My Little Moray Eel – 26

Copertina Moray

LEVIATHAN

La prua del motoscafo della marina si sollevò sotto la spinta di un’onda più forte delle altre. Sara si aggrappò alla ringhiera di ferro e chiuse gli occhi quando gli spruzzi la investirono.
Nella luce incerta dell’alba, cominciava a distinguere la linea del promontorio del Pellicano. Rabbrividì e alzò il collo del giaccone militare che le avevano prestato. Faceva freddo. E ancora il sole non era sorto del tutto.
Avevano lasciato il porto alle quattro del mattino: il dottor Florenzi, quattro sommozzatori pronti a entrare in acqua se qualcosa fosse andato storto, un tecnico che si sarebbe occupato della telecamera, il pilota della barca e un paio di marinai.
Il mare era torbido e agitato. La visibilità, lì sotto, sarebbe stata scarsa. La corrente avrebbe sollevato la sabbia dal fondo e il cielo, coperto di nubi grigie, avrebbe impedito che i raggi del sole filtrassero. Buio pesto.
Sara ci era abituata. Si era immersa parecchie volte d’inverno, anche con mare brutto e pioggia. Solo che tutto quel dispiegamento di mezzi la metteva in soggezione. E aveva paura di sbagliare qualcosa, di non essere all’altezza.
Il motoscafo rallentò, avvicinandosi agli scogli.
Sara percorse lo stretto corridoio che collegava la prua alla poppa e scese in cabina.
Il dottor Florenzi e il tecnico erano seduti davanti a uno schermo. Le immagini erano quelle delle loro schiene. Sara si avvicinò ai due e si accorse di essere entrata in campo anche lei.
Si girò e vide uno strano aggeggio alle sue spalle, un apparecchio che le ricordava un vecchio film di Cameron. Era giallo, grande più o meno quanto una bombola da 18 litri, aveva la forma di un siluro e due maniglie ai lati per essere sollevato.

sl2a

Sul muso, protetto da una spessa cupola di vetro, l’occhio di una telecamera riprendeva l’interno della cabina.
“Questo è Giamburrasca” le disse il tecnico “È un rover. Ti accompagnerà per tutta l’immersione. Lo guido io da qui e farò in modo che ti stia sempre dietro. Come vedi, non scendi proprio da sola.”
“Sara, comincia a vestirti. Buttiamo l’ancora e siamo pronti” disse Florenzi.
Sara uscì di nuovo all’aperto, aprì il borsone che aveva messo sotto ai sedili del pozzetto e tirò fuori la sua muta stagna. C’era stato qualche problema a trovarne una della sua taglia. Le andavano tutte troppo grandi e alla fine aveva ottenuto di essere accompagnata a casa da una macchina a prendere la propria attrezzatura.
Si tolse la giacca ma si lasciò addosso il maglioncino a collo alto. Da una tasca del borsone prese dei calzini di lana da mettere sotto i calzari. Col sottomuta, sarebbe rimasta quasi del tutto asciutta.
Agganciò le bretelle alle spalle e si infilò la parte superiore. Adorava le mute stagne. Le sembrava quasi di essere un’astronauta.
Florenzi si affacciò dall’ingresso della cabina, vide che aveva quasi finito e le si sedette accanto.
Il motore del motoscafo si spense. Il rollio continuo della barca le dava un vago senso di nausea, forse perché era a stomaco vuoto.
“Tutto bene?” le chiese Florenzi.
“Sì. Non è che per caso a bordo ci sono dei biscotti, o qualcosa del genere?”
“Ora chiedo. Tra una ventina di minuti entrerai in acqua. Tieniti sui trenta – trentacinque metri. Non di più, per oggi che sei sola. Il rover ti starà alle costole tutto il tempo. Al minimo problema, la squadra di soccorso ti raggiungerà.”
“Non ce ne sarà bisogno.”
“Speriamo. Vado a vedere per quei biscotti.”
Anche i sommozzatori si stavano preparando. Sarà incrociò lo sguardo di uno di loro, una montagna umana che stava controllando il funzionamento del suo gruppo. Accennò un sorriso. L’uomo le sorrise di rimando e unì il pollice e l’indice della mano destra a formare un OK con le dita. Sara rispose con lo stesso gesto e si sentì un po’ più rilassata.
Provò il pulsante di scarico e carico del GAV, si accertò che il bibo* fosse carico, diede una boccata a entrambi gli erogatori.
Florenzi tornò con un pacchetto di crackers. Sara ne mangiò un paio. La nausea si attenuò.
Li offrì al sommozzatore gigante che le sedeva di fronte. Lui li accettò con un cenno di ringraziamento.
Sara indossò le bombole, si appese la maschera al collo e prese le pinne. Si avvicinò alla plancetta. Prima di scendere, diede uno sguardo alla scogliera. Respirò a fondo l’aria umida del primo mattino.
Era contenta di essere a casa.
Il tecnico calò Giamburrasca in acqua. Il ronzio del motore elettrico del rover fu inghiottito dal rumore delle onde.
Sara sporse una gamba oltre il bordo della plancetta. Tenendosi maschera ed erogatore con una mano, si lasciò cadere in mare.

Feeding_Frenzy_Underwater_Light

Come aveva previsto, era buio e un fastidioso pulviscolo di sabbia e alghe le ballava davanti alla faccia. Accese la torcia, aspettò che dalla barca le segnalassero che poteva andare e sgonfiò il GAV, iniziando l’immersione.
Giamburrasca la seguì. Sara mandò un saluto alla spia rossa della telecamera e gli fece l’occhiolino.
Il fascio della torcia disegnava un cono di luce che a malapena riusciva a penetrare la muraglia di inchiostro intorno a Sara. Lo puntò verso la parete di roccia e la costeggiò, mentre il computer le scandiva i metri di discesa: 15, 18, 23, 27.
Arrivata a trenta si fermò.
Alle sue spalle, Giamburrasca oscillava a destra e a sinistra, dando strappi al cavo di collegamento con la superficie, come un cagnolino tenuto al guinzaglio.
Sara si teneva in quota col respiro. Le gambe appena divaricate, le ginocchia piegate, le braccia aperte con i palmi delle mani rivolti verso il basso, quasi a voler fermare una caduta.
Rimase così qualche minuto, richiamando dentro di sé la sfera di luce bianca, la voce del mare che le cantava in testa.
Poi la lasciò andare, spingendola verso il basso, più a fondo possibile. E più lontano, verso il mare aperto, dove Quelli degli Abissi vivevano.
Indirizzò la torcia verso il blu. Ma si accorse che non era più necessario. L’acqua brillava di tanti puntini bianchi in avvicinamento.
Si girò verso Giamburrasca e indicò con una mano. Il rover ebbe uno scatto. Poi si posizionò al suo fianco, inquadrando quello che sembrava un balletto di fioche candele.

Altri Capitoli qui.

* Bibo – Doppia bombola, Bi-Bombola.

4 commenti

  1. È stato un piacere recuperare i capitoli della murena! 😀

    1. e oggi abbiamo superato la metà!
      grazie Gianluca!

  2. Giamburrasca sta per fare delle riprese memorabili, mi sa… 😉

    1. O forse farà una brutta fine prima di completarle, chi lo sa?
      🙂

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