vero di un film come Lone Survivor sta nella ricerca di quel qualcosa di indefinibile che, anche nell’inferno di un conflitto invisibile e atroce, ci lega tutti in quanto esseri umani.
E non c’è un briciolo di retorica nel voler raccontare di come uno scampolo di umanità sopravviva in ogni luogo e in ogni situazione.
Come non c’è retorica in un bravissimo Mark Wahlberg che ringrazia i suoi soccorritori nella scena finale, commovente senza pudore e, proprio per questo, bellissima.
Menzione d’onore per Ben Foster, il migliore di tutto il cast, un attore che, se fosse per me, sarebbe presenza fissa in ogni film da qui all’eternità.
E sentitevi anche la colonna sonora degli Explosion in the Sky. Merita davvero.

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9 commenti

  1. moretta1987 · · Rispondi

    Non sono un appassionato di film di guerra ma l’ho adorato soprattutto per come Berg riesce a rappresentare le scene di guerra,la sequenza del fuoco incrociato /fuga con i Talebani è talmente coinvolgente che mi sembrava di essere li a evitare pallotole e schegge con Whalberg.

    1. Sì, è un film che ti coinvolge tantissimo senza usare troppi trucchetti emotivi.
      Lo rivedrei anche adesso.

  2. Beh, Foster te lo ritroverai in Warcraft… 😉

  3. E’ piaciuto molto anche a me, l’ho trovato un film onesto e asciutto, e nemmeno troppo intriso di retorica, come invece ci si potrebbe aspettare.

  4. Hai detto bene. Per me la chiave del film, il traguardo a cui vuol arrivare è proprio quello del codice dell’ospitalità. Non è la questione della morale finale, ma piuttosto dell’etica, e del fatto che se lasciando andare i pastori all’inizio e ottenendo come ricompensa di essere attaccati, c’è il riscatto dell’Umanità nel villaggio che rischia la pelle per un unico, straniero e alieno essere umano.

  5. Mi hai convinto…

  6. Mi pare che qui Berg abbia realizzato davvero un buon film di guerra, dove per buono si intende il più possibile aderente alla rappresentazione della guerra per il massacro che realmente è…come realmente -quanto imprevedibilmente- in tutto quell’inferno qualche volta qualcuno può ancora scegliere di salvare una vita anziché sopprimerla. Eroismo senza divisa, gradi né stellette o tacche sul fucile? Sì…umanità, semplicemente umanità.

  7. La prima parte della pellicola è veramente ben fatta, compatta e descrive benissimo la situazione umana dei soldati e del loro rapporto con il conflitto in corso. Nella seconda parte il patriottismo americano entra nella pellicola in modo trasversale e con una quantita enorme per essere “digerita con gusto” da noi europei.

  8. Commovente. Bellissimo.

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