Stoker

Stoker_Movie-Poster-2013
Regia – Chan-woon Park (2013)

” My ears hear what others cannot hear; small faraway things people cannot normally see are visible to me. These senses are the fruits of a lifetime of longing, longing to be rescued, to be completed. Just as the skirt needs the wind to billow, I’m not formed by things that are of myself alone. I wear my father’s belt tied around my mother’s blouse, and shoes which are from my uncle. This is me. Just as a flower does not choose its color, we are not responsible for what we have come

Ci sono dei film che assomigliano un po’ a quegli alcolici che sul momento sembra non ti spostino di un millimetro. Poi ti alzi dal tavolo e ti si piegano le gambe. Anche se continui a dire che no, non sei ubriaco.
Stoker, lo sapete tutti credo, è un film girato su commissione, prima esperienza fuori casa di Park e rarissimo caso in cui non mette mano direttamente alla sceneggiatura. Capita che un grande regista orientale, a contatto con un’industria controllata come quella hollywoodiana, si snaturi e giri un prodotto magari perfetto da un punto di vista formale, ma abbastanza vuoto di contenuti.
E, da quello che leggo in giro, molti hanno etichettato Stoker proprio in questo modo. Visivamente splendido, ma abbastanza freddino e senza un vero e potente nucleo narrativo.
Che non è poi un ragionamento così campato in aria, per carità. Stoker in molti momenti sembra più uno sfoggio della propria bravura che un racconto per immagini. 

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Ed è sicuramente edulcorato, da un punto di vista grafico, rispetto alla violenza estrema e disturbante dei film coreani di Park. Ma ci può anche stare: lavori in un altro sistema e ti adegui alle sue regole, mantenendo comunque la tua identità.
Stoker è un buon compromesso, un thriller elegantissimo che si avvolge intorno allo spettatore e lo ipnotizza con le sue sequenze di una bellezza che ha davvero pochi rivali. Perché se l’ambientazione e la vicenda sono di stampo americano, lo stile è quello di Park. E si vede.
Se il cinema, e il marchio di fabbrica di un regista, possono essere riassunti in valori estetici, allora Stoker non è un prodotto piatto e vuoto. Stoker è un esempio di grandissimo cinema, realizzato ad alti livelli. Che in alcuni momenti (il duetto al piano, la prima apertura del congelatore in cantina) lascia addirittura sbigottiti per il suo splendore. Geometrie a cui neanche siamo più abituati ad assistere. E che rischiamo di definire “esercizi di stile”, perché non sappiamo più avere a che fare con lo studio complesso e scientifico nella costruzione delle inquadrature.
Sì, a me piacciono queste cose. E di fronte a esse perdono una trama che può anche essere definita banale in alcuni punti. Ma Stoker è il classico caso in cui le immagini parlano ed emozionano da sole. Insieme all’interpretazione di un trio di attori straordinario, a partire dalla Wasikowska (uno dei talenti più limpidi della sua generazione, da amare sin da I Love Sarah Jane), passando per un Matthew Goode inquietantissimo e finalmente mondato dalla partecipazione allo scempio snyderiano Watchmen, fino ad arrivare a una Nicole Kidman da anni senza un ruolo così forte. Deve essere stato bello per lei tornare a dimostrare di essere una grandissima attrice.

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Nel dirigere Stoker, Park si ispira al cinema americano classico, citando più volte Hitchcock e il suo L’Ombra del Dubbio (lo hanno detto tutti, lo dico anche io, fa tanto figo far vedere che si colgono certe cose da cinefila che  ne sa) e ci racconta una specie di romanzo di formazione al contrario, un viaggio alla scoperta di sé da parte di una diciottenne, India, che ha appena perso il padre e si vede piombare in casa un misterioso zio, di cui non conosceva neanche l’esistenza.
Nasce una situazione morbosa e ambigua nel difficile rapporto tra i tre personaggi rinchiusi in uno spazio che sembra fluttuare in un tempo indefinito. La vecchia casa degli Stoker è posta quasi in una dimensione alternativa rispetto alla realtà. I costumi e le scenografie rimandano a un’epoca cristallizzata in un passato che Park non ci tiene affatto a identificare. Ambiente ovattato, dove il mondo esterno fatica a entrare, protetto da tutto ciò che spaventa o destabilizza.
E in cui irrompe lo zio Charles, risvegliando gli istinti addormentati e frustrati della madre e portando allo scoperto il lato oscuro e sensuale di India.
C’è sì un impianto da giallo, con colpo di scena allegato che però conta poco o nulla, anche perché piuttosto prevedibile. Lo stesso Park ci mostra la soluzione del presunto enigma quasi all’inizio del film. Non è il finale a sorpresa che gli interessa, quanto lo svilupparsi delle relazione tra gli abitanti di casa Stoker, la dissoluzione della famiglia, la ribellione di India alle convenzioni e il lento ma costante emergere di una follia che si tramanda da generazioni, come un marchio, come una maledizione.
Follia che però viene interpretata come un grido di libertà, quasi fosse l’unica possibilità di fuggire da quella villa sospesa nel tempo ed entrare una buona volta a contatto col mondo reale.
Attraverso la violenza, repressa e incanalata per una vita e che trova una via di sfogo in una delle scene più intense di tutto il film, quella nel parco, di notte, e relativo ritorno a casa di India.
E ci vuole coraggio, in un film americano, a mostrare una cosa del genere.

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Impossibilitato a mostrare tutto in campo, forse per una sorta di autocensura preventiva, o forse perché (e credo più in questa seconda ipotesi) la vicenda richiede un approccio più controllato del solito, Park suggerisce e ci lascia intuire gli aspetti più scabrosi di Stoker. E lo fa tramite alcune sequenze studiate nei dettagli: il già citato duetto al piano tra lo zio Charles e India, una cena di famiglia in cui India assaggia il vino per prima volta, alcuni particolari su cui il regista insiste in continuazione, come le scarpe, per esempio. Tutti piccoli accorgimenti, messi lì per chi sa guardare e osservare con attenzione.
Stoker non è un film facile. È trattenuto, ma non freddo. È come un vulcano che sta sempre lì lì per eruttare, ma rimane muto. Almeno fino ai minuti finali, in cui la violenza esplode, anche quella più suggerita che mostrata, ma non meno dirompente.
E se c’è un segreto da scoprire, questo si nasconde nel volto di India, non nella comprensione di chi sia veramente Charles o da dove venga. È India la chiave del film ed è la sua trasformazione a interessarci. Un ingresso nella vita adulta magari poco ortodosso, ma che raramente è stato ritratto in maniera così intima e profonda.

Fotografia da urlo del fido collaboratore Chung-hoon Chung e colonna sonora firmata da Clint Mansell.
Magari vi irriterà, non vi piacerà e preferirete i flm coreani di Park. Ma Stoker va comunque visto. Forse anche più di una sola volta.
Io già sto a tre visioni consecutive e non sono ancora stanca.
Musica

20 commenti

  1. E che rischiamo di definire “esercizi di stile”, perché non sappiamo più avere a che fare con lo studio complesso e scientifico nella costruzione delle inquadrature.

    questa frase da sola spazza via tanti improvvisati ecco!

    Io amo il cinema orientale, è anche una cosa nata con il tempo. Mi piace tutto quel loro mondo fatto di coraggio,lealtà,complessità dell’animo umano e i loro film con quello stile geometrico.
    Attualmente sono innamorato del cinema di Boong Jon Ho.
    Di Park invece devo cominciar a veder qualcosa,tu che mi suggerisci?

    ciao e buona giornata

    1. Secondo me non puoi non innamorarti di Lady Vendetta. C’è tutto lì dentro. È struggente e necessario. Una poesia visiva (anche se il mio cuore è rimasto a Old Boy e, difficilmente, lo riavrò indietro!).

      1. grazie het!

        di old boy stanno facendo il remake…pauraaaaaaa!!!!

  2. Ero già molto interessato a vederlo, ora proprio la curiosità è altissima. Le tue parole sono molto belle, fanno ben sperare. 😀

    Ciao,
    Gianluca

    1. A me è piaciuto molto.
      Però sono in netta minoranza. In molti lo hanno stroncato.
      spero piaccia anche a te 😉

      1. Arrivo con tipo un anno di ritardo, ma arrivo.
        Mi è piaciuto parecchio, e condivido ogni singola parola della tua analisi. 😀

  3. Volevo solo dire che quando ho letto che la Wasicosa è la stessa di I love Sarah Jane mi è caduta la mascella, ecco.

    Per il resto hai ragione, gran bel film. Purtroppo, pare, molto sottovalutato. E volevo solo aggiungere che anche la scena della doccia è bellissima e se metti un pianoforte e Clint Mansell vinci facile 🙂

    1. Perché Mansell è un furbone. Tu pensa che la musica doveva farla Glass, che è un grandissimo.
      Non capisco perché ne parlino quasi tutti male. Ti giuro che è un mistero 😀

      1. Posso correggerti avendo seguito tutta la produzione del film dal 2011. 🙂 Clint Mansell ha composto la colonna sonora del film mentre Philip Glass ha composto tutte le musiche suonate al piano da India e dallo Zio Charlie! 😉 Bellissima recensione comunque!!

        1. Ah, avevo letto in giro diversamente. Però mi fa piacere che Glass abbia comunque partecipato alla lavorazione 😉

          1. Sai che Glass come nome non mi dice niente (che vergogna!!)?
            Ma ora corro a recuperare…

  4. Io ti dico solo che, ultimamente, mi capita di addormentarmi davanti ai film (soprattutto perché li guardo sul letto, brava) ma Stoker mi ha tenuta avvinta fino alla fine. E non, come dici giustamente tu, per la questione del “colpevole”, ma proprio per i morbosi tentacoli di segretucci, oscurità e follia che vanno a toccare ogni membro della famiglia Stoker. Grandissime le due attrici protagoniste, meravigliosa la messa in scena… devo proprio trovargli un difetto? Fassbender sarebbe stato meglio di Goode, soprattutto lo sarebbe stato ad inizio carriera (Eden Laaaake <3) perché ora è già troppo sex symbol sdoganato.

    1. Ecco, sì, forse Fassbender adesso è troppo divo per interpretare uno come lo zio Charlie, che deve avere un volto noto sì, ma non troppo. Quando in un film c’è Fassbender, noi vediamo l’attore, mentre con Goode vediamo il personaggio.
      Anche a me capita di addomentarmi davanti ai film, negli ultimi tempi 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        In effetti Park non è proprio il tipo di regista capace di conciliare il sonno 😀 (e la tua recensione mi conforta, perché vedo che la trasferta americana non lo ha danneggiato)…comunque, di sicuro dopodomani NON ti capiterà di addormentarti davanti a un film (ma chissà di quale film sto parlando, chissà) 😉

  5. Mi hai fatto venire una curiosità incredibile, sopratutto per l’esempio alcolico davvero ben pensato.

    1. Sai quando l’altro giorno parlavamo di cosa cerco io in un film? Ecco, io cerco film come Stoker. Che per alcuni son freddi, per me sono una boccata d’ossigeno.

      1. E con questo mi hai convinto a vederlo.

  6. Bello Lucia! Sei la prima che sento parlarne bene eppure Park non mi ha mai delusa. Devo ancora vederlo ma il poco entusiasmo di molti mi ha trattenuta. A questo punto non posso esimermi. Su Mia sono completamente d’accordo con te. La trovo un’attrice sensibilissima capace di grandi interpretazioni. Una di quelle che sa illuminare anche un film brutto.

    1. Sì, sono abbastanza minoritaria su Stoker: è stato sfondato da più parti. Per me è poesia visiva.
      Vero è che Park si è adeguato in alcuni punti al modo di fare cinema di Hollywood. Ma è lì che ha lavorato e io lo trovo anche naturale.

  7. LordDunsany · · Rispondi

    Che bel commento Lucy! 😀
    “Stoker” è uno dei pochissimi film nell’ultimo anno che ho voluto veder al cinema 🙂 C’è da dire che Park – wook non ha sbagliato un film da “Trio” in poi.. 🙂
    Spesso penso che oggi sia il regista vivente che muove meglio la mdp 😀
    A me la Wasicosa è parsa sciapetta, poi non capisco perchè cerchino di rendere sexy una che è oggettivamente bruttarella..

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