2007: The Girl Next Door

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Regia – Gregory Wilson
The past catches up to you, whether you like it or not. It can be a gift or a curse if you let it. I will never forget the gift of Meg Loughlin, though I am plagued with the torment of failing again, failing somebody. But as she taught me, it’s what you do last that counts

Se fossi sana di mente, io uno come Jack Ketchum dovrei odiarlo. Perché le volte in cui mi ha fatto stare male ormai non si contano più.
Ma dato che sana di mente non sono, ogni volta che qualcuno trae un film da uno dei suoi romanzi, mi precipito a vederlo. Per qualche strana ragione, è molto difficile che da un libro di Ketchum venga tratto un brutto film. Forse perché queste riduzioni avvengono sempre in ambito del tutto indipendente, di per sé non una garanzia di qualità assoluta, ma almeno di poter operare con una certa libertà, senza censure o filtri.
The Girl Next Door è stato il biglietto da visita di Ketchum nella mia vita. Io, ignorante e stolta, nel 2007 non avevo neanche idea di chi fosse.
Vedi The Girl Next Door, mi disse qualcuno, non te ne pentirai.
Certo.
E dopo un’esperienza cinematografica del genere, uno dovrebbe solo fuggire a gambe levate e non voltarsi più indietro. Invece no. Non contenta sono anche andata a recuperare i romanzi. Vi assicuro che leggerlo è peggio. Nel caso specifico di The Girl Next Door, ci si ispira a dei fatti accaduti realmente, a Indianapolis, nel 1965, quando la sedicenne Sylvia LIkens, venne torturata e uccisa dalla donna cui era stata data in affidamento dai genitori (artisti circensi sempre in viaggio), con la complicità dei ragazzi del vicinato.
Il film non è e non vuole essere una ricostruzione fedele degli avvenimenti. Per quello, se volete, esiste il buon An American Crime, dello stesso anno, che si occupa di tutta la fase processuale ed è quasi un docu-drama, ma realizzato molto bene.
Nel film di Gregory Wilson (come nel romanzo) la vicenda si sposta indietro nel tempo (precisamente nel 1958), tutti i nomi vengono cambiati e Silvya Likens diventa Meg, una ragazzina che ha perso da poco entrambi i genitori in un incidente stradale e, insieme alla sorella minore Susan (che dopo l’incidente ha in parte perso l’uso delle gambe), si trasferisce in una piccola città e va ad abitare a casa della zia, Ruth Chandler (interpretata da una straordinaria Blanche Baker).
All’inizio, Meg subisce tutta una serie di piccoli soprusi, ricatti, umiliazioni quotidiane, a opera di Ruth e dei suoi tre figli. Ogni volta che compie un’azione che Ruth ritiene in qualche modo sbagliata, al suo posto viene punita la sorella più piccola.
Quando poi Meg cercherò di rivolgersi alla polizia locale, le cose precipiteranno definitivamente: Ruth la chiuderà in cantina, facendola oggetto di un gioco sadico e crudele in cui verranno coinvolti anche i ragazzi (in alcuni casi poco più che bambini) del circondario.

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Va ricordato che nel 2007, in ambito horror, il torture porn la faceva da padrone. E facilmente un film con una trama del genere potrebbe essere inserito nel calderone. In fondo era il periodo in cui usciva un seguito di Saw a settimana. E chiunque si poteva beare di un paio di intestini strappati, tanto per passare una serata trasgressiva con gli amici.
Ma The Girl Next Door in sala da noi non è mai arrivato. E anche altrove è rimasto un piccolo prodotto di nicchia, conosciuto e visto da pochi.
E no, non cavalca affatto l’onda del torture porn, ma si pone come sua perfetta antitesi, lasciando quasi sempre la violenza fuori campo. Nonostante (o forse proprio per) questo, il film è una visione estremamente dura da digerire. Non mi capita spesso di sconsigliare un film di cui parlo bene. Ma per The Girl Next Door sono costretta a fare un’eccezione: non vedetelo se non siete preparati a passare due ore molto dolorose.
Non è un problema di avere uno stomaco forte. Chiunque abbia visto più una decina di horror in vita sua ha lo stomaco impostato su un certo livello standard di efferatezze. Non ci vuole niente ad avere lo stomaco forte. Ci vuole invece una determinata predisposizione d’animo per assistere a un’opera che ci obbliga a sederci di fronte alla nostra fragilità esistenziale, al nostro coraggio, alla nostra vigliaccheria, che ci ponga davanti all’evidenza di quanto sia labile il confine tra giusto e sbagliato e che ci faccia soffrire senza usare trucchetti ricattatori, semplicemente mostrandoci una forma molto comune, quasi squallida nella sua miseria quotidiana, di Male.
Già, perché il punto di vista adottato da Wilson per raccontare The Girl Next Door non è quello, tutto sommato scontato, della vittima e non è neanche quello infinitamente più facile e sicuro del carnefice. È quello molto scomodo del testimone silenzioso e connivente, che assiste con riluttanza al crimine, ma che non ha la forza di fare nulla per impedirlo.

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Di The Girl Next Door, King ha detto: “This is the dark-side-of-the-moon version of Stand By Me”.
E anche di It, aggiungerei. Tutte e tre le storie sono ambientate (forse non è un caso), nello stesso anno, e nello stesso periodo: l’estate del 1958. E la prospettiva, per tutte e tre le storie, è quella di un uomo adulto che ricorda la sua infanzia.
Ma in The Girl Next Door lo spazio dedicato alla rievocazione nostalgica dura davvero poco. Il tempo di conoscere Meg e di capire che tra lei e David potrebbe nascere un rapporto d’amicizia, e precipitiamo subito all’inferno.
David, voce narrante di The Girl Next Door,  un po’ perché messo in mezzo dagli amici, un po’ perché troppo giovane per comprendere realmente la portata di tutto quell’orrore, un po’ perché lasciato completamente solo da delle figure di genitori evanescenti, non sarà in grado, nonostante il trattamento subito da Meg lo ripugni nel profondo, di agire se non quando sarà troppo tardi.
E si porterà dietro questo rimorso per tutta la vita.
Eppure, il film si rifiuta di giudicarlo. E preferisce invece darci parecchi indizi sull’ambiente in cui David cresce, sulla casa di Ruth, frequentata da lui e da altri ragazzi, dove una donna evidentemente squilibrata esercita su di loro un fascino e un’autorità che rasentano il plagio.
Il tutto in una tranquilla cittadina come ne abbiamo viste tante in decenni di film. E in un’epoca che spesso è stata trattata da cinema e letteratura come una specie di eden edulcorato. E senza che nessuno si accorga di niente, perché tanto i propri figli sono al sicuro, sorvegliati da un’adulta.
Singolare che sia proprio la scusa dell’avere il permesso di un adulto a togliere ai ragazzini i freni inibitori e a farli sentire autorizzati a scatenarsi come belve su Meg.

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E poi c’è il personaggio, davvero disturbante oltre ogni limite, di Ruth, che forse in passato è stata vittima a sua volta e ora non può fare altro che creare ulteriori vittime in un atroce ammasso di frustrazione, dolore, rabbia, potere e sadismo. Un personaggio in grado di dirci tantissimo sulla condizione femminile dell’epoca, reso alla perfezione dalla Baker, con la sua recitazione priva di ammiccamenti, o faccette da pazza, fatta di repentini passaggi dalla seduzione al gelo, dalle buone maniere a lampi di cattiveria quasi mostruosi.
In tutto questo, The Girl Next Door, con un finale che è stato criticato per un eccesso di romanticismo, non si limita a sottoporci a un campionario del peggio dell’umanità. Riesce addirittura a donarci un timidissimo barlume di speranza, sempre attraverso il personaggio di David e il suo percorso nella vita adulta, costellato di traumi e fallimenti, com’è ovvio, ma con la minuscola certezza di aver avuto il coraggio, anche se all’ultimo istante e nonostante la tragica fine di Meg, di comportarsi nel modo giusto.
The Girl Next Door è un film che scuote nel profondo, va a toccare nervi scoperti e può avere un impatto emotivo molto violento sullo spettatore. È pericoloso, non in senso negativo, ma in quanto del tutto opposto a tanta roba innocua in giro per le sale in questo periodo.
E se una delle funzioni principali di un certo tipo di cinema, chiamiamolo horror se volete, è quella di farci guardare dove non vorremmo, The Girl Next Door si spinge anche oltre, perché a ogni sequenza ci obbliga a scegliere e ci pone dei dilemmi etici che non si esauriscono una volta spento il lettore.
È un film a cui si continua a pensare sempre, che ti perseguita come un’ombra minacciosa. Da cui non ci si libera neanche volendo.

16 commenti

  1. Uno dei pochi film con cui ho dovuto non solo voltare lo sguardo ma di fronte a cui mi sono dovuto persino alzare per stemperare l’accumulo di tensione. E il bello è che non si vede assolutamente niente. E poi ti lascia quella terribile sensazione di vuoto che ho provato anche leggendo la tua recensione: brividi lungo la schiena.

    1. Io non sono mai riuscita a vederlo tutto di seguito. ogni tanto mi devo fermare, fumare una sigaretta, aspettare dieci minuti e poi riprendere la visione.
      e l’ho visto tre volte.
      grazie, Figlio ❤

  2. Wow, credo che lo recupererò il prima possibile. 😀
    Come vedi, non sei la sola a non essere sana di mente…

    Ciao,
    Gianluca

    1. Eh sì…per fortuna siamo tanti 😀

  3. Direi che la dice lunga il fatto che un film così ha problemi di distribuzione…

    1. è una mazzata indescrivibile. Da vedere però.
      Mi pare di ricordare che sia uscito in dvd qui. ma non vorrei dire una cavolata.

      1. Lo recupererò comunque!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Ehm…se ti può consolare eccolo qua un altro stolto e ignorante 😉 che non conosceva Ketchum, e che di The Girl Next Door conosceva il titolo (e poco più). Dalla tua recensione appare cristallino quali e quanti rischi comporti la visione di questo anti-torture porn…tanto da richiedere una robusta prova di maturità da parte dello spettatore per poter reggere il tutto (come, fatte salve le ovvie differenze di tematica, nei R&R ben riusciti), il che va certo al di là dell’essere noi dei veterani materialmente poco impressionabili. In poche parole, mi trovo davanti ad un altro di quei titoli che mi piace affrontare per via del loro essere -parecchio- scomodi…

  5. lcn2004 · · Rispondi

    è da un po che volevo recuperarlo,ma letta questa recensione mi sa che rimandero’ ancora,in questo momento non ho propria voglia di vedere film cosi’,mi è bastato il periodo post-Martyrs.
    anch’io non sono del tutto sano di mente,cerco sempre opere come questa,ma quando le trovo esito sempre un po’,poi alla fine comunque cedo…

  6. Paolo1984 · · Rispondi

    io ho letto il libro ed è stato sconvolgente come non mi capitava da un pezzo

  7. Ormai, quando leggo “basato su una storia vera” alzo il sopracciglio come John Belushi, perché se tutti i film che affermano di essersi basati su una storia vera dicessero la verità credo che migrerei subito per Marte in preda al terrore. In questo caso però avevo già letto il libro e avevo già fatto un po’ di ricerche: il fatto reale, purtroppo, c’è stato davvero e questo ha contribuito a rendere la visione del film, se possibile, ancora più angosciante. Cinematograficamente parlando, l’ho trovato molto potente e disturbante, anche se non vedi niente, “senti” comunque molto, e alla fine mi ha lasciato con tanta tristezza che ci ho messo un paio di giorni per scrollarmi di dosso il senso di empatia con la povera ragazza.
    Però quando c’è di mezzo Ketchum continuo a preferire i libri alle trasposizioni cinematografiche (anche se sarei tanto felice se qualche bravo regista girase Ladies night), è talmente bravo lui nel raccontare l’orrore che vedendolo rappresentato è come se gli venisse tolto quel qualcosa di molto personale che il nostro cervello elabora quando le immagini deve costruirsele lui. Non so se “sono stata spiegata”.
    Per altro leggevo da qualche parte che ketchum viene spesso accusato di essere antifemminista, ma a me pare che lui sappia raccontare le sofferenze delle vittime di sesso femminile meglio di molti altri.

    1. Le accuse di misoginia a Ketchum sono ridicole. Non so se ricordi la baruffa che si alzò al Sundance per The Woman di McKee, che è poi un film estremamente femminile, se non addirittura femminista.
      Per quanto riguarda le trasposizioni, sicuramente leggere Ketchum è un’esperienza a sé, ma stranamente è molto difficile che ne tirino fuori un brutto film. Non so se ti è mai capitato di vedere The Lost, o Red (questo sempre di Mckee).

      1. The Woman, come I spit on your grave e, per certi versi, Carrie sono film incredibilmente catarciti e liberatori per le donne (ma non solo)!
        Fra le trasposizioni di Ketchum non mi è piaciuto Offspring, però a pensarci bene nemmeno la novel.
        The Lost e Red li ho sul Kindle, insieme a Stragehold; però forse per questa volta potrei vedere prima i film.
        Ma la Bigelow (che ho visto piace anche a te) a dirigere Ladies’ night, eh???

        1. Offspring a me non è dispiaciuto per la vena anarchica e selvaggia che si respira.
          la realizzazione è, purtroppo, molto povera e approssimativa.
          Ma è un cannibal movie che mi ha riportato ai fasti degli anni ’70 e di questo gli sono molto grata.
          La Bigelow e Ketchum potrebbero essere una accoppiata esplosiva. Magari fosse 😀

  8. bella e condivisibile la tua recensione…ed assolutamente corretto il parallelo/antitesi con il torture porn…
    davvero un film dolorosissimo…da vedere, tenendo duro per arrivare alla fine…

    1. Grazie!
      E fortuna che del torture porn ce ne siamo sbarazzati piuttosto alla svelta 😉

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