L’assassino del Lago di Cristallo – Parte I

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Ci siamo. Halloween è alle porte e, se l’anno scorso ho dedicato la giornata al boogeyman della Notte d’Ognissanti per eccellenza, Michael Myers, questa volta vorrei conoscere meglio colui che, piaccia o no, è il simbolo vero e proprio dell’horror anni ’80, il re incontrastato dello slasher, lo sterminatore di giovani gaudenti, il cocco di mamma che ha attraversato a colpi di machete una trentina di anni di storia del cinema. E che sembra essere ancora in forma, anche se acciaccato e un po’ provato dal tempo che passa.
Tanto più che è uscito da poco, non qui da noi, mai sia, il dvd del nuovo documentario dei realizzatori di Never Sleep Again: The Elm Street Legacy, dedicato appunto a Jason.
Crystal Lake Memories: The Complete History of Friday the 13th, sarà recensito a breve proprio qui. Son sette ore e passa di interviste e retroscena. Considerate questo speciale un antipasto.

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Da un piccolo campeggio sperduto nella provincia americana fino allo spazio profondo, passando per Manhattan e addirittura per l’inferno. Dodici film che lo vedono protagonista, compreso un remake (inguardabile) e uno scontro tra titani che lo ha contrapposto all’altro Uomo Nero più amato del grande schermo, Freddy Krueger.

Come sapete più o meno tutti, se leggete il blog con una certa frequenza, i film della saga di Venerdì 13 non sono tra i miei preferiti.
Jason non ha la potenza metaforica di un Krueger, e neanche la sottile inquietudine che si porta dietro un personaggio come Michael Myers, con tutte le suggestioni di cui abbiamo già parlato tante volte. Jason è pura violenza distruttrice, una macchina implacabile che uccide chiunque gli si ponga davanti.
Eppure, affrontando tutti e dodici i film della saga, in un’estenuante maratona durata un fine settimana intero, emerge comunque un quadro interessante, che ci dice tante cose su come il cinema dell’orrore sia cambiato nel corso degli anni.
E Venerdì 13 a questo cambiamento si è rifiutato di adattarsi fino all’ultimo, riproponendo, pellicola dopo pellicola, la stessa identica formula del primo film, con delle minime variazioni, di solito atte a giustificare in qualche modo la resurrezione di Jason, dato per morto nel capitolo precedente.
Una semplicità schematica che, se gli incassi non fossero crollati, se la serie non fosse passata dalla sala all’home video, se la Paramount non avesse ceduto i diritti alla New Line, sarebbe andata avanti all’infinito.

Ma nel 1979, Jason ancora non esisteva e un produttore e regista di nome Sean S. Cunningham aveva bisogno di svincolarsi dal film “maledetto” L’Ultima Casa a Sinistra, esordio di Wes Craven, grande successo nel circuito dei drive in, ma troppo controverso e rivolto a un pubblico di nicchia. L’idea di Cunningham era quella di realizzare un prodotto di intrattenimento puro, un horror che fosse sì spaventoso (doveva far saltare gli spettatori sulle poltrone), ma che potesse anche divertire.
L’ispirazione principale fu Halloween. Cunningham, dopo aver visto il film di Carpenter, decise che il suo film sarebbe stato uno slasher e trovò subito il titolo: Friday the 13th, perché le date andavano di moda. Da lì, affidò la stesura del copione allo sceneggiatore televisivo Victor Miller, che ebbe l’idea di far vestire i panni dell’assassino a una donna, una mamma, nello specifico, animata dalla sete di vendetta contro i guardiano del campeggio, responsabili dell’annegamento del figlioletto Jason, perché si erano appartati per fare sesso invece di sorvegliarlo.
Jason nasce quindi come vittima. E lo sceneggiatore ha spesso ribadito di non aver affatto gradito la sua evoluzione nei seguiti di Venerdì 13.
Anche l’apparizione finale di Jason nel primo film non era nello script originale. Fu una trovata di Tom Savini, anche quella mutuata da un altro film, Carrie.
E fu la trovata che diede il vero e proprio inizio alla saga.

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Venerdì 13 si basa, lo abbiamo detto prima, su un concetto di fondo di una semplicità quasi imbarazzante: gruppo di giovani in un campeggio perseguitati da un killer misterioso. E già nel 1980, non era una novità enorme.
Quello che offriva in più il film di Cunningham rispetto ad Halloween era un’estetica della morte quasi del tutto inedita. Chiamare Tom Savini a curare gli effetti speciali aveva un motivo ben preciso: bisognava rappresentare gli omicidi a tutto campo, non lesinando in dettagli. Bisognava far urlare il pubblico.
Le uccisioni dovevano essere sanguinose e creative, tutte diverse tra loro.
Mescolando in maniera intelligente tematiche, tecniche ed espedienti narrativi presi un po’ da ogni parte (Psycho, Halloween, Carrie, Jaws), Cunnigham riesce comunque a creare un prodotto in grado di trascinare la gente in sala, a vederlo e rivederlo.
Venerdì 13 ha la potenza archetipica di un racconto accanto al fuoco, di una fiaba macabra. La puoi raccontare centinaia di volte, eppure farà sempre paura.
L’horror, questo tipo di horror soprattutto, è un genere ingenuo. Non c’è niente di male in questo. Se in ambito indipendente la spinta anarchica degli anni ’70 ancora non si era esaurita, il cinema dell’orrore più commerciale si stava trasformando in un luna park, in un giro di giostra in cui mettere alla prova il proprio stomaco e i propri nervi.
Per questo Venerdì 13 funziona così bene: non ha altra pretesa se non quella di terrorizzare e di lasciare lo spettatore elettrizzato e felice come un bambino.
Uscito nel maggio del 1980, Venerdì 13 incassa (solo nelle sale e solo negli Stati Uniti) la bellezza di 39 milioni di dollari.
Stroncato dalla critica (la povera Besty Palmer fu letteralmente fatta a pezzi per aver osato mollare i ruoli rispettabili e interpretare Pamela Voorhees), il film diventa uno dei più grandi successi del 1980 e, in seguito, di tutti i tempi, dando inizio a una serie infinita di cloni e, di fatto, inaugurando il decennio d’oro dell’horror americano.

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Ciò che sbalordisce, ancora oggi, è quanto Venerdì 13 sia efficace, nonostante la sua mediocrità, nonostante, nello stesso ambito dello slasher, esistano film di gran lunga superiori, l’allucinante notte a Camp Crystal Lake del gruppo di ragazzi capitanati da Alice (Adrianne King) rimane impressa persino allo spettatore più smaliziato. Sarà per merito della colonna sonora di Harry Manfredini, composta a partire da una battuta pronunciata verso il finale da Pamela e poi sintetizzata e unita a rumori d’ambiente e percussioni. Sarà per quella violenza così brutale e, in fondo, liberatoria, perché priva di implicazioni sociali o politiche, del tutto fine a se stessa, senza altro scopo se non lo spavento immediato. Per una superficialità ostentata, ma distante anni luce dall’idiozia di tanto horror contemporaneo.
Non esistono sottotesti in Venerdì 13, non esistono metafore e non c’è tempo o spazio per alcuna forma di riflessione: c’è solo un’ombra silenziosa che si muove nel buio e uccide.
La morte come conseguenza di comportamenti sessualmente disinibiti, la final girl vergine e pura, la morale restrittiva e castrante alla base delle azioni del killer, erano tutte cose già presenti in altri proto-slasher precedenti all’opera di Cunnigham. Con Venerdì 13 questi elementi vengono solo estremizzati, fino a diventare, nei seguiti (e nelle copie), prima stereotipi imprescindibili, e poi macchiette da sbertucciare nella seconda ondata di slasher partita a metà anni ’90. Ma sono banalità ripetute centinaia di volte.
Per quanto si vogliano attribuire a Venerdì 13 significati in qualche modo reazionari (neanche gli slasher fossero spottoni anti sesso prematrimoniale e anti droga), oltre all’esigenza commerciale di mostrare quante più tette possibili, e di dover per forza inserire scene di sesso all’interno del film, raccontare di giovani che si appartano, si fanno le canne, si sbronzano e si divertono faceva semplicemente scattare un meccanismo di identificazione.
Sono cose che abbiamo fatto tutti. Quei ragazzi siamo noi. E quindi abbiamo paura.

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Fare il tifo per l’assassino sarebbe arrivato dopo. Per il momento, nel 1980, si cercava di mettere in scena caratteri normali (per quanto molto standardizzati) per dare vita a uno spettacolo di macelleria che diventasse una inarrestabile macchina macina quattrini. Alla faccia di ogni intellettualizzazione postuma del genere.
E tuttavia, inutile negarlo, era già tutto presente in quel primo fenomeno da box office che fu Venerdì 13.
Lo capì Cunningham, e lo capì il distributore Mancuso che badò a far acquisire i diritti alla Paramount.
Nella tarda primavera del 1980, si stava già pianificando un seguito, al cui timone venne messo Steve Miner.
Venerdì 13 non si limitò quindi a dare inizio all’ondata di assassini mascherati pronti a riversarsi sugli schermi da qui all’eternità. Venerdì 13 portò il concetto di serializzazione al cinema. E in questo fu anche più rapido del suo ispiratore e predecessore Halloween.
Ma ne parleremo con calma domani, nella seconda parte.

19 commenti

  1. Magnifico articolo, come sempre.
    Mi hai fatto venire voglia di rivederli. Tutti. xD

    1. grazie Domenico! e domani si entra nel dettaglio sui vari sequel 😉

  2. Purtroppo non sono un grande fan di “Venerdì 13” e nemmeno degli slasher movie in generale, ho sempre preferito invece i gialli italiani, però ricordo con piacere “Venerdì 13 Capitolo finale” (il 4°).
    Era diverso dagli altri e a mio parere molto più interessante.

    1. Maledizione a me, intendevo dire il 5° film, ovvero “Venerdì 13: il terrore continua”, mi confondo sempre fra titolo originale e titolo italiano.

      1. ma sai neanche io sono fan sfegatata. io preferisco altre saghe.
        però l’importanza è innegabile

  3. Devo essere sincero nemmeno io sono un grande fans di Venerdì 13, a parte il 4° episodio e Jason X però ammetto che per una serata Halloween la saga è perfetta!

    1. A me fanno impazzire il secondo e il quarto.
      e sì Jason X nella sua follia è perfetto

  4. A me aveva fatto una paura fottuta ma, allo stesso tempo, mi aveva intrigato il sadismo delle morti. E’ vero, adesso siamo abituati a ben altre sofisticazioni (tecnologice, stilistiche, recitative ecc) e i difetti di questo film saltano subito all’occhio, ma ai tempi, la mancanza di sofisticazione lasciava più spazio alla nostra fantasia di sbizzarrisri e di lasciarsi suggestionare e i film facevano paura per quello che mostravano, non per quello che avrebbero potuto significare.
    Insomma, era molto più facile lasciarsi terrorizzare, e ammetto che rimpiango un po’ quei tempi.
    I seguiti non li ho mai visti quindi leggerò con molto interesse il sequel di questo post, così magari me ne sparo qualcuno (io guardo anche roba brutta brutta senza troppi problemi).

    1. Eh, ma di roba brutta ce n’è tanta, nel futuro della saga.
      😀
      Però un film come Venerdì 13, il primo sicuramente, non lo dimentichi.
      E io di slasher girati con le sofisticazioni moderne ne ho visti tanti. E riuscissi a ricordarmene uno.
      Hai ragione tu: c’è da rimpiangere quei tempi.

  5. Per me il migliore, tra quelli che ho visto e ricordo, resta il secondo… dove finalmente appare il caro Jason 🙂

    Però avrei una domandina: ma nessun cenno a Reazione a catena? secondo me il film di Bava, almeno un pochetto, deve essere stato di ispirazione.

    1. IO credo che Reazione a Catena sia stato saccheggiato senza pietà nel secondo film della saga.
      Poi, guardando il documentario, quando a Cunningham e al produttore viene posta proprio la domanda relativa al film di Bava, rispondono che all’epoca non lo avevano mai visto.
      Mentono?
      Forse sì.
      Ma se ci pensi bene, le atmosfere del secondo ricordano molto di più Marione nostro 😀

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Diciamo che nel suo complesso Jason è stato portato avanti come mostro di “pronto consumo” che non ha mai necessitato in quanto tale di particolare profondità o caratterizzazione, né tantomeno di pretestuosi attributi reazionari (e la creatività degli omicidi è la cosa che, obiettivamente parlando, meglio lo riscatta dalla prevedibile linearità e meccanicità -rispetto ai suoi colleghi- del suo istinto assassino)…tutto questo gli ha permesso di funzionare -con alti e bassi- e di rimanere più o meno sé stesso anche se inserito in contesti totalmente diversi da Crystal Lake (Manhattan, il mondo d’incubo di Freddy, lo spazio cosmico del 2455), o addirittura in presenza di nuove “rivelazioni” circa la sua natura (vedi Jason goes to Hell). Certo è comprensibile l’atteggiamento di Miller nei confronti del tutto, visto che il “suo” Jason in questo modo è stato praticamente azzerato…

  7. Paolo1984 · · Rispondi

    vidi il primo film della saga e nonostante non sia granchè (come fai a notare ci sono tanti slasher migliori non solo il capolavoro di Carpenter, ma anche un proto-slasher come Reazione a catena di Mario Bava con tanto di finale a sorpresa a mio avviso geniale) riconosco la sua efficacia.
    (quanto all’esigenza di mostrare quante più tette possibile..bè quando fai sesso o un bagno nel lago ti spogli, è normale..)

    1. Sì, lo so anche io che è normale (a parte che sembra che nell’universo di Venerdì 13 i costumi da bagno non siano stati inventati). è normale e si cerca di farlo essere il più normale possibile,
      Non devo essere io a spiegarti che il bagno nel lago o la scena di sesso stanno lì per un motivo ben preciso e non perché la storia narrata lo richiede, vero?

      1. Paolo1984 · · Rispondi

        diciamo che è per entrambe le cose. Se il killer (prima la madre poi il figlio) ce l’ha con i giovani “gaudenti” bisogna mostrarli che “godono”

        1. Certamente.
          Quello che dico io è che, rovesciando la prospettiva, i giovani devono essere gaudenti anche perché se ci sono scene di nudo nel film richiami più pubblico.

          1. Paolo1984 · ·

            certo. D’altronde non stiamo parlando di cinema d’autore impegnato. Tuttavia non me la sento di definirlo “gratuito” ma è una opinione mia

          2. La gratuità varia da film a film.
            Diciamo che mentre si procede nella saga si scade spesso nel gratuito, come nel quinto capitolo, dove davvero la gente a un certo punto si spoglia a buffo.
            Però hai ragione, nei primi film non lo è.

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