Pucciosità natalizie: La Storia Infinita

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Se negli anni passati mi sono occupata di horror ambientati nel periodo natalizio, quest’anno vorrei cambiare programma. I motivi sono molteplici: un po’ sto cominciando a esaurire la lista di film (almeno di quelli trovabili, ché ce ne sono alcuni misteriosamente scomparsi nell’oblio), un po’ sono stufa di parlare di assassini mascherati da Santa Claus e, soprattutto, parlare di Spielberg e di Ai Confini della Realtà, un paio di giorni addietro, mi ha gettato in uno stato di nostalgica prostrazione. E mi ha fatto venire voglia di rispolverare i film della mia infanzia, quelli che segnavano le mie maratone cinematografiche natalizie quando ero piccina.
Chi mi legge da un po’ sa che La Storia Infinita è il primo film che ho visto al cinema. Ovviamente è impossibile che si tratti davvero del primo: è stato preceduto da una serie di cartoni,  i soliti della Disney, con allegati traumi infantili relativi a foreste che all’improvviso si animano e ti inseguono.
In realtà è stato il primo che ho voluto, con tutte le mie forze, andare a vedere. Ho frantumato le palle a mezza famiglia. Adesso non ricordo con precisione se a causa di un trailer, di uno spot televisivo o della colonna sonora ascoltata per caso un pomeriggio davanti alla tv. Fatto sta che il film di Wolfgang Petersen è stata la mia prima scelta cinematografica consapevole.

Imdb mi viene in aiuto e mi dice che il film è uscito in Italia nel dicembre del 1984. Avevo sei anni. Non che ci interessi granché, però…però adesso ho una data precisa a partire dalla quale la mia vita è cambiata per sempre.
All’epoca non sapevo che La Storia Infinita era tratto dal romanzo di Michael Ende, non sapevo che lo scrittore, insoddisfatto del risultato, si era rifiutato di far mettere il suo nome nei titoli e non sapevo neanche che si trattava del film più costoso della storia del cinema tedesco.
Ho letto il libro qualche anno dopo. E sì, forse Ende non aveva torto.  Ma questo non ha scalfito neanche di un millimetro il mio amore incondizionato per il film.
Nei primi anni ’80, alcuni passaggi del romanzo erano praticamente irriproducibili su pellicola. I tagli sono stati necessari. E poi, sì, manca tutta la seconda parte della storia. Ma basta dare un’occhiata al seguito uscito nel 1990 per rendersi conto di quanto sia complicato, se non impossibile, portare su uno schermo la complessità di un romanzo del genere. E infatti il secondo film è una merda cosmica.

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Non credo di essere stata l’unica, dopo aver visto l’opera di Petersen, ad aver obbligato i miei genitori a comprare il libro, pena ore e ore di lacrime e strilli.
Che poi, coincidenza curiosa, la mia copia del romanzo di Ende (l’edizione Longanesi, con la copertina rossa e i caratteri a colori differenti, rossi e verdi) è stata acquistata in una libreria di Porto Ercole che si chiama proprio La Storia Infinita. Esiste ancora, quel posto. E quando ci passo davanti mi viene sempre un brividino.
Non so quantificare le volte in cui ho visto il film di Petersen. Credo che potrei recitarlo a memoria, battuta per battuta. Se lo ripassano in tv lo guardo ancora. Sempre. E, come la povera imbecille che sono, mi commuovo, emoziono e spavento agli stessi punti.
Io so che è molto banale da dire, ma capita di essere segnati in maniera indelebile da un’esperienza cinematografica. Soprattutto se la si vive quando si è molto piccoli. E i film per ragazzi di qualche decennio fa avevano questo potere, di restare impressi nell’immaginario con una potenza che molto spesso sfugge ai loro omologhi contemporanei. Forse dipende dalle storie che vengono narrate, ma (ed è dimostrato sul campo, non è una semplice ipotesi) se mettete un bambino, oggi, davanti a La Storia Infinita, resterà incollato allo schermo per 102 minuti e alla fine vi chiederà un fortuna drago.
Nonostante le ingenuità sparse, nonostante gli effetti speciali (non tutti, solo alcuni) che iniziano a mostrare un po’ la corda, si tratta di un film che ha mantenuto intatto il suo fascino e il suo elemento magico. Non è invecchiato. Non invecchierà mai.
Che poi, di cosa parla veramente La Storia Infinita?
Di un bambino che legge un libro, trovato per caso e sgraffignato da una libreria mentre scappava dai bulli della scuola.
Un bambino qualunque, magari un po’ solitario e triste. Ma privo di doti particolari. Tutto quello che sappiamo di Bastian è che ha perso la mamma e che gli piace leggere.
Ah sì, e che disegna cavalli sul quaderno (“unicorni, erano unicorni quelli”) invece che seguire la lezione a scuola.
E può essere vero che Petersen ha preso la parte più facile e immediatamente comprensibile del romanzo di Ende, ma quello che è riuscito a trasmettere a milioni di ragazzini di ogni generazione non è da sottovalutare.

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Si tratta, credo, del potere enorme che scateniamo tutte le volte che apriamo un libro e iniziamo a leggere. Un potere che ognuno di noi possiede. Un potere che ci rende liberi e ci permette di confrontarci con una realtà spesso oscura e dolorosa, rendendola più sopportabile.
E il filtro messo dall’immaginazione non toglie nulla di quell’oscurità e di quel dolore. Nel regno di Fantasia accadono cose orribili e si muore. Artax sprofonda nelle paludi della tristezza (non vi sto a raccontare la mia reazione la prima volta al cinema, che poi negli anni non è cambiata di una virgola), il Mordiroccia si lascia sfuggire i suoi amici e li perde (“si direbbero  delle mani grandi e forti, non ti sembra?”), Atreyu stesso gira per lo più a vuoto e si trova sul punto di fallire la sua missione e perdere tutto.
È assente, ne La Storia Infinita, la tendenza a edulcorare gli aspetti spiacevoli dell’esistenza che invece sembra quasi un passaggio obbligato nel cinema per ragazzi odierno. Petersen non si preoccupa di spaventare o di far piangere i suoi spettatori. Fa coesistere dramma e ironia in modo del tutto armonico: Morla subito dopo la fine di Artax, Enghivuch e il cavaliere che viene fulminato, il ruolo prima comico e poi tragico del Mordiroccia. Essendo un film per bambini, è evidente che tutti i momenti più forti della pellicola vadano stemperati con un sorriso. Ma non ne viene mai e poi ammorbidito l’impatto, come del resto non si censurano morte e sofferenza e non viene nascosto il lato malvagio e mostruoso del regno di Fantasia.
La capacità di venire a patti con tutto questo era una cifra comune a un certo tipo di cinema “per famiglie”. Cosa che oggi, a parte rarissime eccezioni, è andata perduta, cambiando il significato dell’intrattenimento, per  trasformarlo in qualcosa che ci impedisca di pensare, ci disconnetta completamente dalla realtà per un paio d’ore. Due ore passate davanti a uno schermo e poi subito dimenticate.
Se il cinema di intrattenimento  per ragazzi dei tempi che furono cercava (non sempre riuscendoci) di stimolare pensiero e immaginazione, quello di oggi li violenta e li spegne.

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“Perché è più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere”.
Concetto semplicistico?
Forse. Ma inseritelo nella coscienza di una ragazzina di sei anni e poi lasciatelo lì, a crescere e svilupparsi.
Può essere tra i tanti semi di un pensiero autonomo e indipendente. Può rappresentare una spinta, un impulso a cercare, a non accontentarsi e, perché no, anche a creare qualcosa di proprio, per contribuire alla battaglia che, da secoli e secoli, i narratori di storie fantastiche combattono contro il Nulla.
Certo, da piccolo non te ne rendi neanche conto. Sei lì, incantato davanti al volo di Falcor e per tutta la durata del film non esiste altro se non quelle immagini, quella musica, quei pupazzi e quei personaggi.
Però il cinema, almeno credo, è basato sulla fiducia. Si stabilisce un rapporto diretto tra te e la storia che ti stanno raccontando. E se si riesce a fidarsi della storia, anzi, se ci si affida completamente alla storia e non se ne esce mai, quella storia resta dentro di te per sempre e la tua fiducia non la tradisce, perché non ti abbandona mai.
E una volta cresciuti, quando diventa più complicato credere che un giorno salirai anche tu su un FortunaDrago, ti rimane comunque il ricordo di quell’incanto. E, se ti sforzi un pochino, puoi avere persino la fortuna di riviverlo e tornare a crederci di nuovo.

Musica. Tutta. Perché sì.

26 commenti

  1. Solo per dire che ho la tua stessa edizione del libro. Ed è uno dei primi libri che ho letto e di quelli che, per anni, sono stati i miei preferiti. Quello e Il meraviglioso mago di Oz. Li ho letti e riletti entrambi e consumati da quanto li sentivo miei. Anche il film mi piaceva tantissimo ma adesso è davvero molto tempo che non lo rivedo. Forse varrebbe la pena rimediare 🙂

    1. Quell’edizione era splendida. Con la copertina di stoffa e l’Aurin inciso sopra.
      Io ogni tanto mi rileggo il libro, non ne posso fare a meno Mi ha segnata troppo.
      E il film, bè…una volta ogni due anni devo rivederlo.

      1. Bella la coincidenza della libreria…ma chissà, forse non è solo una coincidenza, e magari Falcor è li da anni che ti sta aspettando chiedendosi quanto ci metti ad arrivare 😉
        Recensione questa tua capace di creare un’empatica nostalgia per un grande film, con grande storia -nonostante l’ovvio ridimensionamento rispetto alla fonte letteraria- e personaggi memorabili, il tutto condito da effetti speciali all’altezza…del resto, a questo proposito posso ben considerare Brian Johnson alla stregua degli eroi della mia infanzia, così come il compianto Derek Meddings che lavorò nel meno entusiasmante seguito (capace ancora di brillare di luce propria, se messo a confronto con quella inutile cagata rappresentata dallo sprofondante terzo capitolo).
        P.S. Ti confermo quanto riporta Imdb, perché io ebbi la fortuna di andarlo a vederle in prima visione, in quell’ormai lontano lontano dicembre del 1984 😉

        1. Errata corrige: andarlo a vedeRE!

        2. Guarda, mi ci portò mio nonno a vederlo. E io obbligai a turno genitori, altri nonni e parentame vario a riportarmici fino alla nausea. Non so neanche quante volte l’ho visto al cinema.
          e poi, all’epoca si poteva restare per due spettacoli di fila. E io rimanevo sempre 😀

          1. Giuseppe · ·

            Che bei tempi quelli dei due spettacoli di fila 😀 , e quanto mi mancano oggi…

  2. Ecco ora ho una voglia incredibile di vedere La storia infinita!

    1. E rivediamolo!!!

      1. Rivisto! 🙂

  3. LordDunsany · · Rispondi

    Avevo qualche anno in più di te quando lo vidi pure io al cinema 🙂 Non mi fece impazzire (mi colpì maggiormente Labyrinth), però leggere il tuo post è stato (come sempre) un grande piacere!

    1. Labyrinth anche è tra i must della mia infanzia. E conto di rivederlo a breve 😉

  4. moretta1987 · · Rispondi

    Non l’ho mai visto al cinema ma era uno dei cult preferiti miei,di mio fratello e dei miei cugini quando eravamo piccoli e lo guardavamo sempre ogni volta che lo davano in televisione (quando ci regalarono la videocassetta la consumammo a forza di vederla).Non ho mai letto il libro invece pur avendone una copia.

    1. Quindi è vero che il film fa presa anche su generazioni successive alla mia. E tu ne sei la prova vivente 😀

  5. Comunicazione di servizio: vale lo vediamo insieme un sabato!
    Molto bella questa tua recensione, perchè tocchi un punto importante cioè quello del film che non svanisce con i titoli di coda,ma rimane con te.
    Io amo profondamente questo film, visto a scuola alle elementari durante l’ora di cinema- avevo visto anche la Collina dei Conigli altro capolavoro per piccini – e mi ero immedesimato in Bastian. Tanto.
    Ho il libro ,che mi sa hanno tutti quelli della nostra età,e guarda solo a leggere la fine penosa del povero Artax piagnucolo alla grande. Ecco,se un film riesce a commuoverti ancora così tanto vuol dire che è davvero una piccola eredità da lasciare ai nostri figli,nipoti,ai bambini che verranno..

    1. Io credo che tutto risieda nella forza della storia che si va a raccontare.
      E questa storia è potentissima.
      E non mi far pensare ad Artax!

  6. Neverendin stooooriiii, aahhaahaaahha!
    Non mi trattenevo più…

  7. Applausi, Lucy! 😀
    Adoro anch’io questo film.

  8. Tutto anch’io! Primo film non animato al cinema, alla stessa età.Stessa edizione Longanesi. Ende si è poi trasformato in uno dei miei autori psichedelici di riferimento. Consiglio vivamente a tutti di cercare le sue opere meno infanti, meravigliosamente Borgesiane.
    Sottoposto alla mia prole in medesima fascia di età. Alla sigla finale si piangeva a fiumi entrambi.

    Quanto mi piace questa tua svolta non horrorifica !

    1. ahahahahah! è divertente scoprire quante esperienze si hanno in comune 😀
      ci sono i riti di passaggio obbligati, evidentemente. Seguo volentieri il tuo consiglio su Ende. E mi faccio un giretto su Amazon.
      Ma l’horror resta comunque in cima ai miei pensieri, solo che ultimamente non trovo moltissimo da vedere e da recensire e quindi cerco di allargare il campo.
      Sono felice che ti piaccia!

      1. Ma lascia le giungle centramericane e vai in una rivendita di carte!

        ( E meglio non commenti sul perchè tu trovi ormai poco da vedere…. :P)

        1. No, no, no. Io le librerie ho smesso di frequentarle da un paio d’anni e vivo molto, ma molto meglio.

          1. O_O

            Che librerie frequentavi prima? Mondadori e Feltrinelli?!?!?!?!

  9. […] funziona benissimo così com’è. L’ho rivisto ieri, trasmesso da MTV. Tra parentesi: vi consiglio di leggere un recente articolo di Lucia Patrizi, che dice tutto quel che c’è da dire sulla pellicola di Wolfgang Petersen. C’è […]

  10. Vidi il film a 10 anni. In quella metà mitica degli anni ’80 dove la nostra infanzia si stava trasformando in adolescenza. Credo di non aver invidiato nessuno come Atreiu. Un film nel quale non c’era sentimento noi maschi invidiavamo le fattezze e il coraggio di Atreiu e le bambine anche. Quando lessi il libro di Ende però (dopo aver letto Momo che io ritengo il suo capolavoro) mi resi conto da solo che il film era mediocre e compresi ciò che stava dietro al progetto originale. Lo sto rileggendo ora alle mie figlie scoprendo concetti che mi porto dietro da anni. E’ sorprendente come avessi potuto dimenticare la loro fonte. Io credo che le critiche di Ende al film non riguardassero gli effetti speciali (probabilmente ne era consapevole pure lui dei limiti) ma soprattutto l’impianto concettuale che si manifesta con maggior forza in una seconda parte che scivola a poco a poco in un’impotenza disarmante. Quello che non capii quando lessi il libro fu la mancanza di un progetto cinematografico globale sull’intera opera con due film girati quasi contemporaneamente. Probabilmente mancavano le idee finanziarie sul come sopportare un simile progetto che sarebbe stato senza dubbio grandioso. Uno dei pochi successi rimane la trasposizione del Signore degli anelli dove non si può che ammirare il lavoro totale (sceneggiatura, casting, effetti speciali, continuità, fedeltà) fatto da tutti gli interessati. Ora Ende è morto ma se non altro ci rimangono le sue opere che, se lette, sapranno trasmettere sempre qualcosa di intenso. Anche il film ma questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta, scriveva Michael.

    1. Non ho detto che Ende ha criticato gli effetti speciali. Ho detto che all’epoca la seconda parte era praticamente irriproducibile sullo schermo. E non credo si possa paragonare un colosso americano realizzato con tutti i mezzi a disposizione e allo stato dell’arte, con un film europeo dei primi anni ’80

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