1967: Gli Occhi della Notte

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Regia – Terence Young
Damn it, you act as if you’re in kindergarten! This is the big bad world, full of mean people, where nasty things happen!

Credevate avessi interrotto la rubrica, vero? E invece no. Aspettavo solo la fine dell’estate per riprendere il palinsesto a pieno regime.
E ricominciamo alla grande, con uno di quei film che all’apparenza hanno poco a che vedere con la piccola storia dell’horror che sto cercando di portare avanti, ma che forse ne fanno più parte di tanti splatter conclamati.
Wait Until Dark, ultima apparizione di Audrey Hepburn fino al 1976, quando partecipò a Robin e Marian, tratto da un’opera teatrale di grandissimo successo di Frederick Knott (già responsabile del testo de Il Delitto Perfetto di Hitchcock), non è propriamente un film dell’orrore. Eppure compare sia nella lista di Bravos 100 scariest movies moments (al decimo posto), che nel saggio di King Danse Macabre, dove lo scrittore lo definisce uno dei film più terrorizzanti mai girati. La trama del film, abbastanza arzigogolata, ruota intorno a una bambola piena di cocaina che per una serie di circostanze finisce nelle mani del marito di Susy (Audrey Hepburn). Susy è una giovane non vedente che rimane sola in casa. Tre malviventi cercheranno di recuperare la cocaina architettando una truffa ai danni della ragazza. Solo che Susy è molto più sveglia di quello che i ladri pensano. E non sarà affatto facile avere a che fare con lei.

Abbiamo quindi una donna sola e indifesa alle prese con tre ladri. Ma se due di loro sono abbastanza innocui e anche un po’ ridicoli, il terzo, interpretato da un giovane Alan Arkin quasi agli esordi, è uno psicopatico da incubo. Un ruolo per cui fu molto difficile fare il casting: nessun attore voleva infatti trattare la Hepburn così male: “You don’t get nominated for being mean to Audrey Hepburn” dichiarò lo stesso Arkin in un’intervista, quando gli chiesero come mai fosse stato ignorato agli Oscar per la parte del cattivo ne Gli Occhi della Notte. Nomination che invece andò alla Hepburn.

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Il regista era Terence Young, famoso per aver diretto tre film della serie 007, a suo agio  in ogni genere possibile e immaginabile, dalla commedia al peplum. Insomma, uno di quei professionisti hollywoodiani d’altri tempi.
Adattamento di un testo teatrale famoso, una diva per protagonista, gruppo di comprimari formato da caratteristi dotati di palle quadrate e, così tanto per non farsi mancare niente, Henry Mancini a comporre le musiche. Non so voi, ma io il fascino di tanta classe tutta insieme lo subisco che è una bellezza. Fascino e nostalgia, per un modo di fare cinema così elegante e rigoroso da lasciare a bocca aperta.
Il set, un appartamento. Anche piccolo. Tutta l’azione, se si esclude un prologo all’aeroporto e un paio di scene nella stradina antistante la casa di Susy, si svolge lì. Anzi, l’ambientazione vera e propria è ristretta al soggiorno. Pochissimo spazio da gestire, per un film che è quasi tutto sulle spalle degli attori e delle scelte di Young per non rendere troppo statiche le riprese.
E Wait Until Dark ha un ritmo molto particolare. Un climax continuo. Parte molto piano e in sordina, si mimetizza utilizzando toni da commedia (i travestimenti dei ladri, per esempio) e nel frattempo aumenta la tensione fino ai memorabili otto minuti finali, quelli che gli hanno dato un posto d’onore nella storia del cinema della paura.

During the last eight minutes of this picture the theatre will be darkened to the legal limit, to heighten the terror of the breathtaking climax which takes place in nearly total darkness on the screen
Il personaggio di Susy è straordinario per le sue indipendenza e forza nonostante la palese condizione di inferiorità nei confronti dei suoi aggressori. Quando si rende conto di essere stata raggirata, per mettersi alla pari con loro, rompe tutte  le lampadine dell’appartamento. E così i famosi otto minuti finali sono al buio. In alcuni momenti il buio è solo simulato da un lavoro fotografico pazzesco (di Charles Lang, non un tizio qualunque), ma in altri è buio vero, totale.
E al cinema spegnevano quasi tutte le luci.
Ecco, vedere Gli Occhi della Notte su grande schermo deve essere stata un’esperienza molto intensa.

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Ancora oggi, quegli otto minuti fanno paura. Ma non solo per lo spavento meccanico indotto dall’assenza di luce, o per il balzo sulla sedia quando Alan Arkin si alza in piedi all’improvviso e tenta di prendere la Hepburn alle spalle. Certo, sono componenti importanti che aumentano la suggestione e che Young sfrutta con perizia e quel pizzico di furbizia di chi la sa lunga.
Ma non avrebbero questo effetto se il film non fosse stato costruito pezzo per pezzo, dando spazio ai personaggi, facendoci entrare in sintonia con Susy e il suo mondo.
Dandoci quindi un ritratto femminile realistico e per nulla stereotipato. Una donna indipendente e brillante, che supera il terrore grazie alla sua intelligenza e al suo intuito. Senza l’aiuto di nessuno se non di una ragazzina entusiasta di poter giocare a fare la detective.
Se Susy si mostra molto fragile all’inizio del film, e nel rapporto col marito, e in quello con le altre persone che gravitano intorno al suo appartamento, mentre la storia procede, capisce di poter contare solo su se stessa e, un po’ per disperazione, un po’ per rivalsa contro la sua stessa condizione, riesce ad avere la meglio su tutti.

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Essendo il cinema un racconto per immagini, adottare interamente la prospettiva di Susy è impossibile. E infatti, in maniera un po’ paradossale, i criminali riescono a raggirare noi che guardiamo, ma non raggirano lei, che nota dettagli per lo spettatore insignificanti: le tapparelle abbassate, il rumore delle scarpe, il fatto che non si senta la radio della macchina della polizia. In questo sfasamento di prospettiva sta la forza del film. Oltre alla sua natura claustrofobica e alla capacità della Hepburn di trasmettere fragilità e determinazione usando soltanto la postura, o il modo di camminare.
Una prova recitativa gigantesca.

È un horror, Gli Occhi della Notte?
Per 100 minuti è un thriller vecchia scuola, basato sui dialoghi e su una regia calibrata al millimetro. Poi si trasforma, getta la maschera da persona per bene, controllata e inserita in società e diventa una belva scatenata. Come il personaggio di Alan Arkin, il film perde il controllo ed esplode in una sequenza che, per gli standard dell’epoca, non esiterei a definire estrema. E, da un punto di vista psicologico, molto violenta.
E allora possiamo rispondere che sì, Gli Occhi della Notte è un film del terrore nell’accezione più nobile e profonda del termine.
Il terrore di essere soli e indifesi. Il terrore di essere abbandonati. Il terrore dell’estraneo nella nostra casa, nella nostra intimità.
Tutte paure che quest’opera riesce ancora a smuovere. A 46 anni dalla sua realizzazione.

6 commenti

  1. Helldorado · · Rispondi

    Bellissimo film, mi rimase impresso perchè non me l’aspettavo un film così con la Hepburn, abituato alle commedie. 😀

    Ottimo post 🙂

    1. Credo sia l’unico horror in cui è presente la Hepurn. E quanto è brava…
      tutto sapeva fare ❤

  2. adoro questo film ..fa ancora paura a distanza di tanti anni…quindi vuol dire che Young e gli attori ha fatto un lavoro magnifico!

  3. C’era una voglia di sperimentare, provare, fare anche ad alti livelli. Una voglia che adesso è svanita nel nome di un incasso facile quanto sempre più faticosamente rincorso: la tigre si sta mordendo la coda e si fa male senza rendersene conto!

  4. Gli anni passano, ma la vera classe non diminuisce…e quegli otto minuti continuano – dopo decenni- ad avere molto da insegnarci in fatto di terrore…

    1. Storia del cinema ❤
      indimenticabili 😉

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