My Little Moray Eel – 31

Copertina Moray

OPIUM

A Sara piaceva passeggiare sul ponte la mattina presto. L’equipaggio, gli scienziati, i militari che vivevano sulla nave, avevano da fare sottocoperta. Molti facevano colazione nella grande sala coi tavoli di legno e le macchinette del caffè. E sulla prua del cargo non c’era quasi nessuno.

Sara era lì da quasi tre settimane, ormai. Qualcuno era andato a casa sua a prendere le cose di cui aveva bisogno, soprattutto vestiti pesanti. Stava cominciando a fare freddo sul serio. A novembre, alle sette del mattino, il ponte era umido e scivoloso, le ringhiere lungo il bordo della nave bagnate e gelide e il cielo ancora scuro.
Sara si metteva una pesante giacca della marina e il cappello che le aveva regalato Carlo con sotto un berretto di lana, così non le cadeva sugli occhi e riusciva a vedere qualcosa, i guanti e la sciarpa, e usciva all’aperto, salutata dallo stridio dei gabbiani e dall’odore stagnante dell’acqua del porto.
L’aria fredda le pungeva la pelle delle guance. Quasi sempre c’era vento e il mare era mosso. Le onde si abbattevano sul braccio del porto con violenza, per poi arrivare alla fiancata della nave ridotte a un lieve sciabordio quasi impercettibile.
Le sembrava di vivere in una conca di calma fittizia e apparente.
Non le era permesso di allontanarsi dalla nave, ma sentiva tutti i giorni sua madre. Il padre era già partito e ora si trovava da qualche parte in quello stesso mare appena oltre la muraglia di cemento che delimitava Civitavecchia. Ogni tanto le telefonava per dirle che stava bene.
Le avevano dato un computer portatile e poteva accedere a internet. Comunicava con Ilio tramite skype. Lui era ancora bloccato a Orbetello, ma presto se ne sarebbe andato. Aveva deciso di arruolarsi. Sulle navi che portavano i sub in missione c’era bisogno di personale. Inoltre andavano pattugliate le zone costiere abitate, quelle troppo grandi per essere evacuate, ed esposte agli attacchi notturni di quelli degli abissi.
Il pc le serviva anche per capire cosa stesse succedendo nel resto del mondo. Dopo lo sgomento iniziale, era cominciato un tentativo di contrattacco. E se i russi sganciavano bombe come se fossero caramelle, sembrava che i giapponesi stessero sperimentando una specie di arma biologica micidiale.

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Il granchio luminoso, le aveva detto Florenzi, si era rivelato un grande successo. Lo volevano tutti come arma di difesa, da tenere nelle acque più basse per respingere le orde di creature che si spingevano vicino alla terra. Persino gli americani lo avevano richiesto.
“E così questa base ha i finanziamenti assicurati per i prossimi due o tre anni” le aveva spiegato Carlo.
Cosa altro combinassero sulla nave, era ancora un mistero. In che modo avessero bisogno di lei, cosa volessero farne delle sue capacità, e come e quanto avessero intenzione di sfruttarle, restavano tutti interrogativi irrisolti.
Non aveva accesso diretto ai laboratori. C’erano intere zone della nave presidiate da soldati nelle quali non le era permesso andare. E nessuno le dava informazioni.
La prima settimana l’aveva passata a fare analisi, visite mediche e colloqui con una psichiatra. Sara aveva cercato di spiegare che già da piccola era stata spulciata da cima a fondo per trovare qualche anomalia ed era risultata normale, almeno da un punto di vista fisico.
E non ti hanno filato neanche per sbaglio.
Si affacciò al parapetto. Le era sembrato di scorgere un movimento nell’acqua marrone, una forma scura sotto la nave. Si sporse piegandosi in avanti e reggendosi alla ringhiera per non cadere. Le punte delle scarpe sfioravano appena il pavimento.
Rimase così per qualche minuto.
Non c’era niente lì sotto.
Sbuffò e si rimise in piedi.
Le avevano fatto un sacco di domande, sia durante la riunione, sia nel corso delle sedute con la psichiatra, sia nei giorni successivi, nell’ufficio di Florenzi.
Era rimasta per circa sei ore da sola con una dottoressa dai capelli corti, la corporatura massiccia e la voce arrochita dal fumo che si era presentata come un’esperta di murene.
La donna aveva sottolineato il comportamento fuori del comune “dell’esemplare responsabile della morte di quattro sommozzatori della marina militare italiana”. Di solito le murene giganti agivano in gruppo e difendevano quelli degli abissi, identificati come i loro padroni. Ma l’esemplare in questione era scattato solo nel momento in cui Sara si era trovata in pericolo. E si era fermato quando l’avevano portata in salvo.
“Non pensi anche tu che sia strano?”
“Non lo so. È lei l’esperta.”
“Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, ha protetto te.”
“Cosa le devo dire, sarà impazzito, si sarà spaventato.”
“Abbiamo ragione di credere, Sara, che tra te e quell’esemplare ci siano stati dei contatti antecedenti alla scoperta di quelli degli abissi. Le riprese del rover, almeno prima che venisse distrutto, ci mostrano che non appena è apparso, tu gli sei andata incontro.”
“Io non ho mai avuto paura di nessun animale marino. Ero solo curiosa.”
La dottoressa l’aveva guardata per qualche secondo in silenzio, tamburellando con le dita sul tavolo. Poi aveva alzato la voce: “Si può sapere da che parte stai?”

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Già, da che parte stava?
Non ci aveva mai pensato prima. Non riteneva necessario schierarsi. Non era suo compito e non era quello che voleva. Lei era un ponte, non una trappola.
E tra tutte le domande che le avevano fatto, nessuno le aveva chiesto perché. Erano interessati a sapere dove si nascondevano, per colpirli in massa. Volevano conoscere i loro meccanismi mentali, così simili a quelli di Sara, per poterli aggirare e trovare la via più efficace per cancellarli dalla faccia della terra.
Stavano preparando una sonda da sparare addosso a una murena, così avrebbero potuto seguirne gli spostamenti e magari scoprire un nido di creature e, ancora e sempre, attaccarlo e raderlo al suolo.
E Sara avrebbe dovuto attirare il gigante marino così da permettere a uno dei sommozzatori di avvicinarsi abbastanza da inserire la sonda sotto la pelle della bestia.
Comunicare con quelli degli abissi tramite Sara era l’ultima delle loro preoccupazioni. Anzi, non era neanche un’ipotesi da prendere in considerazione.
E lei, da che parte stava?
Florenzi le aveva chiesto di essere più collaborativa. Lei aveva risposto che erano quasi tre settimane che non faceva altro che collaborare.
Il giorno dopo sarebbe scesa di nuovo. Avrebbe chiamato per loro una murena, li avrebbe aiutati a identificarla e a seguirla.
Sperava solo che Lui non si facesse vedere.
Era un insulto chiederle da che parte stava.
Stava tradendo il mare, per loro. Stava tradendo se stessa.
Non avevano il diritto di chiederle di tradire anche Lui.

Altri capitoli qui.

 

3 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Una nave piena di misteri, proprio come piace a me…e l’ennesima rappresentante dell’autorità costituita, nella persona della psichiatra, che vuole forzare Sara verso un pericoloso punto di non ritorno. L’aspettativa è alta…e c’è Lui, che per il momento è di sicuro nascosto nelle profondità a sentirsi i Dead Can Dance in cuffia (impermeabile) 😉

    1. Speriamo di non tradirla 😉
      e speriamo di portare a termine l’avventura

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Io so che ce la farai 😉

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