A prova di idiota

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Sapete qual è la domanda che viene posta più spesso in quel luogo strambo e per molti misterioso che si chiama moviola? Anche se non vi interessa, ve lo dico lo stesso: “ma se capisce ‘sta robba?” (rigorosamente con du B).
È una cosa normale, in sé. Dopotutto, gli snodi narrativi di un film non si decidono solo in sede di sceneggiatura, ma anche nel corso del montaggio. Capita spesso che l’ordine degli eventi, così com’erano su carta, venga cambiato, invertito, a volte addirittura stravolto. Non so come funzioni altrove, ma da qui da noi è così: “Perché non proviamo a spostare questa scena da qui a lì e vediamo l’effetto che fa?”.
A tal scopo, vi potrebbe capitare di vedere appesi nelle moviole dei cartelloni formati da tanti post-it quante sono le scene (quelli molto evoluti mettono addirittura uno screenshot per ogni scena. Io l’ho fatto un paio di volte, ed è uno sbattimento pazzesco, però fa sempre una bella impressione). Di solito si scrive il numero scena e una brevissima descrizione di quanto avviene nella stessa.
Esempio: sc. 35 – Eden lancia la granata in ascensore.
Quando si taglia una scena si fa una bella croce sopra al post-it. Quando la si mette in un’altra posizione rispetto alla sceneggiatura, si sposta il post-it e così si ha una visione globale del film a colpo d’occhio.
Perché vi sto spiegando questa roba noiosissima?
Perché il più delle volte si compiono questi spostamenti fino a quando il film non è, con certezza matematica, a prova di idiota.

La cosa, detta in questo modo, parrebbe quasi offensiva. Il problema è che non fa altro che fotografare una realtà di cui va preso atto e basta. Non so se anche anni e anni fa, prima che iniziassi io, era così. Ma oggi, ve lo posso assicurare, si vive nel terrore che il pubblico possa non capire, e quindi non recepire il film nel giusto modo, causandone il fallimento commerciale.
È ovvio, e sarei una pazza furiosa a negarlo, che se in un film c’è un passaggio narrativo confuso, se manca qualcosa, se si presentano dei buchi logici, è necessario e doveroso porre rimedio.
Non parlo di questo, parlo invece del fatto che ogni singola azione di un personaggio necessita di spiegazioni. E se il racconto non lo spiega a sufficienza, o lascia un minimo di ambiguità alla vicenda, ci mettiamo la voce fuori campo. E se non basta la voce fuori campo, ecco le didascalie che ti spiegano quello che sta vedendo. Sì, poi ci sono casi in cui i due fenomeni si presentano nello stesso istante.
Cerchiamo di focalizzarci su quanto ho appena scritto: c’è bisogno di qualcuno che ti spieghi le immagini sullo schermo. È un paradosso? Forse sì.
Ma esattamente, quando è successo che siamo diventati tutti cretini?

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Ed è un’involuzione che ha colpito il cinema nella sua globalità, non solo il nostro (anche se noi deteniamo un certo primato nell’idiozia conclamata, per carità, non ce lo toglie nessuno). Non è solo una tendenza riscontrabile in film pessimi, anche perché dire che sulle quasi tre ore di Hunger Games, almeno un’oretta è dedicata allo spiegone, sarebbe come sparare sulla croce rossa. Succede anche in buoni film, a volte ottimi. Pensate all’Evil Dead targato 2013. Io trovo piuttosto singolare che gli sceneggiatori abbiano ritenuto necessario trovare un’arzigogolata motivazione per cui il gruppo di ragazzi si ritrova nella famosa casetta nei boschi. Trovo singolare che si siano voluti aggiungere background pretestuosi ai personaggi (droga, famiglie sfasciate) e che a qualcuno sia venuto in mente di inserire un prologo per spiegare (arieccolo) che, se a qualcuno magari fosse sfuggito, in quei boschi ci sono i demoni cattivi.
E si possono fare esempi a non finire: Insidious 2 non è altro che uno spiegone dei punti oscuri del primo capitolo.
Oppure, la moda dei prequel, con l’unica utilità di dare spiegazioni su fatti che già conosciamo. Prendete The Texas Chainsaw Massacre: The Beginning, in cui addirittura ci viene raccontata la nascita di Leatherface, ovviamente mefitica, puzzolente e laida. Il rischio di non arrivarci da soli, al fatto che poi lui diventi un assassino, era fin troppo elevato.
Per non parlare della differenza tra l’Halloween originale e la sua versione firmata da Rob Zombie: per dirci quello che Carpenter ci diceva in una scena di pochi minuti, Zombie impiega mezzo film.

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A parte incentivare la mancanza di attenzione, di immaginazione e di partecipazione nello spettatore, già di per sé un danno molto grave, questo modo di impostare il racconto per immagini ha anche un’ulteriore e nefasta conseguenza, quella di cancellare qualsiasi traccia di ambiguità dai film. E, per il genere di cui ci occupiamo qui dentro, è una sciagura.
Se non lasci spazio al non detto, al non espresso, o anche solo a un elemento di oscurità in una storia dell’orrore, si può sapere, di preciso, cosa mi stai raccontando? Il fantasmino che fa bubbusettete? Il maniaco con motosega che squarta fanciulle il più possibile discinte?
Ed ecco perché l’horror ha smesso di fare paura, o anche solo di lasciare in chi lo guarda un briciolo di angoscia. Non farsi domande è rassicurante. Le certezze sono rassicuranti. Una bella storia di paura dovrebbe toglierti le certezze e lasciarti con delle domande.
Oggi invece sembra quasi che si vada a vedere un horror per venirne rassicurati.
Tanto è a prova di idiota, no?
La faccenda si tinge di surreale quando si considera come il voler spiegare ogni cosa per filo e per segno sembra andare in completa controtendenza con il linguaggio iperveloce a cui siamo abituati. Contraddizione apparente: da un lato ci arriva un bombardamento di immagini, così non ci focalizziamo troppo sui dettagli, sia mai che ci si chieda un briciolo di concentrazione, dall’altro possiamo evitare di preoccuparci, che poi tanto ci spiegano tutto e, di nuovo, non dobbiamo sforzarci.
Il tutto si può ricondurre a due parole: fruizione passiva.
Via l’ambiguità, e con lei tutti quei fastidi etici, il bene, il male, le sfumature, e che palle.
Netta distinzione tra buoni e cattivi, senza possibilità di dubbio (anche lì, sei un idiota, il messaggio deve essere chiaro, altrimenti pare che non si diano buoni modelli ai giovani).
Tutto però, mi raccomando che è importantissimo, mascherato da cinismo ammiccante, cattiveria di facciata, tanto è per ridere, che vuoi che sia. E questo tipo di cinismo non è che l’altra faccia della medaglia di quello che si chiama, con un termine che a me non piace, ma mi serve per non fare confusione, “buonismo”.
E noi ce ne stiamo lì sereni e soddisfatti ad assorbire (sempre più passivi) decine e decine di prodotti a prova di idiota. E, in tutta questa dilagante idiozia, ciò che passa e, per Cthulhu nostro signore, attecchisce è la reazione più bieca ed estrema, trasfigurata e santificata dall’intrattenimento.
E io, lo sapete tutti, adoro l’intrattenimento.
Per questo motivo, oltre che a fattori puramente emozionali, Cloud Atlas è il film dell’anno: ha l’ambizione sfrenata di intrattenere, far pensare, commuovere senza spiegarvi un cazzo di niente, branco di imbecilli. E se volete significati e morali, siete pregati di cercarveli da soli. Basta stare un po’ attenti.

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35 commenti

  1. Senza lo spiegone si sentono persi. Qualcuno deve dir loro perché il protagonista è lì, ma glielo deve dire chiaro e tondo. Oppure devono vedere la conclusione nella sua totalità, mica come in Prisoners che li ha mandati tutti in palla sul finale.

    1. E se vanno in palla perché non capiscono, poi si arrabbiano anche e stroncano il film, perché ormai lo spiegone è dovuto.

  2. Ottimo post, veramente! A parte che è sempre interessante capire come funziona un mestiere, e il modo migliore è farselo raccontare da chi lo svolge quotidianamente, è interessantissima e, in un certo senso, urgente la riflessione che porti avanti. La fruizione passiva è uno dei nemici mortali di questi anni. E’ cominciata con la diffusione della televisione utilizzata come baby sitter per i bambini che hanno cessato di sviluppare la fantasia giocando in autonomia e sono cresciuti subendo la visione, per poi arrivare al cinema che è diventato sempre più semplicistico, eliminando quasi completamente la riflessione e la discussione che dovrebbe seguire qualsiasi visione. Pensiero e riflessione pare che oggi siano sinonimi di seghe mentali ed è triste osservarlo un po’ ovunque.

    1. Grazie 😉
      Il punto è, parafrasando il solito La Storia Infinita, è facile dominare chi non capisce niente, e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere

  3. Mi domando come, alla visione di Cloud Atlas, molti cervelli non siano violentemente esplosi.
    Dobbiamo provare una visione in loop:
    Cloud Atlas, Pulp Fiction, Le iene e vedere cosa succede 😀
    E si, lo sai che ho adorato Cloud Atlas *O*

    1. succederebbe una roba tipo scanners 😀

  4. È una disperazione. Non capiscono nulla, e lo so perché anche il mio blog è invaso da chiavi di ricerca imploranti la spiegazione di quasi tutti i film di cui tratto, anche i più scemi.

    Per non parlare di altro… ché poi divento davvero antipatico.

    1. non capiscono nulla perché sono stati educati a non doversi sforzare di capire nulla.
      miseria e desolazione

  5. Capisco perchè non fanno fare più film a Paul Verhoeven e David Lynch,e Silent Hill nei videogiochi e caduto in disgrazia questa malattia si chiama mainstream.
    E proprio come quel film con Luke Wilson diventeremo più stupidi………….

    1. ma infatti non è un caso se l’ultimo film di Lynch risale al 2006…
      solo che un tempo amche il mainstream era meno a prova di idiota

      1. Si il buonismo a tutti i costi ammorba lo spiegone uccide di fatto il film,e per ultimo mettendo attori troppo belli e lucidati infine uccidono l’immedisimazione,infatti ho visto di recente il remake di Ammazza Vampiri(Prom Night e quello ha ucciso me………………

  6. moretta1987 · · Rispondi

    Piacerebbe molto anche a me sapere quando il pubblico si è cosi rincretinito,io ricordo uscendo dalla sala commenti simili in merito a 30 Giorni di Notte con gente che stroncava il film perchè non spiegava da dove venivani i Vampiri.

    1. No, ma davvero avevano bisogno di spiegazioni per 30 giorni di buio?

  7. Avrei tolto giusto un pochino di retorica a Cloud Atlas. Le frasone a effetto intendo (la goccia nel mare, roba da Coelho). Diciamo che erano queste una forma di spiegone castrato.
    Poi per gli “oh, ma mi spieghi che non ho capito” potremmo aprirci una rubrica settimanale.
    Laggente vuole l’approfondimento (altra parola carica di sofferenza. Mia.)
    Esempio: I Bambini di Cold Rock, commento:”Eh avrei tolto tutto il fango e la pioggia, avrei messo più approfondimento psicologico.”

    1. La battuta sul mare fatto di gocce è presa dal romanzo.
      È roba alla Mitchell, più che alla Coelho 😉

      1. Eddai, però, sono giorni che incappo nelle maestrine a tempo perso.
        Non per odio di precisione, lo dico per economia del discorso.
        Con serenità, davvero :>, perché ti seguo e so cosa scrivi; trovo inutile specificare che la frase di Mitchell (che suona alla Coelho, o da Bacio Perugina) sia una fedele citazione. Il discorso è su quanto può pesare la retorica su un film. E se può valere come una sorta di spiegone, un surrogato minuscolo pur di non lasciare l’idiota di turno senza minime indicazioni.
        (e parlo di un film che mi è piaciuto, così evito magari l’intervento di eventuali talebani)

        1. Non me ne parlare, Marco: io sono anni che incappo in gente priva del senso dell’umorismo – la rete sta diventando infrequentabile 😀

          Ma non credo che l’uso della frase di Mitchell valesse come spiegone – né nelle intenzioni degli sceneggiatori (ma lì rimane una mia ipotesi) né nella realtà dei fatti, o non ci sarebbero persone che cercano in rete “Cloud Atlas spiegazione”.

    2. Ma a me la retorica, quando non è eccessiva, non procura nessuna forma di fastidio. Trattando certe tematiche può anche venire spontaneo un briciolo di retorica. Ogni tanto, anche esporsi in quel senso può rappresentare una specie di controtendenza rispetto al cinismo di cui parlo in coda al post.

      1. Sì, riconosco che ci stava bene un briciolo di retorica – e ci stava. È che montaggio, inquadratura, frase, il complesso, in quel caso specifico, mi è sembrato davvero un’incudine gigante.
        In altri frangenti era fluita più agilmente.

  8. Fruizione passiva e, aggiungerei, massificazione del prodotto/film. Tutti DEVONO vederlo, attraverso i tanti canali disponibili (cinema, dvd, streaming, paytv) ma non sono affatto obbligati a giudicarlo, purchè in qualche modo lo abbiano pagato.
    L’horror non è il mio genere ma penso che il discorso si possa estendere facilmente a gran parte della produzione cinematografica degli ultimi anni.

    1. Però il cinema d’autore ne è piuttosto immune. Il cinema di genere, destinato a un pubblico un pochino più vasto, è più esposto a questo tipo di appiattimento.

      1. “Prodotto di nicchia” vs. “Prodotto di massa” ovvero film destinati a chi vuole VEDERE vs. film destinati a chi vuole passare il tempo. Non sono granché cinefilo ma il paragone sembra reggere e applicarsi anche ad altri beni materiali, che siano macchine, telefonini o scarpe. “It’s the market, baby” 🙂

        1. Sì, ma il problema è che il cinema è sempre stata intrattenimento. è che ultimamente la qualità dell’intrattenimento è calata.
          Ed i film sono sempre stati girati per essere venduti. E io sono una fautrice del cinema commerciale. Perché prodotto non di nicchia non vuol dire necessariamente prodotto per poveri gonzi.
          Il concetto che vorrei far passare è proprio questo.

          1. Sono d’accordo. La mia impressione è che il calo di qualità sia legato (anche) all’aumento dell’offerta. Si fanno tanti film, magari in tempi stretti per poterli mettere in sala in periodi specifici (Natale o Ferragosto, per esempio), ci si appoggia agli effetti speciali o alla star di tendenza per poter fare a meno di una storia forte. In queste condizioni diventa più difficile tirare fuori un “bel” film, rifinito e studiato.

  9. volevo solo dire che concordo e dico la stessa identica cosa da sei anni a questa parte.
    Proseguo dicendo Cloud Atlas poteva anche essere meno didascalico sul finale – perché sotto sotto la principale lamentela a fine film che ha sollevato una mia amica è stata: perché cavolo mi hanno dovuto spiegare di cosa parlava il film? Questo è un film sull’amore, questo è un film sulla libertà etc etc etc. non sono mica scema.

    In effetti ha infastidito anche me che sapevo cosa andavo a vedere e per certi versi me lo ha resto anti-climatico – un po’ come il Walter Mitty, tutto cade al posto giusto!
    Non era necessario.

    1. Sì, la voce fuori campo sul finale è un peccatuccio di fronte a un film che vuole essere criptico a bella posta. Fatto sta che, sia a me che ad altri vicini di blog che hanno parlato del film, sono capitate chiavi di ricerca imbarazzanti.
      L’anno scorso, la chiave di ricerca più usata su questo blog (centinaia di click, quindi) è stata:Cloud Atlas significato.
      Quindi non ci hanno capito un cazzo.
      E benvenuta da queste parti

  10. Articolo splendido.
    Magari la mia è una provocazione ma provo a ribaltare la domanda di fondo: sarà che siamo diventati tutti scemi proprio a causa del progressivo aumento dello spiegone?

    Insomma, il “fruitore medio” fruisce e apprezza il “prodotto medio” perchè sa che troverà lo spiegone, perchè nel corso degli anni, progressivamente, gli autori hanno istradato il fruitore verso una semplificazione massiccia.

    Che ci ha condotti alla stupidità.
    Quindi è vero che noi siamo scemi, e abbiamo bisogno dello spiegone per sentirci appagati. Ma l’origine del male, paradossalmente, non sarà proprio di chi ha abusato dello spiegone – che di conseguenza impedisce al neurone di circolare?

    1. No, nessunissima provocazione. Me lo sono chiesto anche io più volte. Ora non ricordo bene in quale post recente mi sono chiesa se Hollywood abbia allevato consapevolmente una generazione di rincoglioniti.
      Forse si è andati di pari passo, una specie di fenomeno incontrollabile che è passato dal pubblico ai produttori e viceversa, con concorso di colpa di registi e sceneggiatori.
      Vero è che, se una ventina di anni fa le storie erano semplici, ma mai e poi mai spiegate nei dettagli (mi viene in mente la differenza tra L’Implacabile e il suo cugino scemo Hunger Games), oggi sono inutilmente arzigogolate ma spiegatissime e telefonatissime.
      E allora siamo diventati scemi mentre il cinema diventava idiota.
      E sarebbe interessante andare a vedere quando è esattamente iniziato il tutto.
      Per l’horror, io vedo il giro di boa nel 2003, con l’uscita del remake nispeliano di Non aprite quella porta.

      1. Ecco, volevo aggiungere proprio questa considerazione al mio commento precedente. Il film con lo spiegone ti esenta dallo sforzo di capire; meno ti sforzi e meno vorrai farlo in futuro. E quindi vorrai altri film con lo spiegone, magari ancora più ampio. È un cane che spiega a se stesso come mordersi la coda, poi se la morde, infine spiega agli altri cani perché se l’è morsa.

  11. narratore74 · · Rispondi

    Per colpa di questo non posso più andare al cinema…
    Il problema è che ci stanno indottrinando a non fare domande, a guardare senza chiedere e farci andare bene le cose, perché tanto non c’è altro.
    Proprio oggi ho recensito Il giorno dei Trifidi, in cui Wyndham non spiega un beneamato nulla… vorrei vedere cosa ne penserebbero i registi odierni. u_u

    1. Ah, oggi se dovessero fare un altro film da Il giorno dei Trifidi ti farebbero sei ore e mezza di prologo per spiegarti cosa è successo…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        …e, aggiungo, dando per scontato nel caso specifico che tu, odierno spettatore disinformato da rassicurare ad ogni costo, di Wyndham non abbia mai letto nulla nemmeno per sbaglio. Così, con un bel prologo ad hoc, si può fare ancora più danno. E comunque no, per il tipo di spettatore di cui sopra Cloud Atlas non è certamente consigliato 😦
        Post impeccabile, direi un più che nitido screenshot 😉 della situazione attuale, e non posso che trovarmi d’accordo con quel micio imbronciato lassù. Anzi, ti dico che a volte -visto l’andazzo- mi verrebbe quasi voglia di lucrarci sopra e propormi come esperto di spiegoni online a pagamento…

  12. Carissima, complimenti:ottimo articolo. In particolare ho amato parecchio la parte in cui spieghi il tuo lavoro. Reputo sia una cosa importante e utile. Dovresti proprio scrivere un libro sul mondo del cinema visto dalla tua ottica e ora che ho messo a posto il mio e reader sicuramente lo comprerei
    Per il resto concordo: una passività disarmante. Una disciplina al farsi trasportare per mano lungo sentieri che nulla hanno del mistero,della scoperta, della riflessione. Non per niente il mio blog l’ho chiamato proprio Lo Spettatore Indisciplinato,per dar l’idea di una visione sempre attiva ,magari soggetta a cazzate immani, ad errori epocali,ma mai subalterna alle logiche del delirio collettivo.

    ps: ho scaricato Cloud Atlas, voglio visionarlo obiettivamente. Il fatto che riscuota consensi vorrà pur dire qualcosa, nel caso farò anche la dovuta autocritica.
    Nel frattempo ti saluto, ti auguro una buona serata e un soddisfacente week end.

    ps 2: domani vado a veder Capitan Harlock , che ne pensi?

    1. Ma io sono un tecnico…non potrei mai fare una cosa del genere dal mio punto di vista. Sarebbe di una noia mortale e la gente me lo tirerebbe dietro.
      Non credo che lo vedrò Capitan Harlock. Non mi interessano moltissimo i film girati con quella tecnica. problema mio.
      Domani in compenso, vado a vedere Virzì di cui si dicono meraviglie.

      1. Ti dico solo che in Brianza vi è un’aria allegra tipo Wicker man nei confronti di Virzì. Il giornale locale più letto- il cittadino ha riempito pagine di invettive sul film-ma la cosa bella è che siamo così.
        I reazionari che si incazzano perchè vengono descritti come reazionari mi fanno tanto ridere .

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