Aspettando Pacific Rim: Il Labirinto del Fauno

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Regia – Guillermo del Toro (2006)

I always think of that beautiful quote by Søren Kierkegaard that says the tyrant’s reign ends with his death, but the martyr’s reign starts with his death. I think that is the essence of the movie; it’s about living forever by choosing how you die.” (Guillermo del Toro sul finale del film).

SONO PRESENTI SPOILER

Avevo paura di arrivare a questo momento. Sapevo che mi sarebbe toccato quando ho deciso di affrontare tutta la filmografia di Del Toro, ma avevo paura lo stesso. Ho ancora paura. Di non essere in grado di raccontarlo nel giusto modo, Il Labirinto del Fauno, che forse avrebbe bisogno di qualcuno un po’ meno emotivo di me, più distaccato e meno coinvolto.
Ma ci sono film che ti restano attaccati addosso come un marchio indelebile. E hanno il potere di farti crescere, di cambiarti per sempre. Quando si ha la fortuna di incontrare un film così, si viene ripagati davvero di anni e anni persi a guardare robaccia immonda e spazzatura. E si trova la spiegazione al perché si continua a vivere ancorati al cinema fantastico, nonostante l’età che avanza e l’incredulità che a volte diventa un macigno da tenere sospeso sulla testa.
Capisci quanto ne valga sempre la pena, di sostenere quel macigno, anche se è pesantissimo. Perché realtà e immaginazione non sono due cose in contrasto tra loro, e la fantasia non serve a scappare dalla realtà. Serve a interpretarla e, perché no, a modificarla, a plasmarla, a cercare di darle una forma accettabile, sopportabile. 

Ivana_Baquero

Avevano offerto a Del Toro di triplicare il budget del film, se lo avesse girato in inglese, con produzione americana e cast anglofono. Ma lui si è rifiutato. Non voleva condizionamenti di nessun genere per narrare una storia che lo ossessionava da anni, per cui stava scrivendo appunti e disegnando bozzetti da anni. Bozzetti e appunti andati perduti sul sedile posteriore di un taxi. Ma la leggenda vuole che l’autista li abbia trovati e li abbia restituti a Del Toro. All’epoca, il regista messicano era in trattative per dirigere Le Cronache di Narnia. Lasciò perdere e si dedicò a Ofelia e al suo Fauno. Penso che non smetterò mai di ringraziarlo per averlo fatto.
Tra le altre cose, rinunciò al suo compenso e persino alle percentuali sull’incasso per realizzare il film. Il capitale a disposizione si aggirava intorno ai tredici milioni di euro, che per un fantasy così ambizioso è davvero una miseria. Eppure i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Sì, ho detto fantasy. Se proprio bisogna catalogare Il Labirinto del Fauno sotto un’etichetta, direi che è la più appropriata, anche se gli va piuttosto stretta. Non perché ci sia nulla di male nel fantasy, ma perché è un film che non vuole appartenere a una categoria in particolare.
In questa specie di retrospettiva, lo abbiamo ripetuto spesso: Del Toro è un regista molto coerente e quando la produzione (come accadde in Mimic) evita di rompergli le palle, si occupa di ogni aspetto della lavorazione. In questo caso arrivò a tradurre personalmente i sottotitoli in inglese del suo film. Non si fidava degli adattatori americani. Era il suo film e basta e voleva il controllo assoluto su tutto.
Pensateci bene a che cosa significa amare così tanto un’opera che sta prendendo forma, dedicarci anni della propria vita, non esserne mai stanchi. E alla fine vederla sullo schermo. Perfetta, splendida, compiuta. Andare a una proiezione con Stephen King e vederlo saltare sulla sedia e commuoversi.
Non è solo soddisfazione. Sono cose che riescono a dare un senso a un’intera esistenza.
Il cinema è una faccenda piuttosto monomaniacale. Anche qui mi ripeto, ma è un concetto a cui tengo molto. Non lo fai se non assorbe ogni istante del tuo tempo e ogni fibra del tuo essere. È stancante, è un massacro, è una guerra e tutto quello che volete. Ma poi scorrono i titoli di coda de Il Labirinto del Fauno e tu sai perché esiste, il cinema.
A me l’intrattenimento fine a se stesso piace, e pure parecchio. Eppure preferisco un altro tipo di film, quello che ti cattura, ti rapisce, abbassa tutte le due difese e alla fine è in grado di mandarti in frantumi il cuore e ricomportelo in una sola inquadratura. Ci sono tanti modi per ottenere questo effetto. Il Labirinto del Fauno lo fa con la dolcezza, pur non edulcorando nulla e non nascondendo i lati più violenti e brutali della storia che racconta, è un film di una delicatezza senza pari.

Heart of Summer

Un film all’apparenza molto semplice, quasi schematico, basato su dei codici fiabeschi che non permettono ambiguità nei personaggi e che impongono una distinzione molto netta tra bene e male. Il solo personaggio veramente ambiguo è  il Fauno (interpretato dal solito Doug Jones). Ma non ci si deve fare ingannare dalla struttura presa di peso dalle fiabe. Il Labirinto del Fauno non va interpretato come la storia di una bambina che per non affrontare una realtà orribile (un patrigno perfido e, sullo sfondo, la guerra e la dittatura) si rifugia in un mondo di fantasia. Non è così banale come potrebbe sembrare.
Prima di tutto perché lo stesso mondo incantato di Ofelia è, come quello reale, violento, cupo e spietato. Persino il regno sotterraneo da cui proviene la principessa di cui Ofelia dovrebbe essere un’incarnazione, è dipinto con toni macabri e scuri. Un reame in cui non arriva mai la luce del sole, abitato da creature che fanno paura.
Le fate che si presentano come insetti e che poi assumono la forma dettata dalla fantasia di Ofelia, la mandragora che va nutrita con il sangue, lo stesso Fauno, terribile e bellissimo, le prove che Ofelia deve superare, il rospo che sta facendo morire l’albero, e l’orrore che si nasconde nel banchetto. Roba da nutrire incubi per un paio di decenni. Come del resto ogni favola che si rispetti dovrebbe fare. Perché è un’invenzione molto recente che l’immaginazione di un bambino sia un contenitore di immagini solari e positive. Semmai è l’esatto contrario.

a (4)

Più di tutto però, Il Labirinto del Fauno è un film sul valore delle proprie scelte, sul coraggio di affrontarne le conseguenze, sull’importanza di decidere da che parte stare. E su quanto sia fondamentale disobbedire. Che siano gli ordini di una madre che non vuole che rovini il vestito buono, che siano quelli di un militare che ti impone di tenere in vita il più a lungo possibile un uomo torturato, che infine, siano gli ordini del Fauno che vuole sacrificare tuo fratello appena nato per farti tornare al mondo a cui appartieni, tutte le azioni che determinano le principali svolte nella trama del film sono dettate da un sussulto di coscienza che porta i personaggi a disobbedire. E a pagare un prezzo molto alto per la loro disobbedienza.
Eppure, e lo spiega benissimo Del Toro nella frase introduttiva al post, ciò che conta è il modo in cui si sceglie di morire.
La fine di Ofelia (l’ultima inquadratura non ce la mostra sul trono del suo regno, ma a terra in fin di vita) da questa prospettiva, assume tutto un altro significato rispetto a quello di un estremo tentativo di sfuggire alla morte tramite gli ultimi guizzi di un’immaginazione fervida e disperata. È un flebile, appena percettibile, attimo di speranza subito soffocato da un dolore straziante, quando ci rendiamo conto che Del Toro ce l’ha ammazzata sul serio. E che non poteva andare altrimenti.

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Della visione al cinema de Il Labirinto del Fauno ricordo i colori, quelle tonalità marrone e oro per le scene diurne e livide per quelle notturne.
Ricordo l’emozione di fronte al montaggio che riusciva a legare tra loro la parte realistica e quella fantastica come se sfumassero l’una nell’altra e fossero il completamento l’una dell’altra.
Ricordo il modo in cui la macchina da presa di Del Toro disegnava le sue geometrie superbe nei boschi, negli interni della caserma, nei tunnel e nei labirinti in cui si inoltrava Ofelia.
Ricordo l’inquadratura dal basso di Ofelia che entra nell’albero, con quel pulviscolo che la circonda e la luce che disegna la sua sagoma sull’ingresso scavato nella corteccia.
Ricordo la sofferenza e le lacrime.
E ricordo di aver pensato: “Il giorno in cui avrò una figlia, sarà questo il primo film che le farò vedere.”
Ricordo di essere uscita dal cinema sentendomi più triste, ma meno sola. Perché ogni grande film ti toglie e ti aggiunge qualcosa. E Il Labrinto del Fauno è un grande film.
E se mi sono dilungata un po’ troppo è perché questo spazio ristretto non basta a contenerlo e le mie parole non riescono a stargli dietro.
Il cinema, quando è cinema per davvero, ha un potere immenso. È uno specchio ed è un monito. E ti giudica.
Il Labirinto del Fauno mi obbligherà per tutto il resto della mia vita a essere all’altezza di Ofelia.

19 commenti

  1. la fantasia non serve a scappare dalla realtà. Serve a interpretarla

    concordo su questo punto.Tantissimo.
    Ora devo inventare dei complimenti nuovi di zecca per te,per il tuo blog,per la tua recensione,sai una cosa? Spesso io non concordo affatto con quello che scrivi,però cascasse il mondo se mi perdessi una tua recensione,un tuo intervento.E sai perchè?Per queste cose,perchè non tenti di soffocare il potere del sentimento e dell’immaginazione,come invece mi accorgo di fare io.Come se mi negassi volontariamente un’altra possibilità, un’altra vita. Mi piace il fatto che abbia ancora la forza di sognare e resistere e allora va bene tutto.Anche che ti piaccia il cinema d’intrattenimento puro,che io mi impegno ma sopporto a malapena,che ti esalterai per Villa Arzilla i mercenari 3 e per altre cose,perchè poi basta leggere due righe di questa tua recensione e dimmi te come facciamo a non lovvarti?^_^

    non faccio l’adulatore eh,cioè sono sinceri i miei complimenti.Io però questo film l’ho visto come un grande esempio di cinema storico-politico antifascista militante che apre al fantastico,ma vabbè che ci vuoi fare son un compagno commissario anche quando mi emoziono e commuovo

    Credo che 15 minuti di pianto alla fine del film siano un record,battuti solo dalle onde del destino

    ciao e buona settimana,che sia luminosa e intensa come le cose che scrivi ^_^

    1. Ma secondo me l’ambientazione è importante, sì, ed è una scelta precisa di Del Toro, presente anche in altri suoi film, ma il concetto che cerca di far passare il film va molto oltre il semplice antifascismo. Di film antifascisti ce ne sono tanti, anche molto belli. Questo è un po’ diverso.

      1. certo,assolutamente. Una grande mescolanza di cinema ,storia,generi. Tuttavia per me ,in questa pellicola,come ne la spina del diavolo c’è un grandissimo discorso storico e politico,anti fascista che tiene su la baracca,e non è solo un passaggio messo lì per dare sostanza alla trama,ma è la base centrale su cui poi imbastire un grandissimo discorso che rinnova anche il classico reale-fantasia,visto che come fai notare benissimo anche te,alla fine pure il mondo fatato è condizionato dalle atrocità e della ombre della guerra e della repressione.
        Ho questo punto di vista più militante,si confà al mio modo di vedere il cinema.

        Cioè Del Toro ci teneva tantissimo a fare un dittico sulla guerra civile spagnola,e su come essa possa pesare o modificare l’esistenza dei bambini

        ciao! 🙂

    2. Praticamente di questo film hai capito solo quel cacchio che volevi intendere tu. “Apre al fantastico” poi non si può sentire… capra!

  2. moretta1987 · · Rispondi

    Come sempre anche in questo film Del Toro si sbizzarisce nel creare mostri veramente iriusciti,oltre a Pan si fa notare parecchio la creatura che Ofelia affronta nella seconda prova praticamente un perfetto orco mangiabambini. Interessante poi che con questo film Del Toro anticipi e tratti in modo molto personale il discorso che poi riprendera in Hellboy II del rapporto realtà e fantasia.

    1. Che poi è un discorso che gli è sempre stato particolarmente a cuore. Ovvio che in questo film sia molto più personale e sentito, anche rispetto al secondo Hellboy, che per me resta il film più perfetto di Del Toro, anche se sono legata emotivamente più a questo.

  3. carlottasabatini · · Rispondi

    Il valore del Labirinto io l’ho sempre valutato su ciò a cui rinuncia.
    Aumenta di due … tre anni l’età di Ofelia, e l’intera storia assume un tono molto più risqué, più torbido, più scopertamente sessuale.
    Venderebbe un casino.
    Ma ciò distrarrebbe il pubblico.
    Rinunciare ad una simile opportunità è una grande prova di controllo–e di rispetto per chi siede in sala.
    [ed essendo il mio primo post, complimenti per il blog–è così che si dice, vero 😉 ]

    1. Oh, i complimenti fanno sempre piacere 😉
      e soprattutto benvenuta da queste parti e spero di rileggerti presto.
      In realtà, Del Toro aveva azzardato ancora di più in sceneggiatura: la bambina doveva essere molto più piccola. ma poi il provino dell’attrice lo convinse e alzò l’età della protagonista.
      è vero che anche così qualche sottotraccia vagamente erotica è riscontrabile. Ma sono timidissimi accenni che neanche guastano troppo l’atmosfera globale.

  4. nel mio piccolissimissimo penso di capire cosa possa significare quel “Pensateci bene a che cosa significa amare così tanto un’opera che sta prendendo forma, dedicarci anni della propria vita, non esserne mai stanchi. E alla fine vederla sullo schermo. Perfetta, splendida, compiuta.” Chissà poi se arriverà quella parte finale, anche senza Stephen King 😛 … Bellissima recensione, molto sentita, per un capolavoro. Ho avuto la fortuna di vederlo al cinema, ho pensato subito si trattasse di un’opera fondamentale del cinema di questi anni. Spero che Del Toro possa ritornare a raccontare queste storie e mettere da parte anche solo per un po’ il blockbuster

    1. è che ormai credo sia abituato a lavorare con alti o altissimi budget. Poi ha qualcosa come millemila progetti in cantiere, come regista, sceneggiatore e produttore.
      Poi tra un film e l’altro fa passare minimo 4 anni.
      Io ho paura che prima che torni a un piccolo film ce ne vorrà del tempo…

  5. Helldorado · · Rispondi

    Gran film….grande recensione. Con Del Toro vai sempre alla grandissima 🙂

    1. Perché lui è il mio amore 😀

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Guarda, secondo me troppo distacco e di contro poca emotività e coinvolgimento sono proprio gli ingredienti perfetti per NON capire nulla dell’impegno che del Toro ha profuso in questa “fiaba” per adulti (nella miglior accezione del termine)…ma per fortuna non sei cascata nella trappola, e ti sei fatta guidare da Ofelia nello scrivere una recensione che coglie perfettamente l’essenza di un magnifico film 😉

    1. Ed è davvero magnifico…
      Credo che sia il fantasy migliore dello scorso decennio.
      Grazie Giuseppe 😉

  7. Bella recensione, anche secondo me è un film veramente ben fatto

    1. Grazie Bruno! 😉

  8. Bello, bellissimo, sublime!!! Sublime anche la rece.

  9. capolavoro assoluto: come raccontare la magia dell’infanzia e allo stesso tempo descrivere un mondo pericoloso, devastato dalla guerra civile e dalla crudeltà degli adulti (il male non sono i mostri e le creature della foresta, ma i gerarchi neofascisti di Franco), che può essere salavato solo dalla purezza di cuore dei bambini.

  10. La dualità di questo film mi portò, a suo tempo, a ricomporlo con windows movie maker. Un film oscuro con mostri e fauni ammalianti, il problema sono i momenti ”realistici”. Ho parlato spesso di questo film con altri cinefili, molti lo definiscono ”Boring”. Un peccato che sia così bistrattato.

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