1996: Scream – Seconda parte

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“No, please don’t kill me, Mr. Ghostface, I wanna be in the sequel!”

Facciamo un passo indietro e arriviamo al 1994: esce nelle sale Nightmare – Nuovo Incubo, in cui finalmente Craven si riappropria della creatura che lo aveva reso famoso un decennio prima. Non sto qui a raccontarvi le controversie e i fraintendimenti che sono stati alla base della produzione della saga di Fred Krueger. Ne abbiamo parlato tante volte. L’importante, in questa sede, è stabilire che non è che Williamson si sia inventato dal nulla l’horror metacinematografico e che i semi di un discorso sul genere attraverso il genere erano  stati gettati. Proprio dal regista incaricato di dirigere Scream. Eppure Craven, già in Sotto Shock aveva sfiorato l’argomento. Entrambi i film, Sotto Shock e New Nightmare, non sono dei successi. Soprattutto New Nightmare è stato capito in ritardo. Forse troppo tecnico e raffinato per fare presa sui fan dell’Uomo Nero con gli unghioni. 
Ma la riflessione sui cliché, sulla paura, sull’influenza che l’immaginazione esercita sulla realtà e soprattutto sulla serializzazione tipica dell’horror fa parte della poetica di Craven da sempre.
Ecco che la sceneggiatura scritta da Williamson si innesta quindi su un terreno già fertile di suo, con i dovuti distinguo.
Se Craven ha sviluppato la sua cultura cinematografica in ritardo e in maniera piuttosto tradizionale (cinema d’autore, in primis), Williamson, di qualche generazione dopo, è cresciuto tra drive in e schermo televisivo. Ma la fascia d’età ritratta in Scream (che è poi la mia. Nel ’96 avevo 18 anni) rappresenta forse la prima generazione in assoluto la cui cultura cinematografica deriva quasi esclusivamente dalla fruizione casalinga.

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Prendo il VHS, lo metto nel videoregistratore e, quando finisce il film, posso rivederlo da capo, scegliere i pezzi che mi interessano di più, lo posso smontare, riprodurre all’infinito: posso quindi vedere com’è fatto il giocattolo e capire come funziona. Di sicuro in questo modo si sviluppa una competenza maggiore nello spettatore, anche occasionale. Contemporaneamente, nasce anche un distacco nei confronti del film che è indispensabile per comprendere l’atteggiamento dei protagonisti (e degli spettatori loro coetanei) di Scream davanti al cinema dell’orrore. Lo conoscono, sanno di cosa si tratta, sanno come funziona, sono consapevoli di ogni meccanismo. Non gli fa più paura, non essendo più ignoto.
Non è casuale se in Scream si parla di cinema in continuazione, ma ciò che manca è proprio il cinema inteso come luogo quasi sacro, e ogni citazione, ogni riferimento, ogni rimando vengono consumati davanti al piccolo schermo.
Craven, che al contrario è in sala che ha conosciuto il mezzo cinematografico (la leggenda vuole che abbia visto il suo primo film, Il Buio Oltre la Siepe, a 20 anni e passa) e questo tipo di distacco non lo ha sviluppato, si limita a fotografare una generazione a lui lontanissima, dipingendola distaccata non solo dal cinema, ma da ogni cosa.
Craven che quel tipo di horror non lo ama, ma ama il cinema e Williamson, a cui piace invece citare, a volte in maniera del tutto fine a se stessa, gli slasher, anche quelli più infimi, con cui è cresciuto.
Ed ecco una strana alchimia tra distacco e vicinanza, tra interessi diversi, diversi obiettivi e modi diversi di intendere l’intrattenimento. In questa alchimia risiede l’unicità di un prodotto come Scream.

tumblr_mm8rup9VV11qdm9llo2_500Che, mi dicono in molti, non è un horror. Patinato, dicono. Comico.
Certo. Come no.
Perché fa brutto dire che può esistere un horror elegante, sofisticato, strutturato non per una setta ma per il grande pubblico. Non può essere horror, deve essere un’altra cosa, una sardonica commedia postmoderna che dell’horror si prende gioco perché l’horror fa schifo.
E così Scream può piacere a chi non guarda quella merda. E allo stesso tempo chi guarda quella merda lo ripudia.
Sì, Scream  mi piace perché non è horror. No, Scream è un oltraggio perché piace a quelli a cui non piace l’horror. Perché ha avvicinato al genere chi il genere non lo filava di striscio. Si ha quasi paura di non essere più una cricca di iniziati. Di venire messi allo scoperto dal fatto che Scream ha sbugiardato le regole di un genere di nicchia e lo ha portato alla ribalta del grande pubblico generalista.
Ma, e mi dispiace tanto rovinare i preconcetti a entrambe le categorie, Scream è horror fino al midollo. E per rendersene conto basta guardare uno dei suoi innumerevoli cloni, o anche qualche suo seguito diretto.

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Il problema piuttosto è: come e in che misura Scream ha “rovinato” il cinema dell’orrore? E non è una domanda poi così banale o campata in aria. Perché se è abbastanza pretestuoso attribuire colpe di un qualche piano malvagio a Williamson e soci, è sicuramente vero che in una periodizzazione della storia dell’horror, esiste un’era pre e un’era post Scream. Come però esiste anche un’era pre e post Esorcista, se vogliamo dirla tutta, tanto per fare un esempio di un altro che film che ha portato l’horror fuori dalla serie B, lo ha scaraventato in sala e lo ha trasformato in un blockbuster.
Ma Scream non ha fatto altro che recuperare, aggiornandoli alla mentalità attuale, i sottoprodotti degli anni ’80, quelli a base di tette e squartamenti e killer mascherati che perseguitano giovani gaudenti. In questo senso, la sua è stata davvero una rivoluzione conservatrice, un ritorno a un tipo di film che, una volta codificato con precisione, è del tutto innocuo e privo di qualsiasi elemento turbativo.
E allora si può affermare che Scream ha posto le basi per i gusti del pubblico contemporaneo, che chiede di metterla giù semplice, seguire un’ora e mezza di coltellate e gente sbudellata, possibilmente con allegate nudità gratuite, per poi tornarsene a casa soddisfatti, ma senza ricordare bene neanche il titolo del film che hanno appena visto. Tanto si somigliano tutti.
Scream, nel suo porsi come elemento di continuità e rottura con la tradizione del genere, ha portato alla proliferazione di pellicole di stampo adolescenziale, create per un target giovane o giovanissimo e che, di fatto, hanno tolto all’horror una delle sue caratteristiche principali: suscitare inquietudini e fobie che vanno in profondità nel tessuto sociale in cui sono ambientati.
Solo che in Scream, nel descrivere una generazione annegata nel vuoto esistenziale e culturale, queste fobie andava a suscitarle. Poi è diventato anche quello un cliché, e anzi, una nota di merito, perché più i personaggi sono insopportabili, più il film sembra piacere.
In Scream ci si poteva ancora identificare, e sentirsi un po’ soli e perduti.
I protagonisti dei suoi vari cloni sono alieni che esistono solo nelle fantasie degli sceneggiatori.
Ecco perché oggi è così facile veder morire qualcuno in maniera atroce su uno schermo. Il vuoto messo in campo da Craven (e questa caratteristica è solo sua, non di Williamson) è diventato realtà.
Il paradosso è che Craven ne sia stato, allo stesso tempo, smascheratore e parzialmente responsabile.

10 commenti

  1. perchè non responsabilità di Williamson?
    In fin dei conti è lui che usa la formula anche con prodotti pacchiani come: so quello che hai fatto e cose simili.
    Che dire?Volevo scrivere anche io una recensione di Scream,sarebbe pronta a metà,ma dopo il tuo bellissimo speciale rinuncio. Farò solo il figo dicendo che nei 90 il prima a tentare il discorso metacinematografico è lo sconosciuto ai più.,ma non a te , Pop Corn
    Il problema che dovremmo affrontare è proprio la citazione,il modo in cui essa viene usata ed esercitata per riempire la mancanza di creatività,di saper parlare da parte dei giovani sceneggiatori di loro e della loro generazione. Ho un dubbio,ma io e te facciamo parte di una generazione?Cosa abbiamo da raccontare di importante e cosa abbiamo vissuto per lasciarlo come eredità?Questo lo si ritrova anche nelle opere dei giovani, non tutte eh, che poi giovani..noi quasi 40enni, perchè non so se lo sai ma vai verso i 40 eh, non abbiamo altro che il nostro immaginario televisivo e i film o cartoon della nostra infanzia.
    Con la scusa dell’omaggio poi non c’è nessun problema: il pubblico è contento perchè si ritrova tra amici ,sa che non corre nessun reale pericolo,non vogliamo far male a loro,divertiti cogliendo quante più citazioni eh, lo sceneggiatore ha un lavoro dimezzato perchè tanto quella cosa ganza l’hanno già fatta, e così il genere diventa un continuare ripeter le stesse cose. Consolatorio e digeribile.

    Si,sto ripetendo male quello che hai già brillantemente scritto te.Di nuovo i complimenti,stai davvero facendo la cosa giusta eh …e a fanculo le citazioni,anzi l’abuso piatto e conformista di esse

  2. Helldorado · · Rispondi

    Gran Post Lu!! E condivido anche se ripeto ho visto solo il primo e l’ultimo. 🙂

  3. Bellissimo post!

  4. Lucy questa seconda parte è magnifica! 😀 La tua considerazione finale é di una verità travolgente; in questi ultimi anni siamo proprio al centro di quel vuoto, riempito dall'(auto)annullamento che propongono, reiteratamente, “le morti” truculente di “Saw” ed eredi..

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Non credo ci sia molto altro da aggiungere a quello che hai scritto. Scream aveva dimostrato all’epoca quanto il genere avesse di nuovo volontà e soprattutto capacità intrinseche di rinnovamento (discorso analogo, come già è stato detto, si può fare oggi per The Cabin in The Woods)…solo che -per dirla alla Bruce Lee- se Scream era perfetto nella parte della famosa luna indicata dal dito, non sono pochi quelli che in seguito si sono ostinati a guardare solo il dito (banalizzando e standardizzando quel vuoto che Craven trattava a ben altro livello)…

  6. ho voluto leggere la seconda parte prima di commentare: una gran bella analisi, complimentissimi! Io ti dirò che a me Scream piace da impazzire e non disdegno neanche i capitoli successivi. Mi piace perchè riscrive il genere non prendendosi sul serio ( mai visto un killer prendere così tante mazzate dalle sue vittime) e lo codifica per tutte quelle generazioni che si sono perse gli anni ’80 e il massimo fulgore, anche commerciale dello slasher….e hai nominato anche Sotto Shock uno dei miei film preferiti di Craven!

  7. L’analisi è ottima e leggere uno scritto di così buona fattura di un film che si ama particolarmente è proprio il top 🙂

  8. Blissard · · Rispondi

    Fuori tempo massimo, ma volevo complimentarmi con la bellissima recensione. E’ una notevole intuizione la tua sul fatto che gli adolescenti presenti in Scream fanno parte di quella scafata generazione cresciuta con i film in vhs e non al cinema, e che Craven ha nei loro confronti un disprezzo mal celato che si traduce in una spietatezza inusitata, ben diversa – ad esempio – dall’occhio partecipe che aveva riservato agli adolescenti un decennio prima nel primo (e nel terzo) Nightmare.
    Come dici tu, stridono notevolmente le visioni di Williamson e Craven, cosa che nel primo Scream risulta uno degli elementi di forza del film, ma che invece determina i problemi presenti in Scream 2 (che a mio parere è tutt’altro che riuscito) e in Scream 4, oltre che nel brutto Cursed.

    1. Grazie!
      Secondo me però in Scream 4 questo atteggiamento dolente di Craven torna quasi ai livelli del primo capitolo. A me Scream 4 è piaciuto tantissimo. Lo rivedo ogni volta che posso e ogni volta imparo qualcosa di nuovo.

      1. Blissard · · Rispondi

        Scream 4 lo dovrei rivedere, all’epoca mi suscitò non poche perplessità e con il manicheismo partigiano che mi caratterizza additai in Williamson il principale artefice delle manchevolezze del film, con Craven a fungere da incolpevole vittima della situazione. A freddo magari lo rivaluterò.

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