My Little Moray Eel – 32

Copertina Moray

SILENCE AT THE BOTTOM OF THE WELL

Novembre 2016: i principali porti in ogni parte del mondo, turistici e commerciali, vennero chiusi uno a uno e il traffico di merci via mare ridotto all’osso. Le navi riposavano sui grandi moli di cemento. Solo poche tra loro si avventuravano nell’oceano e sempre sotto scorta.
Pescherecci, traghetti, cargo, petroliere. Cadaveri abbandonati ad arrugginire.
Il mare era diventato un campo di battaglia, solcato da portaerei che neanche un gruppo di murene era in grado di affondare, spazzato dalle pale degli elicotteri in volo radente, sfregiato dalle esplosioni e butterato dai relitti.
Mentre i primi granchi meccanici entravano in produzione e venivano mandati a pattugliare le coste, le piccole città in prossimità dell’acqua venivano lasciate a loro stesse. Evacuarle tutte non si poteva. Chi riusciva ad andarsene per conto suo trovava rifugio nell’entroterra. Gli altri rimanevano a casa, sperando di riuscire a respingere gli attacchi notturni delle creature.
Quelli degli abissi sapevano nascondersi bene. Sparivano a migliaia di metri di profondità, dove era quasi impossibile andare a colpirli.
I batiscafi non erano sicuri, le murene li ingoiavano interi e i sottomarini armati andavano bene per le acque più basse.
Era necessario raggiungere i covi di quegli esseri e distruggerli. Su questo tutti erano d’accordo.
La nave dove viveva Sara era solo un piccolo tassello di un’unità di crisi che comprendeva laboratori e centri di ricerca di tutti i paesi europei. Piccolo e insignificante, almeno fino a quando Florenzi non aveva scovato Sara tramite il filmato registrato nel commissariato di Fregene.
A quel punto era nato il progetto “Ariel”. Se Sara lo avesse saputo, sarebbe morta dalle risate. Suo padre l’aveva sempre chiamata “la mia sirenetta”.

relitto

Carlo le tese la mano dalla plancetta del motoscafo. Sara si tolse la cintura dei pesi e la passò al sommozzatore. Poi si sfilò le pinne, le lanciò oltre il bordo della barca e si issò sulla scaletta, con ancora le bombole sulla schiena.
“E andata bene, no?” chiese.
“Andiamo a vedere.”
Entrarono in cabina, gocciolando dalle mute sul pavimento.
Florenzi e il tecnico guardavano fissi un gruppo di monitor.
“È ancora qui intorno” disse Florenzi, girandosi verso Sara “Però sta scendendo. È velocissima.”
“Quindi la sonda funziona.”
“Alla perfezione, direi. Sei stata brava” allungò una mano e le fece una carezza sui capelli. Sara si irrigidì. Florenzi ritirò la mano e tornò a guardare i monitor.
“Era enorme” disse Carlo “Un bestione di almeno quindici metri. E sembrava un agnellino in acqua con questo scricciolo.”
Sorrise a Sara, che ricambiò. Le stava simpatico. Almeno sulla nave c’era qualcuno che le dava retta e rispondeva alle sue domande.
Grazie a Carlo, adesso sapeva muoversi nel cargo senza perdersi. E si sentiva un po’ meno sola.
La mattina facevano colazione insieme. Dopo la sua passeggiata sul ponte, Carlo la raggiungeva e le portava il caffè.
A Sara piaceva perché accettava senza problemi il fatto che lei parlasse poco, non avesse molta voglia di raccontare cosa faceva prima di salire sulla nave e preferiva restarsene in silenzio a guardare il punto più lontano possibile oltre il braccio del porto, dove le sembrava che il mare riacquistasse il suo colore naturale, dove poteva immaginare che Lui la stesse aspettando.
Invece Carlo non stava mai zitto. Si appoggiava coi gomiti al corrimano della nave e le raccontava di sua figlia, di sua moglie, di quando si era immerso coi delfini, della missione di soccorso in cui aveva visto con la coda dell’occhio una sagoma bianca sfrecciare alla sua sinistra e si era ritrovato faccia a faccia con una delle creature e per poco non se l’era fatta addosso nella muta stagna.
Quando le avevano comunicato che sarebbe stato Carlo a scendere con lei e a sparare la sonda sul corpo della murena, si era preoccupata.
Ma lui sembrava rilassato come se dovesse affrontare una semplice immersione di routine.
“Devi stare calma” le aveva detto “Figurati se mi lascio impressionare da un serpentello.”
E le aveva fatto l’occhiolino.
Il mare era calmo, non pioveva da un paio di giorni e la visibilità sott’acqua era buona.
Sara aveva notato che c’erano molti più pesci di quanti non ne avesse mai visti, anche se non erano troppo distanti dal porto. Forse la drastica diminuzione del traffico delle barche li aveva fatti uscire allo scoperto.
Nuotavano in banchi nel blu, come tante monete d’argento. Distratta a guardarli, aveva per un istante dimenticato il motivo per cui si erano immersi, e aveva pensato a quanto fosse bello poter tornare lì sotto.
Le mancava la sua casa e pensava spesso ai suoi genitori, ma quella nave, Florenzi, gli altri scienziati, le davano la possibilità di mantenere un contatto costante con il mare.
E non c’era niente altro in grado di smuoverla. Neppure la lontananza delle persone a cui voleva bene.

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Carlo le aveva tirato la frusta del manometro per attirare la sua attenzione. Sara si era girata e gli aveva fatto cenno che andava tutto bene.
Si erano presi per mano e Sara si era concentrata. Pochi minuti dopo, sbaragliando un gruppo di dentici, era apparsa una murena, la pelle marrone chiaro, chiazzata di giallo, con una grossa cicatrice al posto di un occhio.
Se l’è procurata quando era molto giovane. È stata un’altra murena a renderla cieca.
La bestia si era fermata di fronte a loro, il corpo piegato in una serie di curve a esse.
Raccontami i tuoi viaggi, le tue lotte, le tue cacce notturne, dimmi cosa senti quando passi sotto le navi, quando ti avvolgi intorno all’acciaio e lo stritoli.
La murena muoveva appena la coda, guardava Sara come ipnotizzata, aprendo e chiudendo la bocca.
Sara aveva lasciato la mano di Carlo.
Il sub aveva sparato.
La murena non aveva reagito.
Erano tornati verso la barca.
Ogni tanto Sara si lanciava un’occhiata alle spalle. La murena era rimasta immobile per parecchio tempo, prima di allontanarsi.
Adesso era un puntino luminoso su un monitor.
“Ha già raggiunto quasi i 300 metri” disse il tecnico.
Ma Sara pensava ad altro.
Qualcosa, dentro di lei, era cambiato. Anzi, era cresciuto. E non sapeva a chi doveva dirlo.

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One comment

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Carlo mi sembra un tipo di cui ci si può fidare 😀 e Sara ha bisogno di qualcuno che non la costringa sempre a stare sulla difensiva, tanto più adesso che sta evolvendo a uno stadio successivo, la qual cosa dev’essere già stata percepita da quel gigantesco soldato degli abissi (ecco, lui è più fortunato di me perché già sa senza dover aspettare la prossima puntata 😉 )…

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