Bullet to the Head

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Regia – Walter Hill (2012)

Dieci anni. Questo è il tempo che è passato dall’ultimo film dietro la macchina da presa di Walter Hill, quell’Undisputed di cui un giorno dovremo parlare anche qui, e che se non lo avete visto siete dei puzzoni.
A film by Walter Hill.
Basta questo titolo in testa per mandare tutti a cuccia. Parliamo di uno che, insieme a un pugno di coraggiosi, il cinema d’azione moderno se lo è inventato, costruito film dopo film. Parliamo del regista di Driver e de I Guerrieri della Notte. Aggiungete titoli leggendari a casaccio, tanto dove cogliete cogliete bene, con Walter Hill. E, per non farsi mancare niente, il signore ha anche dato un contributo fondamentale allo sviluppo del cinema di fantascienza. Altro? Ah, sì, ha scritto la sceneggiatura di Getaway di Peckinpah. Tutto questo solo per inquadrare il personaggio di cui stiamo parlando. Quando si tratta di Hill ci si mette le orecchie d’asino e si studia, perché lui è davvero un monumento al cinema americano.
Ed è un dramma di questi tristi tempi che il suo nome sia stato in parte dimenticato, che la sua carriera abbia subito un brusco arresto a partire dagli anni ’90 e che per vederlo dirigere un film bisogna aspettare la bellezza di un decennio. E Undisputed ha prodotto una delle migliori saghe di mazzate della storia recente. Ma, e va continuamente sottolineato, l’action classico è un genere morto e sepolto. E insieme a lui, sono morti e sepolti tanti ottimi registi, tra autori e mestieranti, che a questo genere hanno dedicato la vita.

MOVIE BULLET TO THE HEAD

Basta guardare i film d’azione (o etichettati come tali) contemporanei. Sempre che ne esistano ancora e non siano contaminati con qualche supereroe di passaggio, o un paio di alieni teen dal sorriso smagliante, o gruppi di adolescenti alle prese con giochi televisivi solo all’apparenza violenti. Un discorso già affrontato qui, parlando di The Last Stand e che mai mi stancherò di ribadire. Non è un fatto di nostalgia, o di considerare migliore a priori il vecchio rispetto al nuovo. È che l’action puro ha cessato di esistere, la sua evoluzione a un certo punto si è fermata e non si è stati in grado di portarlo ai giorni nostri senza sporcarlo o imbastardirlo. È un problema di stile, prima di tutto, oggi del tutto viziato da videoclip e videogiochi, per cui un film d’azione diventa una messa in fila di momenti in cui esplodono cose e la gente compie gesti improbabili, tra un abuso di ralenty e accelerazioni da mal di testa. E di solito questi elementi estetici hanno la sola funzione di mascherare l’incapacità di mettere in scena una sparatoria, un inseguimento, o una scazzottata come si deve.
Le eccezioni lodevoli non mancano (penso a Crank, penso alla saga di Bourne), ma il panorama generale è abbastanza desolante.
Anche perché quel tipo di film ha smesso di incassare.
E anche Bullet to the Head, come The Last Stand, al botteghino è andato malissimo. A questo punto bisognerebbe interrogarsi sul motivo per cui il sessantacinquesimo Die Hard continua a macinare milioni. E la risposta potrebbe essere che Die Hard ha seguito l’andamento dell’action post 2000 in salsa iperveloce e frammentata e quindi raccatta non solo i nostalgici di McClane, ma anche una torma di ragazzini a cui piacciono i film patinati e pieni di CGI a buon mercato.

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Neanche il caro Sly è sufficiente per portare la gente al cinema, come non è sufficiente lo Zio. Ma mentre The Last Stand è diretto da un regista relativamente giovane, con uno stile esplosivo, che si diverte a giocare con una mitologia che non gli appartiene e affronta la faccenda con distacco, confezionando un prodotto godibilissimo, per Bullet to the Head è necessario fare un discorso diverso.
Walter Hill non è né un regista orientale a cui danno un sacco di soldi e dicono: “divertiti con Zio Arnold sceriffo in pensione”, né un ragazzino che vuole replicare e citare un modo di girare vecchio di 30 anni. Hill è un professionista espertissimo e solido con una propria visione, che non è cambiata per correre dietro a qualche moda, è rimasta la stessa, una concezione di cinema d’azione che forse può definirsi superata.
Ma, porca miseria, è efficace come se fosse stata inventata stamattina.
Tratto dal fumetto francese omonimo, Bullet to the Head racconta la storia di un sicario, Jimmy Bobo, il cui socio viene ucciso da Momoa. Per trovare i mandanti dell’omicidio e vendicarsi, Bobo dovrà stabilire un’alleanza provvisoria con un agente di polizia che sta indagando sullo stesso caso.
Trama molto esile, scheletrica ed essenziale. Bullet to the Head è un film che qualche decennio fa avrebbe fatto sfracelli ovunque: un po’ hard boiled, un po’  buddy movie (e anche su questo sottofilone, Hill ne sa come nessuno. Forse solo Donner si può permettere di giocare sul suo stesso terreno), molto più violento della media, dove si muore spesso e male e dove esplodono almeno un paio di capocce, pieno di sequenze action da incorniciare (lo scontro finale tra Momoa e Stallone) e con un protagonista che ci regala una delle migliori interpretazioni della sua carriera.

Jimmy Bobo è un antieroe stanco e disilluso, fiaccato dalla vita, senza nessuna speranza, ma con un codice ben preciso. Il bello di questo personaggio è che resta granitico e identico a se stesso per tutta la durata del film. Non si redime, non cambia, non “migliora”. E il finale ce lo consegna forse ancora più cinico di come lo avevamo incontrato all’inizio. E con qualche morto ammazzato in più sulla coscienza che non guasta mai.

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Hill, come suo solito, gira da Dio: è preciso, roccioso, non permette che agli occhi dello spettatore sfugga nessun dettaglio, ha un controllo totale di ogni inquadratura e della sua durata. Alla vecchia maniera, insomma, quando per girare una scena di combattimento bastavano quattro o cinque tagli e il resto lo facevano attori e regia.
Funziona alla grande persino Momoa a cui saggiamente Hill fa pronunciare tre battute in tutto il film e poi lo utilizza solo come un corpo muscoloso che deve sfracellare e distruggere.
Altro membro illustre del cast, Christian Slater, viscido e pavido come non mai. Ha un duetto con Stallone che resterà impresso a chiunque avrà la fortuna di mettere le mani su questo gioiellino che sembra precipitato qui da epoche ormai lontane.

Però voi guardatelo, fatevi questa cortesia. Passerete un’ora e mezza memorabile, in compagnia di Sly e di Walter Hill. E non è poco. Chissà che non dobbiamo aspettare altri dieci anni prima che torni dietro la macchina da presa.

7 commenti

  1. Hill è stato uno dei registi, insieme a Siegel e Winner,che hanno formato il mio immaginario fanciullesco.A casa mia più mazzate c’erano,meglio era. Il cinema tanto amato da mio padre.Con eroi solitari e cazzuti,vendicatori,tante botte e tanti guai.
    Tipo un lontano zio d’america,e secondo me insieme a Millius, Friedkin,portatori sani del cinema nichilista e amaro dei maestri come Robert Aldrich.

    Questo film come Last Stand volevo andar a vederlo al cinema,ma non è nemmeno uscito. In compenso abbiamo nelle sale robe come LONE RANGER che ancora non ho capito cosa fosse,cito questo film perchè , scusa se mi permetto,reputo un po’ limitante etichettare un grande autore come regista di film action. Hill per me è anche il degno erede di Peckinpah per quanto riguarda il genere Western,credo che I cavallieri delle lunghe ombre sia un classico dei classici

    Comunque sia,come i tizi di Farheineit 451 che vanno in giro a citar a memoria i libri affinche non siano dimenticati,noi dobbiamo vagare per la rete e mantenere in vita il ricordo di questi grandissimi ,leggendari,mitici, uomini di Cinema,non solo registi,ma veri e propri esseri fatti di Cinema e grandi storie
    Io ho imparato a memoria I guerrieri della palude silenziosa,il suo film migliore e te?

  2. thriller87 · · Rispondi

    Confesso che mi è piaciuto un po’ meno rispetto ad altri film di Stallone. Mi sono divertito ma il finale sembrava un poco pasticciato. Mi domando poi perché mantenere il titolo col fumetto (alla fine Sly ed Hill fanno una storia diversa…)

  3. Helldorado · · Rispondi

    Io lo devo ancora vedere, ma il tuo discorso su Hill e la mia passione per il suo Cinema sono indiscutibili! 😀

  4. Giuseppe · · Rispondi

    No, non è nostalgia ricordare che l’action degli anni d’oro aveva una sua precisa fisionomia poi persasi definitivamente per strada. Perché se nemmeno un gigante come Walter Hill ha potuto lustrare decentemente il botteghino vuol dire che si è proprio azzerata la memoria cinematografica di genere (con le fisicità di Arnold e Sly che l’hanno reso grande)…e, con un tale deficit di partenza, nemmeno i tentativi di rinnovarlo -come appunto The Last Stand, i vari Jason Bourne e Crank- senza seguire la moda dei cazzari ipercinetici (che rallentando/accelerando qua e là fanno capottare una macchina per un buon quarto d’ora, dopodiché si va di coloratissime esplosioni digitali) possono aspirare ad essere qualcosa di diverso da dei casi isolati e nemmeno sempre apprezzati allo stesso modo, tra l’altro… 😦

  5. Gran bel film vecchio stile di Hill,Stallone si mette a fare il cattivo e gli riesce benissimo.Su tutte la sequenza della piscina era semplicemente perfetta..

  6. LordDunsany · · Rispondi

    “Undisputed” è caruccio, soprattutto gli ultimi minuti 😀 Questo mi manca, però non mi entusiasma molto l’idea, però lo metto in coda visto che lo consigli!

  7. una bella top five dedicata a sly?
    Dico questo perchè sto rivedendo i suoi film e devo dire che ha una carriera assai movimentata tra grandissimi film e cazzatone assolute.Si,praticamente sto scrivendo una piccola autocritica occhialuta,piccolina però…

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