Cinema degli Abissi – Leviathan (2012)

Leviathan
Regia – Lucien Castaing-Taylor, Verena Paravel (2012)

Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione” (Jean-Paul Sartre)

E adesso da che parte comincio? No, perché credo che questo sia il film più complicato di cui mi sia mai capitato di scrivere. Anche definirlo film è un bell’azzardo. Ma iniziamo con la parte facile, ovvero i ringraziamenti. Non sapevo neanche dell’esistenza di Leviathan prima di leggere questo post. Da fissata del mare quale sono, mi sono fiondata a cercare lo strambo oggetto lì descritto, l’ho visionato, sono stata male un paio d’ore e adesso eccomi qui, senza avere la più pallida idea di come affrontare il tutto.
Come scappatoia, mi rifugio nei dati tecnici, che sono sempre confortevoli. E si sa, noi tecnici ci divertiamo un mondo quando mettiamo le mani su un prodotto d’avanguardia come questo.
Go-pro. Tenete bene in mente il termine. La Go-pro è una telecamera recentissima (primo esemplare venduto nel 2004), di dimensioni ridotte, senza zoom e che può essere agganciata ovunque, o indossata da chiunque. Ha un peso minimo, va sott’acqua, ed è dotata di un grandangolo molto ampio.
Leviathan è un documentario girato piazzando decine di queste telecamerine su un peschereccio: attaccate ai giubbotti dei marinai, infilate nelle reti che calano in acqua, nascoste dappertutto, messe su un’asta che veniva scaraventata in acqua e poi lanciata verso l’alto e riprendere da angolazioni pazzesche il volo dei gabbiani.
Leviathan è un film (aridaje) che dieci anni fa non si sarebbe potuto realizzare. 

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Doveva essere un documentario su New Bedford, in Massachusetts, e sull’industria ittica di quella città. Ma poi Castaing-Taylor e la Paravel hanno spostato la loro attenzione sulla vita in mare aperto. Quando hanno trovato un peschereccio disposto a portare una donna a bordo, si sono imbarcati per un paio di settimane e sono tornati a casa con quest’opera incredibile.
Siamo abituati a pensare al documentario come a un genere molto ben codificato. Sappiamo già a cosa andiamo incontro quando decidiamo di vederne uno. Ecco, nel caso di Leviathan, dimenticate la concezione di documentario che avete in testa e preparatevi ad assistere a qualcosa di veramente inedito.
Niente voce narrante, niente musica, niente parlato (se si esclude qualche urlaccio incomprensibile dei pescatori e l’audio di un televisore fuori campo). E neanche uno stile assimilabile in qualche modo a quello del documentario.
I minuti iniziali di Leviathan rischiano addirittura di respingere lo spettatore: immerso in una notte in cui è difficile distinguere tra cielo e acqua, stordito e frastornato da una serie di dettagli strettissimi di cui a stento riconosce l’origine, impossibilitato a percepire il quadro d’insieme e, soprattutto frastornato dalla mancanza di una prospettiva chiara.
Perché la decisione di disporre le telecamere in ogni possibile pertugio della nave porta inevitabilmente a una frammentazione dei punti di vista. E il film si compone da sé, senza una guida, senza un centro, senza una direzione. Direi quasi senza l’uomo che decide cosa farci vedere, se la cosa non fosse impossibile. Dato che il lavoro di montaggio seguito alle riprese deve essere stato enorme. E tuttavia l’impressione è che dietro tutti quegli occhi sparsi per il ponte, nelle cabine, dentro le reti, attaccati allo scafo e infine sprofondati nell’Oceano, non ci sia nessuno.
Nessuno di umano, almeno.
leviathan_04

E qui andrebbe aperto un discorso molto approfondito proprio sul montaggio, perché se la tecnica di ripresa è volutamente caotica, diventa importantissima la scelta a posteriori dei tagli, dei piani e la manipolazione sonora e visiva in postproduzione.
Per esempio, e può sembrare cosa da poco, ma non lo è affatto, aver deciso di lasciare l’audio sporco e disturbato delle telecamere aumenta di tanto il senso di smarrimento, nonché la potenza immersiva di Leviathan.
Altro elemento fondamentale è l’aver privilegiato, per la prima metà del film, le inquadrature più strette, che si allargano mano mano che la visione procede.
La durata delle stesse inquadrature, a volte così prolungata da risultare quasi sfibrante, è un’altra scelta determinante: restiamo sulla scia del peschereccio, di notte, al buio, per diversi minuti, per esempio. O vediamo, in un dettaglio che dà vertigini e nausea, i muscoli delle braccia dell’equipaggio che aprono e puliscono il pesce in una serie di gesti ripetitivi e alienanti.
La visione di Leviathan è quindi un’esperienza visiva e sonora molto particolare. Neanche la consiglierei a chiunque.
Anche perché Leviathan non è né un documentario di denuncia sulla pesca e sulla devastazione condotta dall’uomo nei confronti del mare, né un’opera che vuole raccontarci le condizioni di vita proibitive degli equipaggi dei pescherecci.
Solo che qui si entra nel campo delle mere ipotesi, perché è molto più semplice dire cosa non è Leviathan, che  dare una definizione su cosa voglia davvero essere.

leviathan-2012_poissonvaetvientA me è parsa una fotografia molto cruda e dolorosa dell’indifferenza cosmica che presiede la vita di ogni creatura, terrestre o marina che sia.
Indifferenza che spesso sfocia nell’orrore.
Abbastanza tosto da digerire.
Fatica, sofferenza, morte, agonia. Per un’ora e mezza Leviathan ci sottopone a questo, senza mai concedere un solo barlume di speranza.
E perché dovrebbe?
Sul ponte della nave i pesci vengono fatti a pezzi con gli occhi fuori dalle orbite, eviscerati mentre ancora si muovono, tagliati in due e poi i loro resti gettati in acqua, a fare da banchetto ai gabbiani che accompagnano il peschereccio.
E gli esseri umani non è che se la passino meglio, in balia di quel mare così scuro, sempre agitato, che li sballotta da una parte all’altra dello scafo, con le ore scandite da una meccanicità di gesti e azioni spaventosa.
Persino un gabbiano fa una fatica bestiale a cercare di entrare nella cassa dove si dibattono i pesci appena pescati. Ed è costretto a rinunciare.
Non c’è pace, non c’è un secondo di respiro, manca persino la luce del sole.
L’esatto opposto di tantissimi documentari sul mare che ne esaltano il lato idilliaco. Chi lo conosce un minimo, sa che può essere una bestiaccia crudele, ma mai come in Leviathan è stato ritratto in questo modo: un inferno nero e vendicativo, dove ogni essere ha la stessa, identica e nulla, valenza.

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12 commenti

  1. “mare che non ti ha dato tanto,mare che ti fa bestemmiare!”
    Come cantava Bertoli. Ero convinto si trattasse del remake del film di Cosma..coso insomma. Invece che bella sorpresa! Che poi dopo quel bellissimo film di Black fisgh,qualsiasi consiglio tuo in questo ambito è fondamentale!
    Lo cerco e poi ti dico!

    1. Secondo me tu in particolare lo apprezzerai moltissimo 😉

  2. Madò Lucia… non ce la faccio, davvero. Se si potesse commentare dallo sciallo, giuro che gli avrei spammato il blog a manetta, alla faccia dei troll… XDXD
    Mi sono addormentato dopo dieci minuti. Non l’ho capito e non me ne vergogno; questa non è proprio roba per me 🙂

    1. ma io non credo sia un fatto di capire o non capire.
      Nel senso che credo sia un film fatto soprattutto di varie stimolazioni sensoriali.
      se ti colpiscono, ok, altrimenti sì, è una noia mortale.
      Tu devi anche considerare la mia fissa esasperata per il mare

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Sulle prime anch’io avevo pensato di essere stato colto di sorpresa da un remake del Leviathan di Cosmatos…invece questo Leviathan si presenta nella forma tutt’altro che documentaristica di un crudo e spietato resoconto di vita di (e sul) mare. Un mare completamente indifferente all’esistenza di chi pesca e di chi viene pescato…

    1. è un film molto, ma molto complicato da digerire. Non lo consiglierei a cuor leggero a tutti.
      Però c’è sicuramente tanto orrore.

  4. VOJO

    1. Si trova facilmente 😉

  5. Ok, questo non me lo devo perdere!

  6. Incredibile, non so se avrei il coraggio di vedere il film: sono contento che l’hai fatto tu così posso leggerne 😉

    1. È un’esperienza. Non so se la ripeterei perché mi ha messo un’angoscia mortale. Ma è davvero un qualcosa che difficilmente si vede in giro 😉

      1. Su Focus TV c’è un tizio che maschera telecamere da esca e le fa mordere dagli squali per studiarne l’interno della bocca… solo che gli squali se le pappano tutte! 😀

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