We Are What We Are

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Regia – Jim Mickle (2013)

Non sono mai stata una grande estimatrice della coppia formata da Jim Mickle alla regia e Nick Damici alla sceneggiatura. Mulberry St era sicuramente un bell’esordio, e i due avevano mostrato una visione molto personale della classica situazione d’assedio nel corso di una pandemia. Poi, dopo quattro anni di attesa, ecco Stake Land, piaciuto a molti, abbastanza schifato da queste parti e anche rivisto a distanza di qualche tempo, mai rivalutato, a causa di una certa vena ricattatoria dietro la patina di finta cattiveria.
Solo che i due hanno  da poco ultimato la trasposizione di Freddo a Luglio, di Joe R. Lansdale, uno di quei romanzi che vorrei vedere sullo schermo più o meno da sempre. E allora è il caso di prestare una certa attenzione a questo remake dell’omonimo film messicano del 2010, che sembra una sorta di prova generale, soprattutto per le atmosfere opprimenti e tetre di un’America rurale sprofondata nella povertà e schiacciata da una religiosità ancestrale e restrittiva, narrata da un lato come prigione, dall’altro come unico rifugio per personaggi che non sanno dove altro aggrapparsi.
Non è semplice parlare di We Are What We Are senza fare qualche rivelazione sulla trama. Non che ci voglia molto a individuare il tema principale del film, ma non voglio rovinare la visione a nessuno, quindi vi avviso per tempo e siete liberi di non proseguire. 

SONO PRESENTI SPOILER

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Quando si parla di cannibalismo, soprattutto al cinema, siamo di solito abituati a un certo tipo di exploitation, sia per quanto riguarda le pellicole più recenti (Offspring, tanto per fare un esempio) che quelle realizzate a cavallo tra anni ’70 e ’80, vera e propria età dell’oro per il sottogenere.
Ecco, scordatevi quell’approccio. We Are What We Are ha un registro espressivo diametralmente opposto. Mickle (e con lui Damici alla sceneggiatura), che qui oltre a dirigere scrive e monta, è maturato, ha acquisito consapevolezza, ha abbandonato l’atteggiamento un po’ troppo compiaciuto colpevole del fallimento di Stake Land e, soprattutto, si è imposto un rigore estetico e formale che rende il suo terzo film un vero gioiellino da un punto di vista tecnico. Ryan Samul illumina i set come in Stake Land: colori spenti e toni grigiastri, perfetti per rendere sullo schermo un’ambientazione perennemente spazzata dalla pioggia per gli esterni, e cupa e claustrofobica per gli interni.
We Are What We Are soffoca lo spettatore sin dalle prime inquadrature. E continua a stringergli la gola per tutta la sua durata, ricorrendo all’effetto splatter con estrema parsimonia e solo in rarissimi casi.
Il grosso del lavoro lo fanno un cast di ottimi attori e la messa in scena misuratissima e meticolosa di Mickle. E raccontare una storia ad alto tasso di morbosità senza mai scivolare nel sensazionalismo è sicuramente un atteggiamento da premiare.

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Mickle e Damici non avevano intenzione di girare un remake. Poi, una chiacchierata con Jorhe Michel Grau, regista del film messicano, gli ha fatto cambiare idea. In realtà non è che si possa parlare di rifacimento vero e proprio. La sceneggiatura utilizza lo spunto di una famiglia isolata e dedita a particolari abitudini alimentari e poi stravolge tutto il resto, a partire dal sesso delle due giovani protagoniste, fratelli nel film messicano, sorelle in quello americano.
La morte improvvisa della signora Parker obbliga la sua figlia maggiore, Iris, ad assumere il ruolo che aveva la madre in vita. Ovvero uccidere la ragazza che il signor Parker ha portato a casa e tiene chiusa in cantina, cucinarla, e darla da mangiare al resto della famiglia, a digiuno penitente da tre giorni.
Già è singolare la scelta di affidare l’omicidio alle donne della famiglia, mentre il maschio si “limita” a procurare la preda, scaricando così la responsabilità vera e propria del sangue versato prima sulla moglie e poi sulle due figlie.
Riluttante ma rassegnata al suo destino la maggiore, decisa a cambiare vita e a proteggere il fratellino più piccolo la minore. Un’alluvione porta a galla tutta una serie di indizi che rischiano di mettere a rischio la sopravvivenza della famiglia Parker e, come è ovvio, la situazione precipita.
Forse il vero e unico difetto di We Are What We are sta proprio nella costruzione di una trama dove gli elementi sembrano forzatamente inseriti per condurre a un certo risultato, che siano essi fenomeni atmosferici, o addirittura personaggi messi lì solo per fare da ponte, quasi che Mickle e Damici avessero in mente la sequenza finale (potentissima, per carità) e avessero scritto l’intera sceneggiatura intorno a quella.
 
We Are What We Are (2013)
 
Ma se lo script è sicuramente deboluccio in molti punti, ecco che Mickle compie un lavoro mostruoso su atmosfera e suggestioni, dipingendo un ritratto di famiglia disturbante e persino originale, sebbene vada a collocarsi nel solco tracciato da certo cinema americano, che ha fatto dei luoghi abbandonati dalla civiltà, delle sacche di resistenza al progresso, e delle vite segnate da miseria e superstizione il suo marchio di fabbrica.
Non ci troviamo nel territorio del nucleo familiare avulso dalla società che si accanisce su soggetti estranei, come accade in molti survival rurali. In We Are What We Are il meccanismo narrativo è tutto interno alla famiglia stessa. Siamo di fronte a un processo di ribellione che monta gradualmente, insieme a una presa di coscienza che è tutta femminile e che va a scardinare una tradizione a sua volta femminile, che dura da secoli e che impone alle donne del clan dei Parker il dovere di farsi carico della morte di altre donne.
La rottura di questa tradizione, portata a compimento nel finale di cui parlavamo poco fa, non può che ribaltare completamente la prospettiva.
E non è neanche detto che, così ribaltata, la tradizione non prosegua. O almeno questo sembra suggerire l’ultima inquadratura del film.
Siamo ciò che siamo, anche se ci siamo ribellate, insomma.
Oppure, è solo il gancio per un sequel (che è previsto, insieme al prequel). E per una volta tanto, potrebbe persino essere interessante.

11 commenti

  1. Seppur con i suoi punti deboli, è stato uno dei film più interessanti che ho visto lo scorso anno, soprattutto per le atmosfere.

    1. Atmosfere davvero malsane.

  2. Ho sempre pensato che al di là di troppe facili scorciatoie, il tema del cannibalismo implichi sviluppi e comnsiderazioni estremamente profondi e interessanti, ben vengano le variazioni sul tema e quest’occhio quasi antropologico, mi rende senz’altro il titolo degno d’interesse!

    1. Infatti in fin dei conti il cannibalismo qui è poco più che un pretesto per parlare d’altro. Certo, è il motore narrativo del film, ma potrebbe essere qualunque altra cosa, perché il centro della riflessione, antropologica appunto, risiede altrove.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Avendo letto qualcosa in rete del film di Mickle, intuivo che l’argomento venisse trattato in una prospettiva differente dal solito. E a infatti mi confermi quanto qui il cannibalismo sia un mezzo e non il fine, ragion per cui il clima malsano deve essere costruito con qualcos’altro che vada necessariamente oltre gli effetti prostetici…

        1. Giuseppe · · Rispondi

          E a infatti=E infatti

  3. Mulberry mi era piaciuto assai,tranne per l’uso eccessivo della macchina da presa a mano. Non ho visto Stake,ma ho amici che vanno matti per questo film
    Questo invece lo cerco subito sperando nella bontà del mulo e dei sub it. Mi interessa tantissimo il tema della famiglia,delle tradizioni,dello scontro feroce interno tra generazioni,i ruoli,le sottomissioni.
    ps: volevo suggerirti la visione di un grandissimo film,Daisy Diamond, l’hai visto? Per me è davvero stupendo.Non c’entra nulla con il post,chiedo venia,ma mi andava di suggerirti un ottimo film dopo che grazie a te ho visto quelle meraviglia di blackfish e leviathan
    ciao e buona giornata

    1. Daisy Diamond è stupendo.
      E la Rapace mi ha fatto paura quanto è brava

      1. è un film che ci metti tanto a dimenticare,anzi non ce la fai. Noomi davvero di una intensità devastante. Ecco,perchè amo il cinema nord europeo

  4. Ammetto di essere uno di coloro a cui è piaciuto Stake Land, secondo me Mickle e Damici riescono bene in alcune cose e in altre meno. Ma in quanto a costruire atmosfere malsane non li batte nessuno.

  5. LordDunsany · · Rispondi

    Ho visto il ruvido film di Grau, pensavo questo fosse poca roba; dopo il tuo commento gli darà un’occhiata…

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