Rush

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Regia – Ron Howard (2013)

Ho sempre pensato che Howard fosse un regista poco più che mediocre, pedissequamente classico e incapace di dare un’impronta personale a qualunque film sui cui mettesse le mani. Poi mi è capitato di vedere, anni fa, Frost/NIxon e sono stata obbligata a ricredermi, almeno in parte. C’è da dire che però dai e dai un bel film prima o poi lo azzeccano tutti. Howard, in carriera ne ha azzeccato anche più di uno. Amo molto Cocoon, e rivedo sempre con piacere Willow, per esempio. E va dato atto a Howard di essere uno che si adatta a ogni genere.
Forse, la storia della rivalità tra Lauda e Hunt non era però troppo adatta a lui. Forse bisognava affidarla a qualcuno con qualche guizzo creativo in più, o anche una capacità maggiore di girare scene d’azione.
Non è un brutto film, Rush, tutt’altro. Si segue volentieri e, nonostante la durata eccessiva (due ore, di cui si potevano benissimo tagliare una ventina di minuti e nessuno se ne sarebbe accorto), tiene desta l’attenzione. 

La vicenda narrata è di per sé appassionante: matti che si scrociano a 270 all’ora per vincere un titolo. Rombi di motori, macchine che sfrecciano in pista, incidenti spettacolari e il rischio come filosofia di vita.
Solo che, nel raccontare di quello storico campionato del ’76 che vide Lauda e Hunt contendersi il titolo fino all’ultima gara, Howard sceglie un punto di vista molto difficile, quello del mostrarci gli esseri umani dietro ai piloti. E per fare una cosa del genere devi essere bravo, perché il rischio banalizzazione è sempre dietro l’angolo. Rischio in cui Howard cade con tutte le scarpe, quando porta sullo schermo due stereotipi ambulanti. Non so se Hunt e Lauda fossero davvero così. Non mi interessa neanche più di tanto saperlo. Ma buttarla sulla solita, vecchia dicotomia tra  genio e sregolatezza da un lato e dall’altro precisione e affidabilità teutoniche, è un sistema che va anche oltre la mera banalizzazione. È pura e semplice pigrizia.

RUSH

Pigrizia accettabile e giustificabile nel momento in cui si tende a togliere spazio ai personaggi e si preferisce realizzare un film tutto azione, di quelli che ti inchiodano alla poltrona, dove ogni corsa è un momento di pura epica hollywoodiana. Ma Rush non è nulla di tutto questo. Il minutaggio in pista è davvero scarso, paragonato a quello dedicato alla vita privata dei due piloti. E allora qualcosa, evidentemente, non funziona.
Perché ciò che manca a Rush è proprio l’afflato epico, l’idea di assistere a uno scontro tra due titani dell’automobilismo. Perché puoi ripeterlo anche un miliardo e mezzo di volte nei dialoghi, ma se quando finalmente ti degni di girare un gran premio, lo fai passare in una trentina di secondi, anche girati in maniera un po’ confusa, quasi sempre andando sui dettagli (in CGI) dei meccanismi dei motori, o sui primi piani degli occhi dei piloti dietro i caschi, non riuscirai mai a trasmettere in maniera efficace il senso di pericolo, la vicinanza costante alla morte e l’adrenalina che solo una gara dell’epoca poteva dare.
Insomma, un Tony Scott, con la mano sinistra e un occhio chiuso, di Rush te ne dirigeva nove di fila e ti mandava a casa felice.

Un peccato: la ricostruzione degli anni ’70 è perfetta, i costumi, il trucco, la fotografia, ogni elemento trasporta lo spettatore dritto in quel periodo. Ron Howard è bravissimo nel delineare ambiente e contesto in cui i piloti vivevano e gareggiavano. E il lavoro alle luci di Anthony Dod Mantle è davvero uno spettacolo. Sembra di assistere a un film realizzato in quegli anni, se non fosse per gli effetti speciali.
Howard, fino a quando si tratta di raccontare il contorno (fan, conferenze stampa, atmosfera pre e post gara) dimostra di essere un ottimo regista classico. Come già in Frost/Nixon, usa tecniche che simulano il modo di girare dell’epoca.
Poi si sale in macchina e Rush si trasforma in un videoclip modernissimo. Davvero un’occasione sprecata.

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I film sull’automobilismo sono pochi. E quei pochi non si può dire siano particolarmente riusciti. Credo sia perché girare una corsa di Formula Uno non è semplicissimo. Il cinema ha fatto la propria fortuna con le macchine, tra inseguimenti spettacolari e acrobazie improbabili. Ma il realismo di una gara su un circuito, riprodotto in maniera fedele, può essere noioso.
Purtroppo Howard non possiede l’estro necessario a conferire, appunto, lo spirito epico alle gare. E allora aggira il problema, rappresentandole in maniera molto frammentaria e spostando il nucleo centrale del suo film dalla pista alla vita quotidiana. Dal lato sportivo a quello “umano”, se mi si passa il termine.

Nel farlo, azzecca un paio di momenti molto buoni: il recupero di Lauda in ospedale è magnifico. Si avvertono il dolore, la forza di volontà e lo spirito di rivalsa. E quando poi, sotto la pioggia, Lauda deciderà di ritirarsi, sentiremo tutto il peso della sua decisione. Sono questi gli attimi in cui Rush diventa davvero emozionante.
Mi ha stupito anche, in senso positivo, la crudeltà di alcuni dettagli. Howard non sarà poi questo gran regista d’azione quando si tratta di mettere in scena un incidente. Ma se deve mostrarne gli effetti, non nasconde niente. E così abbiamo decapitazioni e gambe spappolate.
Insomma, passa molto bene il senso del rischio delle corse dell’epoca, quando salivi nell’abitacolo e non sapevi se ne uscivi tutto intero o in poltiglia.

Rush

Per quanto riguarda il rapporto tra Hunt e Lauda, il mio amico Bruno di Mondi Immaginari lo spiega molto meglio di me, dato che lui quel duello lo ha vissuto e se lo ricorda bene. Pare che Howard abbia un po’ romanzato le cose. E che la rivalità non fosse poi così esasperata come la si dipinge nel film.

Un film riuscito a metà. Lo si guarda, ci si diverte il giusto, lo si dimentica dopo un poco. Tagliando qualcosa (del divorzio di Hunt non me ne può fregar di meno, grazie) e con una maggiore attenzione al lato action, poteva venir fuori molto meglio.
Ma ci accontentiamo.

22 commenti

  1. Perfettamente d’accordo su Howard. E’ un regista classico nel senso deteriore del termine. Difficilmente osa. Però è vero che è versatile ed ha raccontato un po’ di tutto. Poi, per esempio, io Willow lo adoro! Ci sono cresciuta con quel film (e con il libro). Questo devo ancora vederlo ma, da quello che racconti, è come se lo avessi già visto perché se avessi dovuto descrivere cosa mi aspetto da questo film sarebbe esattamente ciò che racconti. Ti farò sapere (ma troppi film in questo periodo! Troppe uscite importanti e io sono un sacco indietro…).

    1. Guarda, in realtà ci ho anche sprecato troppe parole. Sarebbe bastato: troppe chiacchiere, poco correre 😀
      E sì, Howard è piuttosto anonimo.
      Ma a Willow si vuole bene 😉

      1. E’ probabile che anche il suo non essere mai stato in precedenza granché appassionato di automobilismo -parole sue- possa avere contribuito a una resa complessiva non del tutto convincente…e allora sì, con questo deficit iniziale forse si è sottovalutato il rischio di romanzare e stereotipare un Lauda e un Hunt che avrebbero potuto essere interessanti semplicemente rimanendo sé stessi, nella loro versione storicamente autentica (senza fronzoli né enfatizzazioni extra per il pubblico pagante). O ancora -nonostante i buoni momenti dovuti alla professionalità e la magnificenza tecnica messa in campo che giustamente riporti-per lo stesso motivo è possibile non aver compreso fino in fondo quanto spazio dovessero avere le corse, appunto. Semplice ipotesi, intendiamoci, dato che il film non l’ho ancora visto…però è un dato di fatto che la Formula Uno nuda e cruda sia cinematograficamente “ostica” da trattare (oltre ad essere nella realtà più asettica e monotona oggi rispetto a quegli anni ruggenti). E a maggior ragione per un titolo così specifico, francamente, io non avrei pensato ad un pur buon mestierante come Howard…
        P.S. Assolutamente d’accordo su Willow (che io tra l’altro ho sempre preferito a Cocoon) 😉

        1. Io sono una romanticona e quindi Cocoon mi piace un sacco 😉
          Sicuramente Howard è niente più che un buon mestierante.
          E forse ci voleva solo qualcuno con più passione.
          è comunque da vedere Rush.
          Se non altro perché i film sull’automobilismo sono davvero pochissimi.

  2. L’ennesima occasione sprecata, là…

    1. Ma non era facile…
      UN giorno mi piacerebbe vedere un bel film sulle corse automobilistiche.

      1. L’hai mai visto Adrenalina Blu, la leggenda di Michel Vaillant?

        1. No, mi hanno tutti detto che è una cazzata stratosferica. A te piacque?

          1. Non è certo tra i miei film del cuore. Salvo le sequenze di corsa ma su recitazione e sviluppo della trama lasciamo stare…

      2. Che, secondo me, deve non poco a quest’altro lavoro:

        1. Ecco, questo è un film 😉

          1. E grazie! 😛

  3. Helldorado · · Rispondi

    Visto ieri sera, m’è piaciuto molto e le due ore sono volate.Credo che la scelta di rappresentarli in maniera così manichea abbia dei riscontri nelle vere vite dei due. Calcola che Lauda lo chiamavano “il Computer” per quanto fosse preciso e bravo nel lavoro, Hunt come dicono nel film è morto giovanissimo e non si è più ripetuto a quei livelli. C’è ovviamente molto “romanzo” ma Lauda è stato coinvolto nel film se non sbaglio, quindi qualcosa di vero ci sarà.

    Non so, forse è l’affezione per la storia gloriosa della F1, della stima che ho sempre provato per Lauda, ma io l’epica l’ho avvertita… 🙂

    1. Sì, di sicuro Lauda era uno precisissimo e Hunt un matto. Però è sottolineato in maniera troppo enfatica, troppo manichea, troppo stereotipata.
      E poi, non so, mi aspettavo più scene in pista, più adrenalina.
      Non è un brutto film, tutt’altro.
      Però è molto standard.

  4. Ringrazio per la citazione; quanto al rapporto tra i due rivali, tenuto conto del fattore “professionale” per cui non si può essere né del tutto amici né del tutto nemici, ai tempi in cui gareggiavano nelle formule minori i due andavano a fare bisboccia insieme. Pertanto la differenza fra i due stili di vita è esistita, e che Lauda abbia sottolineato i limiti di Hunt ci può stare, ma non c’era del malanimo fra di loro.

  5. LordDunsany · · Rispondi

    Grazie Lucia d’aver confermato un mio sospetto con la tua precisa recensione.. Dal Trailer mi pareva un “peto” venuto male, e pare sia proprio così; differirò a data X la visione.. Ma perché ti perdi con questi filmucoli, io sono qui che aspetto ansioso il commento a “You’re next” con i cari amici Adam, Barbara, Joe, Larry e Ty 🙂

  6. Paolo1984 · · Rispondi

    Ho visto ‘sto film e confermo che non è un capolavoro ma nemmeno è brutto..è un buon film medio diretto con mestiere da Ron Howard..che abbiano un po’ esagerato la rivalità tra i due a fini cinematografici i può stare e non è di per sè un male..del resto i caratteri dei due piloti erano quelli descritti

    1. Ma infatti non è un brutto film…è solo un po’ anonimo. Gli manca il colpo di genio, ecco.
      E insisto col dire che tutta la parte dedicata alle corse è davvero povera cosa.

  7. lcn2004 · · Rispondi

    premetto che da grande appassionato di automobilismo preferisco evitare di vedere film sull’argomento,a parte i documentari,un film sulla rivalita’ tra Senna e Prost girato magari da uno come Tarantino non mi dispiacerebbe…

  8. Rush è un capolavoro.
    Perché? Perché fa venire perfettamente fuori un tratto umano che non è possibile confondere: ciò che una persona desidera lo domina.
    La storia stessa lo afferma: persone che si avvicinano alla morte e non gli interessa, perché ciò che gli interessa è la vittoria.
    Oppure nella magnifica scena ove c’è l’incontro con le persone italiane che si fermano a dare un passaggio poiché han visto Niki Lauda, e non la sua avvenente compagna col pollice alzato.
    voto: 9.

    1. Non mi sembra un concetto così nuovo da giustificare la parola capolavoro…

      1. Paolo1984 · · Rispondi

        comunque a Lauda interessava restare vivo più che la vittoria..l’ha dimostrato al gran premio giapponese

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