1976: Martin

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Regia – George A. Romero

Things only seem to be magic. There is no real magic. There’s no real magic ever

Parliamo un po’ di vampiri, che ne dite? Non è un mistero per nessuno che da queste parti  siano i mostri meno amati. Infatti ne parlo il minimo indispensabile e solo quando trovo qualcosa che davvero riesca a stimolare la mia attenzione. Però, bisogna ammetterlo, sono anche i mostri più sfruttati in assoluto, quelli su cui si è detto tutto e il contrario di tutto. Di solito preferisco i film dedicati al vampirismo quando affrontano la cosa da un punto di vista inedito. E Martin, opera “minore” nella carriera di Romero, sicuramente tenta una prospettiva nuova, privando queste creature della notte di tutto il loro fascino soprannaturale e inserendole in una vicenda di squallore quotidiano, bigottismo, infelicità e superstizione.
Nel 1976 Romero veniva da una serie di flop commerciali: dopo il successo del suo esordio, dirige La Città Verrà Distrutta all’Alba e La Stagione della Strega. Entrambi film a basso costo ed entrambi di scarsa presa al botteghino. Per Martin, lavora con un budget irrisorio, di circa 80.000 dollari, girando in una cittadina della Pennsylvania (la fittizia Braddock, nel film) e usando i suoi abitanti come comparse e in piccoli ruoli. Tutte le location del film sono vere. Bisognò addirittura cambiare il nome del personaggio di Cuda, perché l’insegna del supermercato ripresa per gli esterni del negozio dove lavora Martin era quella del Cuda Co.
Romero non solo scrive e dirige, ma monta anche il film. Pare che la prima versione durasse due ore e quarantacinque minuti. Ma è andata perduta e non se ne trova più neanche una copia.
Qui da noi Martin viene distribuito col risibile titolo Wampyr, con un montaggio diverso e con le musiche dei Goblin al posto di quelle originali (e bellissime) di Donald Rubinstein. C’è ovviamente lo zampino di Darione nostro, che se non rovina le cose non è contento.
In questo post parliamo della versione di Romero, che è meglio.

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Martin è un ragazzo molto giovane con un pessimo vizio: beve il sangue della gente, sì, proprio come un vampiro. Ma senza canini, senza doversi nascondere dalla luce del sole e senza che aglio o croci abbiano alcun effetto su di lui. Addormenta le sue vittime con una siringa, poi gli taglia le vene o la gola e succhia il sangue.
Va a vivere da un suo zio, Cuda, convinto che un’antica maledizione pesi sulla famiglia e che Martin sia un Nosferatu, una creatura del demonio. Sua intenzione è infatti esorcizzarlo. O ucciderlo, se non dovesse riuscire nell’impresa.

Romero è sempre stato un tipo a cui piace rimescolare le carte. Dopo essersi reinventato la figura dello zombi, cerca di aggiungere qualcosa di nuovo anche a quella del vampiro. E lo fa smitizzandolo. Un’operazione che, a ben guardare, non è così diversa da quella fatta con i morti viventi straccioni. Togliere l’aura di magia e occultismo e lasciare solo la fame e la disperazione.
Gli inserti in bianco e nero, che suggeriscono un passato molto remoto di Martin come vampiro, sono lì quasi in funzione semiparodistica. Come parodistico è il ricorso a tutti i simboli religiosi, al rituale dell’esorcismo, allo stesso personaggio del prete (interpretato proprio da Romero). Trattato con amara ironia è anche lo zio di Martin, il vecchio Cuda, sinceramente convinto di avere a che fare con un essere demoniaco.
E invece Martin è solo malato, uno squilibrato innocente per cui però lo spettatore è obbligato a schierarsi, contro l’ottusità di Cuda e l’indifferenza generale del microcosmo in cui la vicenda è ambientata.
Martin è un piccolo film che procede con ritmi lenti nella narrazione di giornate tutte uguali e va a scavare nella psiche disturbata di un personaggio che ha un rapporto molto problematico col sesso e con le donne in generale. In Martin, il sesso viene utilizzato dai personaggi femminili come una via di fuga da una solitudine esistenziale che le soffoca: la cugina di Martin, la donna con cui Martin avrà una breve relazione, una delle sue vittime. Vogliono tutte scappare. Alcune ci riescono. Altre no. Altre ancora lo faranno scegliendo di morire.
E Martin, a cui il sesso fa paura, arriva in questo piccolo paese che sembra quasi una città fantasma come una specie di angelo.

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E lo sappiamo, erotismo e vampiri sono sempre andati a braccetto. Solo che Romero, originale anche in questo aspetto, non consegna al sesso nessuna funzione catartica o liberatoria. Non per Martin, che trova la sua dimensione nell’assoluta solitudine.
Il vampirismo serve a Romero un po’ per prendersi gioco della piccola borghesia (come aveva già fatto ne La Stagione della Strega), un po’ per illustrare una sua personale visione della realtà, priva di qualsiasi senso del meraviglioso.
La scena in cui Martin, per spaventare lo zio, si traveste da classico succhiasangue, con tanto di canini finti e mantello, è in tal senso, perfetta. Gran dispendio di fumogeni e nebbia, inquadrature che si rifanno all’espressionismo, la presenza minacciosa di Martin. Tutto fa pensare a una specie di incubo. E invece è solo uno scherzo. E Martin è sempre il solito ragazzino disturbato.
Anche le telefonate in radio di Martin, che gli procurano una certa notorietà con il nomignolo de “Il Conte”, vanno viste in funzione di strappare alla figura del vampiro il mito di cui è ammantata. Martin, in quelle telefonate, si prende sul serio. Gli ascoltatori e il dj lo prendono in giro. E lui non se ne accorge.
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E così, Romero non ci fa trovare pronti alla tragedia. Sebbene la cornice del suo racconto sia piena di desolazione, per tutto il film mantiene un tono a metà tra la satira e la commedia di costume. Per poi colpirci a tradimento con una conclusione forse inevitabile, ma così repentina da lasciare tramortiti. Tutto si risolve negli ultimi istanti del film e dopo una scena, quella della parata (neanche prevista in sceneggiatura), rilassata e sognante.
Allora tutto il pessimismo senza via d’uscita del regista viene alla luce. E ci rimane solo un senso di pietà infinita per tutti i personaggi.

Due anni dopo, Romero sarebbe tornato ai suoi cari zombi. Ma Martin continua a essere il suo film preferito.
Si tratta di un’opera molto anomala, quasi unica. Forse solo Abel Ferrara avrebbe trattato il tema del vampirismo in modo così radicale. Ma Romero era già andato oltre, lo aveva privato della componente soprannaturale, del mistero e del fascino. Niente maledizioni, niente vita eterna, solo una piccola città sprofondata nella superstizione e tante vittime innocenti.

20 commenti

  1. non potevi scegliere pellicola migliore per l’anno della mia nascita, sono felicissimo!
    Perchè citi anche i tre film di Romero che preferisco. Una sorta di trilogia “sociale” del Male e delle sue manifestazioni legate non a reali minacce esterne,ma all’alienazione e allo smarrimento degli individui,alla mancanza di una società che sappia creare collaborazione tra persone.
    Martin ce l’ho nella versione voluta da Romero,me ne vanto perchè l’altra inzomma…Questo film invece è veramente una grandissima opera.
    Anche io non amo la figura del vampiro,non mi fanno impazzire diciamo.Preferisco in sostanza quei film dell’orrore dove il cattivo è umano,perchè fanno più male. Ci sono strade e luoghi e circostanze che viviamo quotidianamente.Non è difficile imbattersi in Martin,è il vicino di casa,il ragazzo che vediamo tutti i giorni
    Questo è il punto di forza del film,e poi si sente addosso la pesante solitudine di tutti i personaggi. Vittime e carnefici,sono persi e perduti,vi è empatia a mio avviso da parte di Romero.
    Bellissimo anche il dubbio morale che ci impone:il vecchio Coda sarebbe il “buono ” del film eppure è un bigotto ottuso,mentre Martin che è un assassino ci fa pietà
    Magnifico anno il 1976:Rocky,Martin ,io e Rhona…mica il 78,tanto per citare a caso un anno eh! 🙂

    1. Sì, Romero è un maestro dell’orrore minimalista. Anche se io lo preferisco quando si occupa di zombi e affonda con lo splatter e gli smembramenti.
      Rhona non è del ’76…ella mente e si toglie un paio d’anni 😉

      1. Ah,vezzosa la nostra Rhona..una vera star!
        si bè i suoi film horror zombeschi sono purissima scuola di cinema,il terzo capitolo della prima trilogia,quello che dà il nome al tuo blog,poi è un pezzo di storia del cinema
        Però a me inquieta un casino quel tipo di thiriller ed horror radicato nel reale,un serial killer posso anche incontrarlo,vampiri ..inzomma.
        ps:mi è venuta la mania del gioco criminal case su facebook,che figata!

  2. Ce l’ho sempre lì da vedere, aspetto solo l’occasione giusta perché sono quasi vent’anni che “cullo” il mito di Martin, terrorizzata da un eventuale diludendo.
    Quest’anno lo recupero, dai!

    1. Sì sì, recuperalo. Merita e angoscia a puntino 😀
      Prima però Aftershock!

      1. Aftershock è già pronto impacchettato, aspetto solo che Beatrix faccia altrettanto poi parte la visione con recensione in tandem :PP

        1. Aspetto recensione, allora 😀

  3. Helldorado · · Rispondi

    Molto bello, non lo vedo da un bel po’ di tempo e mi sa che ho visto la versione “rovinata”…. 😀

    1. Se il film che hai visto si chiamava Wampyr, allora sì 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Il che vuol dire che anch’io all’epoca mi sono sicuramente beccato la versione Darioneggiata 😀 …comunque concordo sull’orrore minimalista di Romero, che qui riesce a spiazzarci con un “vampiro” il cui spessore tragico e orrorifico deriva dal fatto che, come sappiamo bene fino alle estreme conseguenze, vero vampiro non lo è per niente…

        1. Io credo che Martin sia una specie di compendio perfetto del cinema di Romero…o meglio, una prefazione a quello che sarebbe venuto di lì a poco con gli altri film della saga zombesca.
          poi sì, è un film molto povero e Romero ancora non aveva maturato completamente il suo stile, però è tutto lì, pronto a sbocciare.

      2. Helldorado · · Rispondi

        mi pare di sì Lucy, non ricordo ma l’ho capito da quello che hai scritto nel post. 🙂

  4. moretta1987 · · Rispondi

    Alla pari di Zombi e Creepshow è uno dei miei Romero preferiti è anche una delle mie interpretazioni preferite del Vampiro. Davvero notevole poi come Romero riesca a ritrarre lo squallore e la desolazione delle cittadine americane dei suoi abitanti con una bravura che farebbe rabbia a parecchi autori di cinema “sociale”.

    1. Sì, credo che in pochi potessero competere con la capacità di analisi del Romero anni ’70.
      Una cosa davvero invidiabile.

  5. Ho visto la versione di “Darione” cioè Wampyr ne sono rimasto comunque colpito, in quegli anni il buon Romero ci sapeva sicuramente fare.

    1. Sì, era uno dei migliori. Forse, da un punto di vista concettuale, il migliore.

  6. bradipo · · Rispondi

    che bella recensione per un film che mi deluse fortemente la prima volta che lo vidi ma poi rivisto con calma è divenuto piano piano uno dei miei preferiti di Romero ( oddio li preferisco un po’ tutti a dir la verità…)…non so se lo hai visto ma ti segnalo un film che a me è piaciuto , Midnight Son che secondo me approccia il tema del vampirismo in modo parecchio simile a quello di Romero…lo hai visto?

    1. La prima volta che lo vedi in effetti ti spiazza non poco. Poi se gli dai una seconda occasione, e riesci a farti coinvolgere, cambia tutto.
      Sì, ho visto Midnight Son, ma non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo. Ha sicuramente un gran bel finale, però forse oggi, nel 2013 tutto quel pauperismo è eccessivo…

  7. LordDunsany · · Rispondi

    Ho visto entrambe le versioni, di quella originale possiedo un buon Dvd della Arrow; ti dirò, buon film, interessante per la visione che propone, ma, forse, un pò troppo “povero” quanto a messa in scena per i miei gusti.. 😀
    Certo, colpa del basso budget, ma tant’è.. 🙂
    A me questo film ricorda sempre il favoloso omaggio che i Soft Cell gli hanno fatto: http://www.youtube.com/watch?v=WmBqVjGt5C0

    1. Eh, ma costò solo 80.000 dollari, un’inezia per fare un film, anche negli anni ’70. Ovviamente la messa in scena è povera per forza di cose.
      Però Romero si diverte lo stesso a inserire piccoli tocchi di classe, per quanto il budget poteva permetterglielo

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