Fritt Vilt (Cold Prey)

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Oggi fa caldo. E per dirlo io che non lo soffro mai e che al di sotto dei 24 gradi tiro fuori sciarpe e piumoni, significa che fa davvero tanto caldo. E allora vado a cercare refrigerio in Norvegia e rispolvero un’interessante saga slasher campione di incassi in patria, sbarcata anche negli Stati Uniti con un certo successo e mai giunta in questi lidi. Ci dovesse far male. Grazie ai distributori italiani che ci proteggono e ci coccolano.
Ho deciso che nel corso dell’estate mi dedicherò a qualche franchise, sia quelle più famose e appartenenti all’epoca d’oro che quelle più recenti. Parleremo di film buoni e meno buoni e, se mi regge il cuore (e non prometto niente), chiuderemo in bruttezza affrontando quanto di peggio sia mai stato partorito dal 2004 al 2010 (a chi indovina ricchi premi).
Ma è buona creanza cominciare con qualcosa di valido. E allora tutti sulle montagne innevate. E attenti ai picconi.

È noto in ogni angolo del globo che lo slasher è il grado zero del cinema dell’orrore. Prendi un gruppo di persone, possibilmente giovani e graziose, le fai braccare da un killer mascherato, possibilmente con trauma infantile alle spalle e qualche motivazione messa lì giusto per fingere che si stia anche raccontando una storia, e le fai massacrare una per una.
Semplice, diretto e ancora oggi efficace. Se fatto bene.
Genere tipicamente americano, ma trasferibile ovunque per la sua natura di canovaccio che può essere replicato all’infinito, lo slasher è quasi sempre il punto di partenza per chi vuole esordire con un film commerciale e dare dimostrazione della propria bravura dietro la macchina da presa.

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L’allora trentatreenne Roar Uthaung conosce molto bene stereotipi e meccanismi. E li sfrutta tutti, senza vergogna e senza paura di essere tacciato come poco originale. Sta girando uno slasher, lo sa lui, lo sappiamo noi. E allora mette in scena tutto il campionario.
Gruppo di amici in vacanza sulle montagne per passare un fine settimana sciando e facendo snowboard. Uno di loro si rompe una gamba. Le macchine sono lontane e il tempo peggiora. Quindi si decide di passare la notte in un hotel abbandonato.
Sì. I cellulari non hanno campo.
Sì, una delle coppiette si apparta in una stanza.
Sì, c’è lo sfigato innamorato alla disperata della protagonista che però sta con un altro.
Sì, c’è anche una final girl che alla fine diventa una bestia combattiva e mena come un fabbro.
Tutto da copione.
Ma sono i dettagli quelli che rendono un film degno di essere visto. E i dettagli di Fritt Vilt fanno riflettere.
L’ambientazione, prima di tutto: Uthaung ha dalla sua delle location molto suggestive e, se l’albergo è abbastanza standardizzato (anche se non fetido e pieno di liquami come di solito avviene in analoghe produzioni statunitensi), sono gli esterni a farla da padrone. Il che, per un prodotto a basso costo, è sempre una gran nota di merito. Esterni luminosi, quasi sempre alla luce del giorno, amplificata dalla neve e dal ghiaccio. A differenza della stragrande maggioranza degli horror, la resa dei conti finale si svolge in pieno sole.
Altro dettaglio: i personaggi e le loro interazioni. Se Fritt Vilt, lo abbiamo già detto, si muove su una partitura già nota e sfruttata, lo fa però con grazia ed eleganza, conferendo a tutti i caratteri, per quanto funzionali al loro ruolo di carne da macello, uno spessore che non si trova dappertutto. C’è inoltre una cattiveria nel farli fuori (e non parlo di violenza grafica) capace di farci soffrire con e per loro. Ma questo solo perché poco prima ci siamo affezionati.
Dettagli appunto: la bionda che in altri film sarebbe la classica sciocchina di facili costumi destinata a morte atroce, qui si comporta in maniera diametralmente opposta e l’accenno di triangolo amoroso è gestito con una leggerezza e un’empatia davvero rare.

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Il look del killer è azzeccatissimo, come anche il suo background di cui ci viene detto davvero poco.
Ombra silenziosa e letale alla stregua di Michael Myers, ma anche con dei tratti umani più alla Jason, tanto per fare paragoni illustri. Implacabile e privo di qualsiasi pietà nei confronti delle proprie vittime, ha delle origini sicuramente curiose, purtroppo spiegate in maniera un po’ troppo didascalica nei seguiti.

Il successo del primo Cold Prey è tale da mettere subito in produzione un seguito. Cambia il regista, mentre lo sceneggiatore è lo stesso del primo capitolo. Uthaung rimane alla produzione esecutiva del tutto e si chiama un altro esordiente a dirigere: Thomas Moldestad.
Fritt Vilt II, del 2008, è un po’ deboluccio. Quasi un plagio del secondo Halloween, sia per l’ambientazione ospedaliera che per alcune caratteristiche della trama (la protagonista mezza catatonica e fuori gioco per la prima metà del film come Laurie Strode), punta molto di più sulla brutalità degli omicidi rispetto al suo predecessore, alza il body count di parecchie vittime, dà più spazio all’azione e meno alla costruzione dei personaggi e, sempre per restare in tema Halloween, conferisce al killer un’aura di immortalità che stona leggermente con il taglio realistico del primo capitolo.

Come se non bastasse, viene aggiunto il fattore spiegone con una story line parallela a base di indagini che ti ammazza il ritmo. Peccato, perché è proprio il ritmo uno dei pochi punti di forza di questo seguito e i suoi cali improvvisi danno un’impressione singhiozzante. Forse sarebbe stato meglio puntare davvero tutto sul bagno di sangue ospedaliero e non uscire mai da quelle quattro mura. Il film sarebbe durato molto meno, ma ci avrebbe guadagnato in efficacia.
Aggiungete anche un paio di azioni incomprensibili da parte dei personaggi, che li portano a morte certa come nei peggiori e più banali slasher adolescenziali e avrete il quadro completo.
Si salvano la splendida final girl (la stessa del primo Fritt Vilt), Ingrid Bolso Berdal, com’è d’obbligo qui ancora più cazzuta e agguerrita che in precedenza, e alcune sequenze di omicidi ben orchestrate.

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Ma il film incassa. In patria e all’estero. Nonostante sia girato in lungua norvegese, questo non gli impedisce di essere esportato. Altrove lo fanno. Trovano una formula di successo e la sfruttano. Scemi noi, bravi loro.
E quindi nel 2010 arriva il terzo capitolo, un prequel ambientato negli anni ’80. Cambia tutto: nuovo gruppo di personaggi e attori, nuovo regista e nuovi sceneggiatori.
Due paroline sull’uomo dietro la macchina da presa, Mikkel Braenne Sandemose. Anche per lui la saga di Fritt Vilt era un esordio. Per la fine del 2013 siamo in attesa del suo Ragnarok, un fantasy che è forse una delle operazioni economicamente più ambiziose e dispendiose del cinema norvegese e di cui vi agevolo il trailer.
Insomma, lì i giovani registi li fanno esordire, li mettono alla guida di uno slasher e poi li piazzano a girare i fantasy costosi. Il tutto con contributi statali.
E Sandemose riporta in carreggiata Fritt Vilt girando un film teso, disperato, spietato e senza un attimo di tregua, per certi versi, anche superiore al capostipite per la cattiveria messa in campo e per le scelte narrative inaspettate.
Insomma, se avete caldo e volete passare una serata all’insegna di idilliaci paesaggi montani, gite di gruppo e serial killer armati di picconi, Fritt Vilt è quello che fa per voi.
Il cinema di genere nordeuropeo regala davvero delle piccole perle, in ogni ambito.
Noi stiamo a guardare. O ignoriamo la cosa.

4 commenti

  1. Lucia,capisci che un paese il quale affida i soldi statali,regionali,a dracula 3d o a Cattive ragazze,è quello che è. Continuiamo a menarla e rompere le palle,ma tanto è così . Non cambia nulla,ma almeno non ci lasciamo travolgere dall’apatia allo schifo.
    Conosco questa saga di nome,mo la cerco..magari qualche anima pia l’ha sottotitolata 🙂

    ps: io soffro il caldo e divento più straccia palle del solito e del dovuto….Prova a immaginare

    ciao e buona serata

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Riecco di nuovo un’altra interessante saga slasher di cui non ho visto ancora nemmeno un capitolo (sto perdendo colpi), per cui cercherò come sempre di recuperare…e per quanto riguarda una destinazione costruttiva e meritevole dei contributi statali, qui da noi nemmeno un colpo del calore di questi giorni porterebbe chi di dovere a seguire le buone usanze norvegesi. Che l’Italia punta solo ai prodotti di presunto grande interesse culturale (dicasi in genere film di merda)…e noi ne paghiamo il prezzo 😦

  3. Helldorado · · Rispondi

    Non l’avevo mai nemmeno sentito nominare….bisogna vederlo! 😀

  4. LordDunsany · · Rispondi

    Ero riuscito a vedere solo il secondo capitolo (non risucendo a recuperare gli altri due), ovviamente il meno bello (a quanto dici), che fortuna! 😀 Me li segno e vado nuovamente a caccia 🙂

    @VIGA: “Cattive ragazze” non è letame assoluto e rispetto a Dracula 3D è un capolavoro 😀

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