My Little Moray Eel 15

TWO TRIBESCopertina Moray

Dalla prua della nave più piccola partì una raffica.  Una delle murene venne colpita al muso e il sangue andò a colorare la fiancata grigia come una secchiata di vernice. Ma la creatura non mollò la presa.
Sara riusciva a sentire, anche da quella distanza, il rumore del metallo piegato. I colpi delle armi da fuoco. Le urla dei marinai. Il fragore delle onde che si schiantavano contro gli scogli.
Tutto sembrava piccolo, da lontano. Sembrava tutto finto. Le ricordava di quando, da bambina, metteva le barche giocattolo nella vasca da bagno e le faceva affondare dai mostri marini di plastica.
E poi allagava il bagno e faceva arrabbiare sua madre.Si alzò aggrappandosi alla parete di roccia dietro di lei.
Un’esplosione la fece sussultare. La nave attaccata dalle murene andò a fuoco. E cominciò a inabissarsi.
L’acqua ribolliva di schiuma. Il vento era caldo. Le fiamme galleggiavano sul mare increspato.
Le tre murene si staccarono dalla carcassa della nave e si separarono. Tre strisce scure sotto la superficie. Lui non era tra loro. Sara ne fu sollevata, poi si sentì in colpa.
Una serie di rapidi colpi in successione. Sara pensò si trattasse di un mitragliatore. Non ne sapeva niente di armi.
Sotto di lei le murene evitavano i proiettili scendendo più in basso e riafforando in altri punti della baia. Urtavano i motoscafi e li rovesciavano, poi schiacciavano con un colpo di coda gli uomini caduti in acqua, oppure spalancavano la bocca e li inghiottivano.
Una patina rossa e lucida ricopriva l’acqua e la cresta delle onde era sporca. La nave affondava trascinandosi dietro il suo equipaggio e risucchiando nel gorgo altre imbarcazioni. Un bestione di oltre cinquanta metri, stritolato in pochi minuti.

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Solo vedendo le sagome delle murene vicino alle navi Sara si era resa conto di quanto fossero grandi. Quella gialla, quella che l’aveva inseguita durante la prima immersione della mattina, era appena poco più corta della nave colata a picco. Sara la vide mordere la prua di un motoscafo e tranciarla di netto, issando metà del suo corpo da serpe fuori dall’acqua e ricadendo tra gli spruzzi. Portò con sé la parte anteriore del motoscafo. E le persone che erano a bordo.
Registrava a stento le voci della folla alle sue spalle. Sentiva cellulari che squillavano a tutto spiano, il pianto di qualche bambino. L’urlo acuto e stridulo di una donna, scalpiccio di piedi in corsa. Clacson e motori di macchine in accensione. Le girava la testa. La mitragliatrice continuava a sparare. Ma le murene erano agili, potenti e, anche se ferite, non volevano morire.
L’unica nave rimasta tirò su l’ancora e prese a far manovra per uscire dalla baia. Le altre imbarcazioni, meno ingombranti, si stavano allontando.
Le murene resistono molto tempo fuori dall’acqua. Hanno una doppia mandibola nell’esofago, così possono inghiottire anche prede voluminose. Se ti mordono, non ti si staccano più di dosso. Murene di sessanta metri. Murene addestrate contro di noi. Macchine da guerra. .
Le si piegarono le gambe e dovette rannicchiarsi contro la parete per non cadere di sotto.
A pelo d’acqua, le pinne dorsali che ne spezzavano in due la superficie come  lame su un vetro, le murene si lanciarono contro la nave in manovra. Le furono addosso in un attimo e la travolsero. La murena gialla uscì quasi del tutto dal mare e si schiantò sulla cabina. Le altre attaccarono ai lati, le bocche aperte a squarciare lo scafo, le code che si agitavano alzando onde macchiate di rosso. La nave rimase a galla ancora per qualche istante, strattonata dalle murene, neanche fossero bambini che si contendevano un giocattolo. Poi si rovesciò su un fianco e, con le tre bestie attaccate, sparì, lasciando qualche rottame galleggiante a testimoniare che era esistita.
In cielo erano apparse le prime stelle. C’era ancora abbastanza luce per vedere che la baia e la spiaggetta dove ogni tanto Sara scendeva a piedi per farsi una nuotata da sola brulicavano di corpi umani. Alcuni si muovevano, altri  si lasciavano trasportare dalla corrente, o rotolavano sulla sabbia, cullati dalla risacca. Le divise bianche della marina si alternavano alle mute nere dei sommozzatori morti.
Delle murene non c’era più traccia ed era calato il silenzio. Sara si arrampicò fino al guard rail, lo scavalcò e tornò sul bordo della strada, dando le spalle al mare. Per la prima volta in tutta la sua vita non aveva nessuna voglia di guardarlo.

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La gente assiepata lungo la panoramica invece teneva lo sguardo fisso sulla baia e non emetteva un suono.
Il sole era andato via, ma ancora la notte tardava ad arrivare, bloccata sulla soglia di un crepuscolo grigio e opaco che si spegneva a rallentatore.
Sara iniziò a farsi strada tra la folla, per raggiungere la bicicletta e tornare a casa. Non sapeva cosa avrebbe fatto. L’unica cosa che la teneva in movimento era un desiderio confuso di solitudine, di chiudersi dietro una porta, sdraiarsi su un letto e non avere a che fare con niente e nessuno.
Ma una sorta di sospiro collettivo, quasi un gemito di angoscia e disperazione sputato fuori da centinaia di bocche la costrinse a girarsi ancora una volta. E ancora una volta a rivolgere lo sguardo al mare.
All’inizio le sembrò un branco di gatti in bilico sulla superficie dell’acqua. Poi seppe a chi appartenevano tutti quegli occhi che brillavano come monete sospese a mezz’aria, al centro dell’insenatura.
Quelli degli abissi erano emersi dal loro mondo per affacciarsi sull’orlo della terra e mostrarsi ai suoi abitanti.
Immobili e muti, li fissavano. Al sicuro dalla luce del sole, liberi di uscire, se lo avessero voluto. Era quasi una beffa, quello starsene tranquilli a osservare le reazioni degli uomini. Di sicuro era una sfida.
Le due specie, una di fronte all’altra. E da quel momento, in guerra.
Il silenzio si ruppe in uno scoppio di grida, minacce, imprecazioni, insulti e singhiozzi.
Sara era esausta.
Si infilò in un varco tra un ciccione che ripeteva come incantato “brutti pezzi di merda, brutti pezzi di merda, brutti pezzi di merda” e una donna che mormorava chissà quale preghiera, arrivò al cartello stradale a cui aveva legato la bici, saltò sul sellino e, una volta presa velocità, si lasciò trasportare lungo la discesa. Quella maledetta giornata era davvero finita.

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12 commenti

  1. figata! (un giudizio tecnico-letterario troppo complesso eh)

    1. No, no, figata va benissimo 😀

  2. Quella giornata sarà pur finita, ma si prospettano giornate altrettanto dense di avvenimenti… Curioso come una scimmia. 😀

    Ciao,
    Gianluca

    1. Come ho già detto in Base: e mo’ so cazzi! 😀

  3. Spettacolare. 😀

    1. Ti lovvoabbestia

  4. Giuseppe · · Rispondi

    E dopo aver visto combattere i giganteschi soldati (in sequenze action veloci, asciutte e potenti), ecco che dal profondo decidono -astuti come gatti 😉 -di mostrarsi agli occhi del nemico anche gli ufficiali comandanti…per dirla alla Ernie Hudson, che cazzo di giornata! 😀

    1. Ma proprio pessima 😀
      E ne arriveranno di peggiori 😉

  5. Helldorado · · Rispondi

    Bello, bello!! Continua così…

    1. Maaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaax! Grazie! ❤

  6. …’mo mesà che so cazzi eh! 😀

    1. So cazzi pure amari 😀

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