My Little Moray Eel – 28

Copertina Moray

FOREVER LOST

Quanto avrebbero impiegato i sommozzatori di soccorso a scendere, dopo che il rover era stato distrutto? Sara pensava di avere al massimo cinque o sei minuti di libertà.Le creature si erano compattate in un’unica massa luminosa sul fondo. Era come essere immersa in una pozza di luce bianca.
Lui muoveva appena la coda, per restare in equilibrio, allo stesso livello di Sara. Socchiudeva gli occhi alle sue carezze sul muso e le parlava nella loro lingua fatta di immagini e chiazze di colore.
Sei tornata.
Sì, ma non posso restare.
Perché mi hai lasciato solo?
Non mi hanno fatto scendere. Non mi hanno più neanche fatto avvicinare.
Le si avvolse intorno, stando attento a non farle male. Lei era così piccola che avrebbe potuto frantumarle le ossa in un istante. Invece la sua stretta era delicata, quelle gigantesche spire erano la sua culla.
Ed era strano, pensava Sara, come si fossero invertiti i ruoli quando entrambi erano cresciuti. Era strano che fosse stata lei ad accudirlo quando era solo un cucciolo, a tenerlo tra le braccia, impaurito e tremante, pochi giorni dopo il suo ritrovamento sulla spiaggia.
E si rese conto di quanto le era mancato. L’interruzione della simbiosi che li legava l’aveva quasi fatta ammalare. Aveva bisogno di stare con Lui, anche pochi minuti, di sentirlo vicino.
Si rannicchiò all’interno dello spazio caldo e protetto che Lui aveva creato per lei. Si tolse un guanto per poterlo toccare e gli passò le dita sulla pinna dorsale. Era sottile e morbida, di un azzurro più chiaro rispetto al resto del suo corpo, e quasi trasparente.
Verranno a prendermi tra poco, te ne devi andare.
Non lasciarmi di nuovo.
Non ti lascio. Io sarò sempre qui.
E gli posò la testa sotto la gola. L’unico suono nel silenzio delle profondità marine, era quello del suo cuore che batteva. Le vibrazioni della pelle della murena si diffusero lungo la schiena di Sara come una serie di brividi.

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Poi la luce emanata dalle creature crebbe d’intensità, divenne quasi accecante.
Le spire che la avvolgevano si sciolsero e lei si ritrovò a galleggiare da sola.
Cercò di riprendere l’assetto giusto e guardò verso l’alto.
Tante figure scure si stavano avvicinando. E, dietro di loro, una strana sagoma che assomigliava a Giamburrasca, ma molto più grande e dalla forma più tozza.
La sagoma accelerò e superò i sub.
Sono troppi, sul motoscafo ce n’erano solo quattro. Questi saranno almeno una ventina.
Quelli degli abissi si sollevarono dal fondo e si schierarono in fila, immobili, in attesa.
Lui restò fermo, alle spalle di Sara, teso e pronto a scattare come un elastico.
Quando l’oggetto entrò nell’alone di luce emanato dalle creature, Sara lo vide un po’ meglio, anche se non riusciva a capire cosa fosse.
Un abitacolo ovale con due persone all’interno, mosso da un’elica e da un timone sulla coda. Ai due lati aveva sei escrescenze, come una mosca con le zampe ripiegate sotto il corpo.
I sub erano armati di fucili subacquei. Li puntarono contro le creature e fecero fuoco. Alcuni riuscirono a schivare i colpi, altri furono presi in pieno.
Sara era ancora agganciata a loro e percepì tutto il dolore, la furia, il panico di quegli esseri.
Fu come se gli arpioncini dei fucili anfibi avessero penetrato la sua carne.
Si raggomitolò e perse del tutto l’equilibrio che la teneva in quota. Stava iniziando a risalire.
E andava troppo veloce.
Si attaccò al pulsante dello scarico del GAV e lo sgonfiò del tutto.
Ma non riusciva a essere lucida. Le faceva troppo male. Punte di metallo che le strappavano via la pelle, le entravano nella gola, la inchiodavano alle rocce.
Lui la raggiunse. Sara tese le braccia. Si aggrappò alla pinna e lasciò che la murena la riportasse vicino al fondo.
Le creature morenti si andavano spegnendo, sussultando in piccoli e brevi lampi lumosi.
Quelle ferite cercavano riparo negli anfratti della scogliera.
Quelle ancora sane si avventarono contro i sub, impegnati a ricaricare le armi.
Fu allora che lo strano oggetto si posò sul fondale sabbioso e fece sbucare dal ventre sei zampe meccaniche che lo tennero saldo al suolo.

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L‘abitacolo si illuminò di una luce violacea, dapprima molto bassa, poi sempre più forte, che esplose in una sfera, come una bomba silenziosa.
Le creature si sciolsero.
Va’ via! Va’ via!
Sara ebbe appena il tempo di guardare negli occhi il suo amico e salutarlo. Poi il dolore la travolse.
Una volta, da bambina, aveva per sbaglio messo una mano su un fornello appena spento.
Ancora ricordava di aver cacciato strilli assordanti per un intero pomeriggio, la corsa al pronto soccorso, sua madre che guidava passando col rosso.
E soprattutto ricordava quanto aveva bruciato.
Non era niente in confronto a quello che sentiva adesso. Anche se non poteva paragonarlo ad altro. Una sensazione del tutto nuova, che non comprendeva solo la sofferenza fisica. Era l’idea di disintegrarsi, di sentire il proprio corpo dissolversi e tramutarsi in una poltiglia destinata a essere portata via dalla corrente.
Era sperimentare la morte.
Sapeva che non stava morendo, che non era lei a liquefarsi sotto la luce viola. Ma sentiva morire loro, quelli degli abissi.
Sentiva tutte quelle vite interrompersi, una dopo l’altra. L’agonia e la fine. E gli ultimi frammenti di pensieri, squarci di memorie individuali e collettive. Il desiderio disperato di salvarsi e la consapevolezza che non era possibile.
Vide una delle creature tentare di scavare nella sabbia. Le mani perdevano pezzi, le dita si scioglievano. Continuò a scavare per qualche secondo coi moncherini e poi la sua testa si aprì in due e ciò che restava del suo corpo si sollevò di qualche metro, spandendo nell’acqua una nuvola verde di sangue denso.
Quella specie di granchio meccanico continuava a sparar bombe di luce a intermittenza. Ogni due o tre secondi ne arrivava una.
Lui se ne era andato.
Sara era da sola. A quaranta metri sotto la superficie, con l’aria quasi in esaurimento e con la testa invasa dal frastuono di tutta quella morte, intorno e dentro di lei.
Si chiese se la considerassero così utile da essere salvata, o se l’avrebbero lasciata lì sotto.
Pensò ai suoi genitori, a sua madre sulla nave a Civitavecchia e a suo padre che le aspettava a casa.
Poi perse i sensi.

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6 commenti

  1. Bello lo scarrafone subacqueo! E poveri Sara e quelli degli abissi.
    Come t’ho già detto, splendida colonna sonora! \m/ 😀 \m/

    1. colonna sonora uberfiga u.u
      grazie Marina ❤

      1. I Sentenced sono sempre uberfighgi, Amok, poi… *__* Ma sto divagando 😀

        1. Helldorado · · Rispondi

          Mi associo!!

  2. Inizio dolce e struggente, per continuare con un crescendo di azione, violenza e tragedia…il tutto scritto MOLTO bene, tanto da riuscire -come sempre- a visualizzare tutti gli elementi della narrazione nella testa di chi ti legge (tanto da non aver mai abbandonato la speranza che una graphic novel qualcuno poi te la possa realizzare sul serio 😉 )

    1. Sarebbe bello…ma non saprei proprio a chi rivolgermi…
      ma prima di tutto, devo portarlo a termine.
      Per il momento abbiamo superato la metà.
      Ed è già una bella vittoria 🙂

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