1969 – La Residencia

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Regia – Narciso Ibanez Serrador
Parla con lei, mamma. Parla con lei

Mancava giusto un po’ di cinema spagnolo alla nostra rassegna. E figuriamoci se non andavo a supplire di corsa a questa mancanza. Tutti voi conoscete Serrador per quel piccolo gioiello di Ma come si può uccidere un bambino, omaggiato giusto l’anno scorso da un ottimo remake. Il regista in carriera di cinema ne ha fatto relativamente poco. Più che altro si è dedicato al piccolo schermo. Oltre al già citato horror infantile, abbiamo anche questo horror collegiale, che anticipa di diversi anni gli slasher americani ambientati nelle sorority house femminili e che ha ispirato una marea di film a lui successivi. Mi piace soprattutto ricordare The Woods, di Lucky McKee, che è certamente una sorta di rifacimento non ufficiale di Suspiria, ma deve al film di Serrador un bel campionario di personaggi, situazioni e atmosfere. Soprattutto, gli deve un’ambiguità sessuale di fondo, disseminata lungo tutto il film e mai portata veramente alla luce. 

In Italia, La Residencia esce col titolo poco consono  Gli Orrori del Liceo Femminile, per sottolineare una natura pruriginosa in realtà non appartenente affatto al film. Se vi aspettate di vedere liceali discinte pronte a esporre generosamente le loro grazie, dovrete rivolgervi altrove, dato che queste si fanno addirittura la doccia vestite.
Fregati.
orrori_del_liceo_femminile_lilli_palmer_narciso_ibanez_serrador_006_jpg_junvLa Residencia è infatti una sorta di proto slasher ambientato in un collegio per ragazze difficili, in Francia, alla fine del XIX secolo.  In sceneggiatura non si accenna mai a cosa abbiano combinato le ospiti dell’istituto per finire in quella galera. Ma la temibile direttrice (una rigidissima e inquietante Lilli Palmer) afferma più volte di aver a che fare con giovani irrimediabilmente corrotte.
Al primo, timidissimo cenno di ribellione, una delle allieve viene condotta in isolamento e frustata a sangue da alcune sue compagne, facenti funzione di braccio armato della direttrice.
In questo luogo idilliaco arriva una nuova ragazza, con una storia poco chiara alle spalle. Nel frattempo, altre alunne spariscono e vengono date per fuggite, nonostante la sorveglianza sia strettissima.
All’interno del collegio si consumano giornate fatte di piccoli soprusi quotidiani, violenza ai danni dei più deboli, sessualità frustrata e repressa a fatica, sospetti, pettegolezzi e, dopo circa un’ora di film, la prima morte in campo.
Che funziona molto bene. Con una musica dolcissima di pianoforte in sottofondo e uno spettacolare gioco di dissolvenze che serve a mascherare meglio il sangue. Sempre nel 1969 in Spagna eravamo. E La Residencia, sia per le sue scelte stilistiche, che per tutta la morbosità messa elegantemente in scena, è un film davvero audace, se rapportato alla sua epoca di appartenenza.
Ne La Residencia c’è infatti il primo omicidio a ralenty e in primo piano mai filmato nella storia del cinema spagnolo. E scusate se è poco.

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Ma non sta solo nella rappresentazione degli assassinii il coraggio di un film come questo. Abbiamo una sottotrama vagamente incestuosa tra la direttrice e suo figlio. Sempre la direttrice intrattiene una relazione a dir poco ambigua con una delle allieve, la stessa che però non si preoccupa di far frustrare dalle tre guardie di regime, che a loro volta vessano e sottomettono le altre studentesse, il tutto sempre all’insegna di una sottile tensione omosessuale. Per non parlare di come, a turno, le ospiti del collegio incontrino l’uomo incaricato di portare la legna.
Ed è un’ipocrisia rivoltante a dominare le dinamiche di gruppo all’interno del collegio, ipocrisia incarnata dal personaggio di Lilli Palmer ed espressa in un paio di dialoghi efficacissimi tra lei e suo figlio, un adolescente con evidenti problemi, tenuto segregato dalla madre con il pretesto di una cattiva salute. Luis, questo il nome del ragazzo, spia le allieve del collegio, si intrufola nei condotti d’areazione per guardarle mentre si fanno la doccia, incontra alcune di loro di nascosto ed è combattuto tra l’obbligo di obbedire alla madre e il desiderio di avere una vita normale.
È abbastanza evidente, in questo bel quadretto, la metafora politica grossa come una casa che Serrador ha nascosto in un’ambientazione estera e anche dislocata in un altro secolo.

Certo, le istituzioni scolastiche e la loro rappresentazione cinematografica sono sempre state un terreno fertile per mettere in scena certi tipi di metafore. Solo che, nel caso de La Residencia, la questione è ancora più complessa: non si tratta esclusivamente di studentesse ribelli contro direttrice perfida.
In questo film abbiamo una maggioranza silenziosa di ragazze che accetta supinamente la disciplina imposta dalla direttrice, un gruppo ristretto ed elitario di fiancheggiatrici e un solo personaggio che tenta di opporsi e riceve una punizione orribile. Non c’è alcuna speranza che le altre ospiti della struttura si sollevino. A loro, tutto sommato, va bene così. Basta che venga lasciata la possibilità di sfogare i propri istinti sessuali, una volta ogni tanto e tramite un sistema di turni stabilito dall’alto, con il garzone della legna. Sfogo che appare più come uno stupro e che si consuma mentre le compagne in quel momento escluse, seguono annoiate e invidiose la lezione di uncinetto.
La componente erotica diventa quindi un ulteriore strumento di controllo e di potere da parte della vera cattiva del film. Non la direttrice e, paradossalmente, neanche il misterioso assassino, ma Irene (un’ottima Mary Maude), la leader del gruppetto che domina il collegio.
E anche qui, si può parlare di cattiveria fino a un certo punto. Anche Irene è solo una vittima di quell’ipocrisia istituzionalizzata contro cui si scaglia il film.

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La Residencia ha dalla sua anche un’estetica pregevole. A differenza del successivo Ma come si può uccidere un bambino, questo film si svolge quasi tutto al chiuso, negli scuri e claustrofobici locali del collegio, molto spesso di notte, quando l’unica fonte di luce è costituita dalle candele.
Il ritmo è dilatatissimo, ma ogni sequenza possiede una forte intensità, una tensione tanto sottile quanto penetrante.
I direttore della fotografia Manuel Berenguer si destreggia tra le ombre e i colori caldi, mentre la macchina da presa di Serrador si va infilare negli angoli più riposti del collegio e si attacca alle protagoniste in primi piani strettissimi.
Come horror basato sul meccanismo del whodunit, La Residencia è forse un po’ prevedibile ed è facile intuire chi sia l’assassino. Ma le motivazioni sono una vera sorpresa e il finale è un bel pugno sul muso.
Lucky McKee deve essere stato profondamente segnato da questo film: anche il suo capolavoro, May, ha dei grandi debiti nei confronti de La Residencia.
A mio modesto parere, è anche invecchiato meglio di Come si può uccidere un bambino e si presta a così tante letture, è così carico di significati e di strati dove andare a scavare, che va visto anche svariate volte per apprezzarlo pienamente.
Il decennio ’60-’69 non poteva essere chiuso in maniera migliore.

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6 commenti

  1. The Woods era il film dove il padre della protagonista è Bruce Campell,e c’è Rachel Nichols ?

    1. Sì, esattamente quello!

  2. Helldorado · · Rispondi

    Forse l’avevo sentito nominare col titolo italiano, ma non l’ho mai visto. Recuperollo! 😀

    1. Il titolo itagliano è teribbbbbile 😀

      1. Cosa vogliamo farci, per attirare la gggente al cinema ci siamo sempre dimostrati maestri nel libero adattamento 😀
        Oh, intendiamoci, non che i nostri titoli originali brillassero sempre per esemplare coerenza o chiarezza (vedi “La morte ha sorriso all’assassino” di Massaccesi oppure -per rimanere in ambito di fraintendimenti pruriginosi- “Eroticofollia” di Siciliano)…tornando al film di Serrador, credo di averlo visto col titolo nostrano molti anni fa ma non ne sono sicuro al cento per cento (per quanto, in effetti, la tua recensione mi richiami alla mente alcune singole scene…per esserne certo però dovrei rivederlo).

  3. ecco, visto che questa sera mi piombano in casa degli amici che vogliono vedere “un bell’horror” e non posso scegliere niente in lingua inglese, penso che proporrò questo visto che c’è in versione italiana. Spero di spaventarli a sufficienza.

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