The Dyatlov Pass Incident

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Regia – Renny Harlin (2013)

Ebbene sì. Renny è tornato dietro la macchina da presa con un horror, dopo quasi tre anni di assenza dal cinema, dopo il non memorabile (anzi, mi dispiace dirlo, perché io a Renny voglio bene, ma era proprio un cesso di film) The Covenant e soprattutto dopo l’imbarazzante esperienza de L’Esorcista – La Genesi, che davvero mi chiedo chi gliel’ha fatto fare a sputtanarsi così.
Non solo horror, ma found footage, perché Renny è un furbone e se gli dicono che al pubblico piacciono i falsi documentari con le riprese traballanti, lui risponde: “e che problema c’è? Riprese traballanti siano, possibilmente con un pizzico di complottismo, l’esca degli eventi inspiegabili realmente accaduti e, a condire il tutto, una bella ambientazione di montagna. Dopotutto, sono sempre il regista di Cliffhanger, che cazzo”

Ma prima di parlare del film, documentiamoci.
L’incidente al Passo Dyatlov, che dà il titolo al film, è avvenuto nel febbraio del 1959, nella zona settentrionale degli Urali: nove escursionisti vennero trovati morti in circostanze misteriose. Il passo montano si chiama Dyatlov dal nome del capo della spedizione.
I corpi furono rinvenuti il 26 febbraio, ma la morte risaliva alla notte del 2. I soccorsi trovarono le tende dei ragazzi (tutti studenti o da poco laureati) squarciate dall’interno e i cadaveri scalzi e seminudi, nonostante la temperatura fosse oltre i 30 gradi sotto lo zero. A uno dei corpi mancava la lingua, mentre altri due presentavano fratture alla cassa toracica simili a quelle derivanti da un incidente stradale. I pochi vestiti che avevano addosso erano radioattivi, anche se mai si è trovata la fonte delle radiazioni.
In realtà non si è mai capito come siano morti. Si parlò addirittura di  “una irresistibile forza sconosciuta”.

2-The-Dyatlov-Pass-Incident-Storia piuttosto ghiotta e adattissima per un mockumentary horror. L’espediente usato da Renny è quello di una nuova spedizione, anch’essa formata da studenti (ma americani, questa volta), che intende girare un film sul mistero dell’incidente al Passo Dyatlov. E così partono in cinque: una studentessa di psicologia, uno studente di cinema, una ragazza addetta al sonoro e due guide.
Inutile star qui a dirvi che andrà tutto storto e che dopo la solita mezz’ora di stupore per la bellezza dei luoghi, di scaramucce amorose e definizione (piuttosto blanda) dei vari personaggi, si entra nel vivo e si va a scoprire quale mistero si nasconde sul Passo Dyatlov.

Nonostante la presenza di voragini logiche che inghiottono lo spettatore e la sua sospensione di incredulità, la soluzione del mistero possiede un grande fascino, che ci riporta dritti dritti alle atmosfere di telefilm come Ai Confini della Realtà. Insomma, lo dico subito a scanso di equivoci, si esce dal territorio propriamente horror per entrare in quello di un certo tipo di fantascienza, in questo caso anche un po’ cialtrona se vogliamo, ma divertente e appassionante.
Rernny Harlin (e con lui lo sceneggiatore Vikram Weet) non va troppo per il sottile e se c’è un luogo comune da inserire, lui prende e lo inserisce: i nostri vengono avvertiti di andarsene poco prima di avventurarsi nel passo maledetto; incontrano un’anziana donna che aveva preso parte ai soccorsi per la spedizione del ’59 e quella, di punto in bianco, si mette a far rivelazioni mai venute a galla prima; assistono a tutto il campionario di stranezze tipiche del “brutto posto”, e quindi via alle  orme di piedi nudi nel terreno, rumori bislacchi, parti anatomiche ritrovate nel bel mezzo del nulla e via così.
Per chi ha visto tanti found footage, ma anche per chi si è limitato alla visione del solo The Blair Witch Project, The Dyatlov Pass Incident non sarà nulla di nuovo. E, devo aggiungerlo per forza, la prima parte del film è anche un po’ noiosetta, come accade sempre in questo genere di prodotto cinematografico.

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La differenza sostanziale è che qui alla regia c’è Renny Harlin e, saltate tutte le fesserie di rito, nel momento in cui i nostri entrano in una certa botola in mezzo alla neve, fa partire il film a tutta velocità, facendolo assomigliare a una di quelle macchine bruttissime, che sembrano delle carrette destinate a fondere il motore dopo duecento metri. Ma poi sotto al cofano hanno un motore truccato e ti seminano in cinque secondi.
Ecco, The Dyatlov Pass Incident è un po’ così. Va sopportato per un’oretta e poi ci si diverte.
Si poteva tagliare sicuramente qualcosa nella parte centrale. Si impiega troppo tempo ad aprire quella dannata botola e a scoprire cosa si nasconde al suo interno. I personaggi sono cliché ambulanti e gli attori (giovani e sconosciuti) non fanno poi questo lavoro eccellente.
Eppure è un film di Renny Harlin e, una volta persi in quei cunicoli sotterranei, lo spavento è garantito.

Budget molto basso, effetti speciali in CGI non da disprezzare, soprattutto nel finale, dove l’oscurità quasi assoluta è utile a coprire la povertà del tutto, un controllo delle immagini (meno mal di mare, più fluidità nei movimenti) superiore alla media del genere e una vicenda di base molto intrigante.
Renny tra i monti si trova a suo agio, ma dà il meglio di sé negli spazi stretti e claustrofobici delle gallerie che celano oscuri segreti e laboratori nascosti.
E alla fine, la teoria del complotto dei sovietici cattivi viene suffragata solo fino a un certo punto, con dieci minuti conclusivi che riescono persino a stupire. Anche se quel volpone di Renny ci spiffera la soluzione del mistero dopo un quarto d’ora di film. Il bastardo.

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Con Harlin, in particolar modo nella seconda parte della sua carriera, si oscilla sempre tra un buon prodotto e una ciofeca inguardabile. In questo caso siamo nel mezzo. Renny può e deve fare di meglio.
Certo, barcamenandosi tra progetti discutibili e budget ridicoli, sarà difficile tornare ai fasti di Blu Profondo.
Ma io ci spero. E nel frattempo faccio il tifo.

17 commenti

  1. E vabbé, però ‘sto fatto che tocca pagar pedaggio al genere inizia un po’ a stufare. Mi spiego, e mi ricollego anche al recente I Spit on your… etc. e anche lì ci si muove ormai su un canovaccio prefissato, che a dispetto della definizione stessa di canovaccio, viene però seguito alla lettera.
    Tanto che la prima mezz’ora di questo film non fa altro che riproporre, punto per punto, le situazioni tipiche del found footage.
    Ora mi chiedo, in nome di chi, ogni volta, dobbiamo sopportare scenette inconcludenti, battutine, terrore (che non c’è), ma che i personaggi provano chissà perché?
    Perché è obbligatorio scandire con la banalità almeno mezz’ora di film?
    Cioè, tra la prima mezz’ora di questo, e quella di Chernobyl Diaries non c’è differenza, e potrei aggiungere almeno un altra dozzina di titoli identici.

    Poi, ok, diventa un pochetto interessante, ma nemmeno, perché segue un altro film ben preciso, stesso genere, situazioni simili.

    Detto ciò, parlo un pochino da queste parti, che dalle mie ci sono stanze vuote. ❤

    1. Oddio, a quale film ti riferisci, Cap?
      Non so, a me queste storie di morti misteriose e inspiegabili piacciono da matti e quindi forse gli ho perdonato più del dovuto.
      Il finale mi è piaciuto davvero. ma tanto.
      E poi è girato mooolto meglio di Chernobyl Diaries

      1. Non ricordo il titolo, ma è recente, credo del 2012. Comunque è ambientato in Russia. C’è un gruppo di pseudo-studenti che vuol fare un reportage su una serie di morti misteriose avvenute in un bosco.
        Giunti sul luogo, scortati da una guida locale…, scoprono una struttura abbandonata che, dopo un rapido sopralluogo, si rivela essere appartenuta all’esercito sovietico, che lì dentro conduceva esperimenti su esseri umani dotati di ESP.
        La struttura era ovviamente infestata dai residui delle antiche vittime.

        E ho detto tutto. 😀

        1. Ora mi metto alla ricerca 😀

          1. Giuseppe · ·

            Se non mi confondo, dalla trama direi che il film in questione è Entity (così puoi circoscrivere il campo delle ricerche 😀 )…e per quanto riguarda Renny, mi aggiungo tranquillamente alla schiera di tutti quelli che vogliono continuare a concedergli fiducia (in questo caso poi, visto il fascino del soggetto trattato, credo che cimentarsi nel found footage fosse quasi d’obbligo anche per lui).

          2. Grazie della dritta!! 😀
            quindi Renny è pure un copione, ma gli perdoniamo anche questa 😉

          3. Sì, è Entity. Ho sempre avuto grossi problemi a ricordare i titoli. 😀

  2. Avevo letto già qualcosa a riguardo di questo film e che ti devo dire? Quando si parla di misteri e morti inspiegabili, magari senza tirare in ballo mostri e creature canoniche o alieni, l’acquolina in bocca mi viene… quasi un riflesso pavloviano. Mi sembra che dopo tutto sia possa salvare e destinare il buon Harlyn a una prova d’appello… (un po’ come Neill Blomkamp, secondo me)

    1. Eh, ma Renny non è un giovane virgulto come Blomkamp (che tra le altre cose ancora non ho visto), Renny è un veterano. Ed è un veterano molto stanco 😀

      1. La senilità non ha mezze misure nel cinema: o distrugge i registi o li eleva a vette inaspettate

  3. Quindi il finale non delude troppo …

    1. Secondo me il finale è la cosa migliore.
      La più “intelligente”

  4. SPOILER!!!

    Il film mi è piaciuto molto, il dirottamento verso la fantascienza ha salvato il film. Ho trovato intrigante il mistero che si cela dietro le morti misteriose. Il finale concordo, l’ho trovato perfetto. C’è tanta carne al fuoco tanto da farmi scoppiare le meningi, soprattutto quando di mezzo ci sono i viaggi temporali.
    Non ho capito alcune cose, come fanno ad uscire le creature all’esterno? Ovvero i passi nella neve sono dei due sopravvissuti finali ormai trasformati, ma se sono negli anni 50 come è possibile che poi si trovino ai tempi nostri della seconda spedizione? L’unica cosa che mi viene in mente è che siano rientrati nel teletrasporto, ma facendo così come hanno fatto ad uscire se la porta esterna era chiusa? Forse dai militari inviati ad ucciderli?
    Alla fine un buon film che mi ha preso molto e ti ringrazio per la buona dritta. Non è un film perfetto, ma sicuramente è qualcosa di originale. Ho apprezzato il fatto di citare l’esperimento Philadelphia e indirettamente la pellicola “The Philadelphia Experiment”. Fantastica anche la spiegazione dello Yeti in modo scientifico…molto molto divertente.

    1. Sì. è un film che sta sempre in bilico tra la stronzata e la perla e poi con quel finale diventa una perla.
      Quella potrebbe essere anche una piccola incongruenza. Oppure che li hanno presi e infilati nel bunker e tenuti lì fino ai giorni nostri.
      Renny Harlin è sempre bravo, e sempre da seguire 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E anche per come è riuscito a gestire la faccenda del paradosso temporale si dimostra che facciamo bene a continuare a seguirlo 😀
        Si veda ad esempio la finezza riguardante i sogni/presagi di cui parla la protagonista…in sostanza, passato e futuro già inestricabilmente legati fra loro a causa delle forze messe in moto dall’esperimento, capaci di lasciare tracce nel tessuto spaziotemporale che la ragazza era evidentemente già in grado di percepire. O ancora il riferimento al tempo che non scorre come dovrebbe…insomma, intelligenti trovate che rendono la parte statica spettante al found footage meno statica e prevedibile, prima ancora di arrivare a quella dannata botola dove succede tutto quello che fa rientrare a pieno titolo questo mockumentary nell’esiguo gruppo di quelli davvero riusciti (in quanto hanno quel qualcosa in più rispetto ai limiti che il genere impone). 😉

  5. Sono quei registi che nel bene e nel male riescono sempre a farsi distinguere. Meglio di J.J.Abrams che fa film curati bene, ma privi di carattere…tremo all’idea del nuovo Star Wars!!!
    Renny l’ho adorato in quel film dalla trama più improbabile del mondo ovvero Blu Profondo. Un tentativo coraggioso, ma che a mio avviso funziona bene. Magari anche se la scena di S.Jackson fa fare il salto dalla sedia è veramente ridicola.

  6. A me piaciuto e infatti lo metto tra i miei 100 film da vedere

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