My Little Moray Eel – 29

Copertina MorayMY GOD BETRAYS

Dal buio alla superficie pallida e grigiastra del cielo coperto di nuvole. Era emersa con la faccia rivolta verso l’alto, non del tutto sveglia, ma neanche svenuta. Il dolore andava diminuendo. Ogni tanto una fitta le contraeva il corpo come un crampo. Si sentiva rigida, incapace di obbligare i suoi muscoli a fare anche i movimenti più semplici.
Qualcuno le tolse la cintura dei pesi e le bombole di dosso.
La girarono, la sollevarono. Era fuori dall’acqua.
La vibrazione dei motori era proprio sotto la sua schiena. Doveva essere sdraiata a poppa. Vento fresco sulla pelle delle guance e qualche goccia di pioggia. Si leccò le labbra salate e si portò una mano al viso. Aveva ancora la maschera. Cercò di strapparsela via, ma non aveva la forza di staccarla.
Le uscì un lamento dalla gola.
Un’ombra le oscurò la visuale, si chinò su di lei, le passò un braccio dietro la nuca e le sollevò la testa. La liberò dalla maschera.
Sara prese un profondo respiro. Odore di gasolio, di alghe e puzza di neoprene bagnato.
Ora aveva freddo e quel male insopportabile che l’aveva bruciata aveva lasciato il posto a una pulsazione sorda al centro della testa. Un’emicrania che era quasi un sollievo.
I motori aumentarono di giri, rimbombandole nelle orecchie. Il motoscafo sotto di lei si mosse, prese velocità, saltando sulle onde del mare agitato e sollevando spruzzi.
Qualcuno la coprì con un telo di cerata. Sara riuscì a mormorare un grazie e si rannicchiò su un fianco.
Voleva tornare a casa. Voleva sua madre. Voleva il suo letto e voleva che Lui non se ne fosse andato lasciandola sola.
Non ricordava cos’era successo. Sapeva solo che a un certo punto non lo aveva più visto. Poi il dolore le era esploso nel cervello e aveva cancellato tutto.
E anche adesso i suoi pensieri erano scoordinati e confusi. Era come essere su una giostra che girasse sempre più veloce, con le lucine colorate che diventavano scie e il paesaggio che sfumava in una massa di forme dai contorni indistinti.
Si portò le ginocchia al petto e scivolò sotto il telo, chiudendosi in una bolla ovattata in cui sfuggire da qualsiasi percezione esterna.
Si addormentò.

rainy

 Aprì gli occhi inquadrando un soffitto basso e bianco. Lo percorse con lo sguardo fino ad arrivare allo stipite di una porta rossa. I bulbi al neon incastonati nella parte più alta della parete si erano accesi all’improvviso, strappandola al sonno.
Girò la testa da un lato e vide un piccolo oblò quadrato. Fuori era notte. Provò a mettersi seduta. Al primo tentativo un capogiro la fece ricadere sul cuscino. Al secondo, riuscì a sistemarsi con la schiena appoggiata al muro.
Almeno l’emicrania era passata. Aveva un vago senso di nausea. Forse perché non mangiava da tante ore e comunque si trovava su una nave. Anche se appena percettibile, il rollio delle onde avrebbe dato fastidio a chiunque.
Le avevano messo addosso un camice verde. Chissà che fine avevano fatto i suoi vestiti, lo zaino, il cellulare.
Nella cabina c’era un armadio. Ma ancora non se la sentiva di alzarsi e andarci a frugare dentro.
Allungò invece un braccio in direzione del comodino al lato del letto. Aprì il cassetto. Vuoto.
Sì, ok. Dov’è la mia roba e che fine ha fatto mia madre?
La porta si aprì. Florenzi era fermo sulla soglia e la guardava.
“Sei sveglia” disse “Posso entrare?”
Sara fece sì con la testa.
“Ho fatto accendere le luci perché sembrava che non volessi più svegliarti.”
“Dov’è mia madre?”
“Di là. Tra poco la faccio entrare.”
“Voglio andare a casa.”
“Lo so. Ci andrai presto. Dobbiamo tenerti qui ancora qualche giorno.”
Florenzi entrò nella cabina e si andò a sedere ai piedi del letto.
“Mi avete fregato” disse Sara.
“Non è esatto. Tu hai fregato noi. O almeno, ci hai provato.”
“Voi invece ci siete riusciti.”
“Sara, quello che hai visto in azione sott’acqua è un prototipo che potrebbe farci vincere in un tempo relativamente breve. Ma c’è un problema legato alla profondità. Avevamo bisogno di attirare quelle cose il più vicino possibile per poterlo sperimentare senza rischi né per i piloti, né per la macchina. Questo lo capisci?”
“Avvertirmi era troppo?”
“Abbiamo pensato che se fossi scesa senza la consapevolezza di quello che andavi a fare, non avresti avuto nessuna remora nel far avvicinare quelli degli abissi.”
“E invece così ho solo rischiato di rimetterci la pelle.”
“Lo abbiamo rischiato tutti. Specialmente quando è apparsa anche la murena. Il vero problema sono le murene. Con loro il granchio non funziona. Ma vedo che vai d’accordo anche con loro. Soprattutto con loro.”
“Questo che vuol dire?”
“Gli sei corsa incontro non appena lo hai visto. Abbiamo le riprese a confermarlo. Certo, poi il tuo amico ha pensato di ingoiare un rover del valore di un migliaio di euro. Per non parlare di quello che ha combinato dopo.”
“Che è successo dopo?”
“Non ti ricordi niente?”
Sara sbuffò: “Porca miseria, non glielo avrei chiesto, se me lo ricordassi.”
“Sara, quella murena ha ucciso sei sommozzatori. Il granchio è riuscito a sfuggire per un pelo. E lo sai quando si è calmato? Quando un sub ti ha presa e ti ha portata in superficie. A quel punto non ha più attaccato e ci ha lasciato andare.”
“Li ha uccisi?”
“Li ha mangiati, stritolati, fatti a pezzi. Sei uomini morti. Ma ha smesso perché potessimo portarti in salvo.”
“E poi?”
“Poi è scomparso. Credo tu ci debba delle spiegazioni, non credi?”
“Ok.”
Florenzi le diede una pacca affettuosa su un ginocchio e sorrise: “Bene. Continui a sbalordirmi, lo sai? Adesso faccio entrare tua madre. Vi lascio un po’ da sole. Riposati, riprenditi e domattina parleremo con calma.”
Cazzo c’è da ridere?

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Ma non era il caso di fare domande. Continuava a ricordare poco o nulla di quello che era accaduto sott’acqua. Ma di una cosa era certa, era nei guai come non lo era mai stata in vita sua.
Sei persone… Ed è tutta colpa mia.
Florenzi uscì. La madre di Sara si affacciò alla porta e la chiamò. Aveva l’aria stanca e preoccupata.
“Tesoro, come stai? Che ti è successo? Non vogliono dirmi niente.”
“Puoi chiudere la porta, per favore?”
Cercò di trattenersi, ma le sobbalzava il petto. I singhiozzi stavano arrivando. Le lacrime le appannarono la vista.
La madre le si sedette accanto e la abbracciò.
Sono troppo piccola per questo. Troppo piccola.

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4 commenti

  1. *O*
    La frase finale è WOW. Tutto è WOW, in realtà, però quella in particolar modo. 🙂

    Ciao,
    Gianluca

    1. Grazie Gianluca ❤ ❤ ❤

      1. Giuseppe · · Rispondi

        La frase finale è un colpo da maestra 😉 . In chiusura di un bel capitolo di decompressione rispetto al precedente abbiamo un momento di umanissimo sconforto che ci fa sentire Sara ancora più vicina…per la miseria, si sente così piccola per il peso che deve portare. Non cede sotto questo peso, ma si rende conto di quanto sia grande per lei. Ed è per questo che ai nostri occhi anche lei è così grande (mentre a Florenzi potrei tirare un calcio in culo, se mi capitasse a tiro).

        1. Ahahahahahah!
          chissà, magari un paio di calci in culo glieli faremo dare, al buon Florenzi…
          😉
          grazie, Giuseppe, di leggere sempre ❤

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