My Little Moray Eel – 16

Copertina MorayTHE SHOW

 Il mare faceva capolino tra i palazzi e le gru del porto di Civitavecchia, dietro il finestrino del treno che la stava riportando a Roma. Appariva e scompariva in improvvise chiazze verdi e azzurre intraviste attraverso lo strato di sporcizia sedimentato sulla parte interna del vetro.
Sara sedeva a terra nella carrozza adibita alle biciclette.
Aveva un quotidiano posato sulle ginocchia e rileggeva per la quarta volta lo stesso articolo: “Strage all’Argentario. Due navi affondate. Nessun sopravvissuto tra gli equipaggi”
Secondo il giornale, alle sette di sera del 16 giugno, l’esploratore Sentinella e il Trasporto Costiere Lipari erano state attaccate da tre creature di dimensioni enormi. Le navi erano arrivate sul posto circa un’ora prima dell’attacco e avevano fatto scendere in acqua una pattuglia di sommozzatori, per verificare le voci secondo cui in quella zona del Tirreno viveva una colonia degli esseri recentemente scoperti dalla spedizione di Cameron. Quello che era accaduto sott’acqua restava un mistero.
Seguivano righe e righe di ipotesi, interviste ai testimoni e ai pochi superstiti a bordo delle imbarcazioni d’appoggio e dichiarazioni delle autorità competenti.
Competenti un cazzo, pensò Sara ripiegando il quotidiano.
Chissà cosa avevano combinato i subacquei per scatenare quella baraonda. O cosa gli avevano ordinato di fare, per mandare su tutte le furie le creature che vivevano lì sotto.
Ma forse dava la colpa a loro per non sentirsela tutta addosso, più pesante del calore puzzolente e sudaticcio dello scompartimento.
Il treno si era lasciato il mare alle spalle. Sara chiuse gli occhi. Avevano bloccato gli accessi a tutte le spiagge e chiuso il porto a tempo indeterminato. Non solo Porto Ercole, ma anche Cala Galera e Porto Santo Stefano. Non c’era modo di raggiungere l’acqua. Non c’era modo di raggiungere Lui. Lo immaginava ad aspettarla nella sua grotta, spaventato dalla sua assenza, o deluso perché lei non era neanche passata a salutarlo come faceva sempre prima di partire. E sentiva una piccola fitta di dolore attraversarle il petto.
Aveva sbagliato tutto.

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“Hai fatto quello che dovevi” le aveva detto Ilio, “Li hai avvertiti, se poi si è incasinato tutto tu non c’entri. Che ne potevi sapere?”
Ne poteva sapere tanto, invece. Ma Ilio non ne era a conoscenza.
Lui, la sua murena, era il suo segreto. Un dolcissimo segreto che mai avrebbe rivelato a nessuno. E adesso Sara non riusciva a capire se si sentiva così male perché non lo aveva difeso abbastanza, o al contrario, se tutta quella gente era morta proprio perché era rimasta zitta per tutti quegli anni.
Solo che Lui era un’anomalia. Sara lo aveva capito sin da bambina. Sapeva riconoscerne una quando la vedeva. Aveva una certa esperienza in fatto di anomalie e scherzi di natura ed era anche consapevole che le anomalie facevano una brutta fine.
Salve, mi chiamo Sara, parlo coi pesci e il mio migliore amico è una murena di dieci metri.
Oltre al rischio di un viaggio in ambulanza nell’istituto psichiatrico più vicino, una volta appurato che non era pazza, si sarebbero accaniti su di Lui, gli avrebbero dato la caccia, forse lo avrebbero ucciso, di sicuro li avrebbero separati. E lei non poteva sopportarlo.
Gli voleva bene.
No, non gli voleva bene. Bene non rendeva l’idea, era un legame più profondo, più intimo, un qualcosa che a volte faticava a confessare persino a se stessa.
Perché era strano, era perverso e lei se ne vergognava. E si sentiva ancora più sola, come se portasse sulla pelle i segni di una diversità irriducibile. Non tanto per la sua capacità di comunicare con altre specie. Quello era il minimo, dopotutto. Il problema vero era che il suo corpo, di solito addormentato, reagiva soltanto quando si trovava stretto nell’abbraccio di Lui, sott’acqua, in quella bolla di buio e pace. Allora la musica che le cantava nella testa si diffondeva lungo i suoi arti, le riempiva il petto e le scivolava nel ventre.
Forse erano le carezze dell’acqua viva sulla pelle, forse la sicurezza che le dava essere avvolta da una creatura che mai le avrebbe fatto del male e che, come lei, aveva la cognizione di un’esistenza vissuta in bilico tra due mondi che non si potevano incontrare.
O forse era davvero pazza, irrecuperabile, incapace di amare niente altro se non la sua culla silenziosa e protetta, scavata sul fondo del mare, tra le spire di un mostro nato con l’unico scopo di uccidere e che, per qualche bizzarra coincidenza, era venuto da lei ed era in grado di darle quello che nessun essere umano le avrebbe mai dato.
Ma lì sotto Sara si sentiva normale.

Gulf Oil Spill

Il treno si fermò con uno scossone. Una voce metallica annunciò che erano arrivati a Termini. Sara si lasciò sfuggire un’imprecazione. Sarebbe dovuta scendere prima, a San Pietro, era più vicino a casa sua. E adesso le toccava attraversare Roma in bicicletta, perché si era distratta per pensare alle sue solite cazzate.
Scese sulla banchina, sollevando la bici e stando attenta a non inciampare nei gradini e poi si avviò verso l’uscita, spingendo la bici a mano.
Stava cercando di decidere quale fosse la strada più breve e meno faticosa per tornare sulla Cassia, quando la sua attenzione fu attratta dai teleschermi piazzati in ogni angolo della stazione. Erano tutti sintonizzati su un’edizione straordinaria del telegiornale di Sky.
Una piattaforma petrolifera in fiamme. Il titolo rosso sotto le immagini parlava della Norvegia.
Ma non fu la visione dell’incendio a far fermare Sara così di botto che la bici quasi le sfuggì di mano.
Arrotolato intorno a uno dei piloni che tenevano la piattaforma sospesa sulla superficie del mare, c’era il cadavere carbonizzato di una murena e, nell’acqua, si muovevano forme scure, enormi e spettrali, disposte lungo la costruzione come un anello di carne
Sara lasciò la bicicletta e si appoggiò a una colonna, continuando a fissare lo schermo. Dovette sedersi perché si sentiva svenire. Si circondò le gambe con le braccia e appoggiò la testa alle ginocchia.
È cominciato lo spettacolo, pensò, mio Dio, è cominciato lo spettacolo.

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10 commenti

  1. poche parole per descrivere un rapporto che molti potrebbero considerare contro natura,ma l’amore nel suo senso più alto è davvero un fatto di etichette ?Molto bello questo passaggio
    Si,però:che cazzo di quotidiano legge Sara?E guarda che alcuni hanno l’inserto.

    bella sta storia,mi auguro in un finale di quelli che mi facciano sprecare fazzoletti su fazzoletti eh ^_^
    buona domenica

    1. Oddio, forse legge un quotidiano locale tipo il Tirreno o la Nazione…
      Non ne ho la più pallida idea 😀

      1. eh,tu citi “quotidiano” sapendo che uno dei tuoi lettori è un giornalaio! 🙂

        senti quando lo finisco posso farti leggere il mio post atomico “Sorelle della morte”? Si perchè sarebbe un post apocalittico in chiave femminile,e insomma almeno mi dici se va bene oppure son un novello Rob Zombie 🙂

        ciao ,stammi bene!

  2. giudappeso · · Rispondi

    Bellissimo, soprattutto la descrizione del suo legame con Lui. Bravissima. 😀

    1. Quello era a rischio. Non sapevo se inserire l’elemento fino all’ultimo. ma poi ‘sti cazzi. Si amano. Punto.
      Grazie Giordano 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Lui e Sara, anomali per i loro mondi d’appartenenza e ancora più uniti fra di loro per questo motivo…qui -poco prima che lo spettacolo cominci- si capisce quanto lo siano davvero, in un passaggio breve ma profondo come il loro legame 😉

        1. ti giuro che è stato complicato…
          non sapevo come renderlo.

          1. Giuseppe · ·

            Ma ci sei riuscita e con grande sensibilità, lasciatelo dire…

  3. Toccante e delicata come sempre, questo è ormai uno dei marchi di fabbrica di questa storia.
    “È cominciato lo spettacolo”: ottimo, noi stiamo in prima fila. 😀

    Ciao,
    Gianluca

    1. Grazie Gianluca 😀
      mi sto divertendo!

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