The Seasoning House

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Regia – Paul Hyett (2012)

Capita proprio nel momento giusto questo piccolo film inglese, esordio alla regia del truccatore di tanti horror britannici molto amati da queste parti (Heartless, The Descent, Doomsday). Sembra quasi concludere un ciclo di post che hanno avuto un buon riscontro. Il che mi fa piacere: a volte è utile parlare di cinema (e, grazie al guest post sul paranormal romance, di letteratura) da una prospettiva un po’ meno limitata del solito.
Avere fra le mani una sottospecie di Rape and Revenge contemporaneo mi aiuta quindi a chiarire ancora di più i miei sproloqui dei giorni precedenti, casomai non si fosse capito fino in fondo quello che avevo intenzione di dire.
Partiamo subito evidenziando due elementi fondamentali:
1) The Seasoning House è un film molto violento, che allo spettatore risparmia poco e niente. Colpisce forte e riesce anche a creare un senso di disagio, quasi un vero e proprio malessere fisico.
2) The Seasoning House è un film divertente.
Ecco. Il modo in cui concilia le due cose, senza mai cedere a nessun tipo di ambiguità morale o dare adito a dubbi di spettacolarizzazione scandalistica di orrori reali, lo rende un piccolo miracolo di equilibrio precario. Ma parliamo di cinema inglese, col bonus di Sean Pertwee nel ruolo del cattivo. The Seasoning House vince in partenza.

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Nei titoli di testa del film ci viene data un’ambientazione generica: siamo nei Balcani, all’inizio degli anni ’90 e un gruppo di militari preleva dalle loro case delle giovani donne per portarle nella Seasoning House del titolo, dove il proprietario Viktor  le obbliga a prostituirsi.
Tra loro c’è Angel (non è il suo nome, le viene assegnato da Viktor), più piccola delle altre e sordomuta. Il suo compito è quello di “prendersi cura” delle ragazze, drogandole e pulendo loro le ferite inferte dai clienti.
Impossibilitata a comunicare, Angel compie il suo lavoro senza alcun contatto umano con le altre prigioniere, in un totale isolamento emotivo, quasi come un automa. Fino a quando una ragazza non si rivolge a lei col linguaggio dei segni. Le due diventano amiche e, per proteggere e aiutare l’unica persona con cui è riuscita a instaurare un rapporto, Angel comincia a muoversi nelle intercapedini e nei condotti di areazione della casa, così può portare alla sua amica cure supplementari, cioccolata e passare quanto più tempo possibile con lei.
E dove sarebbe il divertimento?
Da nessuna parte, in effetti. I primi 40 minuti del film sono un’agonia straziante. E anche se Hyett limita il più possibile il ricorso a scene shock, l’atmosfera di oppressione, orrore e violenza è pesantissima. Con un ottimo uso del sonoro, il film ci cala nella prospettiva di Angel (una giovanissima e davvero brava Rosie Day). Non si cerca di simulare la sua sordità, ma i rumori ci arrivano attutiti e ovattati, per alcune scene più dure perdiamo le voci dei personaggi e ci sembra davvero di vivere in una bolla di silenzio e incomunicabilità.

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Più che tentare di sconvolgere lo spettatore con ripetute scene di stupro, il regista preferisce mostrarcene i devastanti effetti sui corpi e sulle menti della ragazze. E vederle attraverso gli occhi di Angel, la sola che sembra in grado di provare un briciolo di pietà, è ancora più forte, perché non solo condividiamo la sua silenziosa empatia, ma sentiamo anche la sua impotenza.
In questo modo non siamo dei guardoni che spiano atrocità varie con un certo compiacimento, siamo anche noi vittime inermi.
In una sola occasione Hyett mette la violenza in campo. E, senza indugiare nei dettagli, costruisce una scena molto efficace. Almeno, io mi sono sentita male.
Ed è proprio il momento più drammatico del film a costituire la linea di demarcazione, il punto in cui Hyett cambia completamente registro e trasforma il tutto in un carrozzone grottesco e allucinato di vendetta e omicidi creativi.

Con un meccanismo narrativo simile a quello de L’Ultima Casa a Sinistra, nella seasoning house arriva il gruppo di soldati responsabile del rapimento di Angel, e del massacro della sua famiglia. La cosa innesca una reazione a catena di eventi che porterà Angel a restituire con gli interessi il male che le è stato fatto.
Ora il film è divertente. E non perché sia divertente assistere alla parte revenge di un rape & revenge, ma proprio perché Hyett, sapendo quanto sia poco plausibile che una ragazzina alta un metro e venti tenga in scacco cinque spietati militari, non se ne cura affatto e si mette a dirigere un teatrino sopra le righe, dove tra energumeni sgozzati, teste sfondate a colpi di salvadanai a forma di maialini e un Pertwee scatenato, la cappa soffocante di dolore messa precedentemente in scena, esplode in urla scomposte di gioia.

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Di nuovo, nessuna ambiguità, nessun tentativo di comprendere o umanizzare gli aguzzini di Angel e delle altre ragazze. Sono mostri, e dei mostri fanno la giusta fine. Angel, rinchiusa in una casa piena di orchi cattivi, sfrutta il fatto di essere piccola e di potersi infilare dove gli adulti resterebbero incastrati. E come nelle fiabe è proprio la sua apparente debolezza a far sì che riesca a conquistare la libertà.
L’estremo e crudo realismo della prima parte del film viene così stemperato e addolcito sia da scelte narrative spiazzanti che dalla gestione del personaggio di Angel nella seconda parte e The Seasoning House appassiona, colpisce e intrattiene anche.
Quindi sì, è possibile affrontare certi temi in un cinema di stampo commerciale, ed è possibile farlo con delicatezza e pudore. Non è facile, ma ogni tanto il gioco di prestigio riesce.
E si hanno film come The Seasoning House.

11 commenti

  1. Ecco sì, la seconda parte è fiabesca, con tutte le derive imponibili. E non è che faccia dimenticare l’orrore della prima, lo sfibra nel delirio, e diverte.

    1. Sì, la bambina che si infila nelle intercapedini, piccola e indifesa, contro i mostri.
      E lei è brava, ma tanto

  2. Non lo sò, forse è troppo per me. Intanto lo segno.
    p.s.Impeccabile recensione, come al solito.

    1. Guarda, il regista è molto attento nel non calcare troppo la mano su un certo tipo di violenza. Più che altro è la situazione, resa benissimo, a essere molto dolorosa e angosciante.
      Grazie 😉

      1. Giandomenico · · Rispondi

        Scusami Lucia,volevo porti una domanda,alla fine del film,Angel finisce nella casa dell’anziano dottore colluso con Viktor,pensando lì di trovare rifugio…non ho delineato bene la figura di quel medico….se buono o cattivo…è la salvezza di Angel…o un incubo senza fine?E siamo sicuri che lei abbia trovato davvero riparo?Gli occhi di quel dottore nella scena finale,non mi hanno poi ispirato tutto questo lieto fine….delucidami tu,grazie…comunque bella recensione,l’unica cosa sulla quale non sono d’accordo è il fatto che il film appartenga al cinema di stampo commerciale.Un salutone,e complimenti^^

  3. Mmmmm….io aspetto i mostri di gomma che mi rilassano di piu’… 😄

  4. Bello, si, ma già lo dissi. Aggiungo che ci vorrebbe un articolo a parte per parlare degli occhi di Rosie Day.

  5. In prossima visione, ero indeciso ma adesso mi ci butto!

  6. Un film estremo. E sul conflitto nell’ex-Jugoslavia, che è un campo che mi interessa particolarmente. Il gioco è fatto, direi, Lucia!

  7. Ti ringrazio della segnalazione. Lo guarderò spero molto presto 🙂

  8. Rossella · · Rispondi

    Ma considerato che ogni volta Angel finisce dalla padella nella brace… il finale è consolatorio o no? (La chiusura a chiave della porta)
    Ah, leggendo altri commenti… no.
    merda. Scusate il francesismo.

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