In The Flesh

261218_10151406742425787_1794730467_n   Regia – Jonny Campbell (tre episodi – 2013)

Si parlava poco tempo fa di quel fallimento epocale di The Walking Dead e si accennava, nello stesso post, a come altri avessero fatto molto meglio con le stesse tematiche. E non è perché io sono anglofila oltranzista che ritengo una miniserie come In The Flesh un qualcosa che nessun amante degli zombie (ma allarghiamoci, delle belle storie ben raccontate) dovrebbe fare il tremendo orrore di perdersi. In The Flesh è un prodotto imprescindibile perché parla di zombie, per una volta tanto, da una prospettiva originale e fa quello che moltissimi altri hanno provato a fare senza successo: umanizzarne la figura senza per questo risultare stucchevole o trasformare il povero morto vivente in una macchietta da paranormal romance.

In The Flesh ipotizza che nel 2009, di punto in bianco, i morti abbiano iniziato a camminare tra noi e a mangiarci. Dopo quattro anni di sanguinose battaglie, non solo la piaga è stata debellata, ma è stata trovata una cura per far tornare alla normalità gli affetti da Partially Deceased Syndrome, che non è che risorgano a nuova vita. Sono morti e restano tali, ma acquisiscono di nuovo la capacità di pensare, di provare dei sentimenti, recuperano la memoria e si prova a reinserirli in società. Seguiamo quindi la vicenda di Kieran, un diciottenne morto suicida e rispedito a casa dopo un periodo di adattamento in un centro di raccolta, coperto di fondotinta e con un bel paio di lenti a contatto per mascherare il suo aspetto da cadavere ambulante. A Roarton, il paesino di origine di Kieran, il gruppo di volontari che, in mancanza di supporto dal governo inglese, ha contribuito alla sconfitta degli zombie, è ancora molto attivo e mal digerisce che gli zombie si aggirino tranquillamente tra i vivi, reclamando il diritto a un’esistenza normale.

In the flesh 1

Nell’arco di tre episodi da cinquanta minuti l’uno, impariamo a conoscere Kieran, la sua famiglia (madre, padre e sorella minore facente parte del gruppo di volontari ammazza zombie), gli abitanti del piccolo e bigotto paese dove è nato è cresciuto, e un altro paio di morti viventi che, come il protagonista, hanno serie difficoltà di integrazione.

È scontato dire che sugli zombie è molto difficile inventarsi qualcosa di nuovo. Da Romero in poi li abbiamo visti in tutte le salse e, a partire proprio dal remake di Snyder di Dawn of the Dead, abbiamo assistito a un’ondata di qualità molto altalenante di abbuffate zombesche. Zombi che corrono come centometristi o che procedono lenti e claudicanti, zombi usati come animali domestici, zombi parodizzati, zombi metaforici, apocalissi più o meno riuscite, più o meno angoscianti. Con The Walking Dead sono anche diventati materia di sfrenata serializzazione. Eppure sembra che il pubblico non ne abbia mai abbastanza e l’imminente uscita di World War Z (che si preannuncia già una cagata cosmica) non fa che confermare l’entusiasmo che questo mostro in putrefazione continua a suscitare.

La serie della BBC tenta un approccio diverso al tema e ci fa vedere un mondo che è già stato ricostruito ed è già tornato alla normalità, ma in cui la frattura tra morti e vivi è insanabile, come se i morti non fossero altro che i reduci sconfitti di una guerra civile, che ora sono obbligati a tornare a convivere coi vincitori. Vincitori che sono segnati quanto loro, alcuni in maniera irreversibile.
Messa quindi da parte sin dall’inizio l’ambientazione apocalittica, rappresentata in un’unica scena iniziale, un flashback di Kieran che aggredisce e uccide una ragazza prima che gli venga somministrata la cura, In The Flesh si occupa dei suoi personaggi e dei rapporti tra loro. E tocca una vastità di temi impressionante, non ha paura di andare a fondo nei sentimenti, di commuovere fino alle lacrime, di parlare di rapporti umani e relazioni in maniera schietta e senza pudore. Sì, è vero, lo zombie in quanto tale diventa quasi un accessorio, una scusa per dire altro. Ma in fondo è sempre stato così e lo zombie, specchio di noi stessi e immagine di ciò che diventeremo, è forse il mostro che più si presta a un certo tipo di simbolismi.
E bisogna saperci giocare bene, altrimenti il rischio è quello di risultare artefatti, scontati, banali. Sì, proprio come TWD.

In the flesh 2

Se nell’ultimo capitolo della quadrilogia “ufficiale” dedicata da Romero ai suoi morti, avevamo lasciato gli zombie in cerca di un posto dove andare, li ritroviamo in questa serie tornati nelle loro case, a riprendere le fila di un discorso interrotto bruscamente e con la coscienza alterata da anni di lotta per la sopravvivenza. Sono una minoranza fortunata, perché molti di loro sono stati uccisi una seconda volta con il proverbiale colpo alla testa e per il resto del mondo non sono altro che corpi putrefatti e marci.
In The Flesh ha la grande intelligenza di non tentare una ricomposizione di questa frattura tra vivi e morti nello spazio ristretto di tre episodi. E anzi, lo sviluppo della trama non implica per forza di cose una riconciliazione, ma un esacerbarsi del conflitto: si consumano vendette a Roarton, i volontari assaltano le case che nascondono zombie curati, il consiglio cittadino impone a ogni famiglia che ospiti un morto vivente di segnare la porta del suo garage con la vernice, la presenza stessa degli zombie è vista come uno sfregio a una comunità che li ha combattuti, pagando un altissimo prezzo in vite umane.

E se con qualcosa i personaggi devono venire a patti, è con gli avvenimenti che precedono la resurrezione: il suicidio di Kieran, tanto per cominciare, il suo rapporto con l’amico Rick, morto in Afghanistan e anche lui tornato a Roarton come zombie, il difficile processo di crescita e ricerca di identità di Meg, la sorella minore. Accettare le reciproche differenze e recuperare un’esistenza che è stata troncata di netto. Come dice Amy, personaggio chiave di tutta la vicenda, una ragazza morta di leucemia e che desidera soltanto riprendere quello che le è stato tolto: “l’ultima cosa a cui ho pensato prima di morire è quanto fosse ingiusto essere messa in panchina ancora prima di cominciare a giocare”

Ed è quindi la morte, la paura che abbiamo di essa e il nostro modo di affrontarla, adesso che ci siede accanto e ha il volto spaesato delle persone che abbiamo amato e che sono di nuovo tra noi in forma diversa, al centro di In The Flesh. Kieran, Amy, Rick, i tre zombie che impariamo a conoscere nel corso degli episodi, hanno visto la morte, sono tornati indietro e ne hanno coscienza e memoria.

In The Flesh

Non succede spesso, specialmente con cinema e la tv contemporanee, ma In The Flesh per me è stata un’esperienza importante, perché è il tipo di racconto che avrei voluto scrivere io. Perché rappresenta quello che a mio parere il fantastico dovrebbe sempre essere in grado di fare, ovvero mettere l’umanità al centro della scena. E farlo con delicatezza e cura, stringendo tutti i personaggi in un unico abbraccio e volendogli bene, anche quando si tratta di non mostrare pietà nei loro confronti e di compiere delle scelte crudeli.

In The Flesh è davvero una visione straziante, in alcuni momenti, capace di colpire forte lo spettatore sul piano emotivo, andando a rimestare nei suoi sentimenti più profondi, ma senza ricattarlo mai. Lasciandolo con un sorriso sulle labbra e con un nodo in gola. E lo fa con gli zombie.
Gli inglesi sono indubbiamente la razza superiore.

43 commenti

  1. devo assolutamente vederla,perchè tratta di argomenti per me fondamentali. Il disagio di appartenere a una società,famiglia,ma senza farne parte per cause esterne o diversità.Un tema che sento come molto intimo,personale e mio.
    La cerco oggi,avrà i suoi sottotitoli,e sicuramente come serie tv non mi deluderò profondamente e totalmente come quella lista della spesa che era american horror story asylum

    grazie per l’ottima segnalazione,per queste cose ti conferisco il titolo di duchessa dei blog e tanta tanta tanta dignità per il tuo lavoro 🙂

    1. è una gran bella serie. Davvero ben fatta e con personaggi credibili e umani.

      1. Non ho mai pianto tanto quanto con il finale di questa serie. Davvero bellissima ,con una cura per dialoghi e personaggi da pelle d’oca. Anche Bill , il cattivo della serie,è un grande personaggio non banalmente idiota,a suo modo capibile

        ma te fatti un bel regalo che non capita sempre nelle vite delle persone e leggi qua la mia bellissima recensione va…

        http://lospettatoreindisciplinato.blogspot.it/2013/04/in-flesh-di-jonny-campbell.html

        si,si,ti ho anche taggata su facebook 🙂

  2. Ciao Lucia, lurko da un po sul tuo blog e mi preme commentare perché qualche giorno fa ho anche io scritto una mini recensione su questa serie che trovo davvero bella. Credo tu abbia colpito in pieno con l’ultima considerazione, col fatto che il fantastico deve mettere l’umanità al centro della scena. E non parli di morale, il che è importante. Se ti va dai un occhio alla mia recensione, mi farebbe piacere un tuo parere a riguardo, ma solo se ti va.

    1. Letto e commentato 😉

  3. In The Flesh è stata una bella esperienza anche per me. Dovessi proprio trovargli un difetto direi che la drammaticità, tutto sommato sempre abbastanza sobria, eccede un poco nel finale. Ma comunque un gran bel lavoro, ne sono rimasto soddisfatto.

    1. Sì, forse nei minuti finali si lasciano un po’ prendere la mano, ma è anche vero che il dialogo tra Kieran e il padre mi ha praticamente fatto piangere fino a non poterne più e quindi va bene così 😀

  4. Per me è un gioiellino, le lacrime che mi ha fatto versare hanno messo a dura prova i miei condotti lacrimali.

    1. Sì, io ho passato l’ultima mezz’ora del terzo episodio in apnea. E poi ha una colonna sonora splendida.

  5. Un altro colpo a segni dagli inglesi… ma che razza aliena li ha creati!?
    Una serie che deve diventare punto di partenza per nuove idee. Una storia splendida che non ti prende per il culo e ti lascia sgonfio. E la trasmettono sulla BBC, *azzo, praticamente la nostra rai… mavaff… 😉

    1. Praticamente noi stiamo ancora qui con preti e carabinieri e loro invece hanno gli zombie in prima serata.
      Non mi ci far pensare 😀

  6. Non conoscevo questa serie, devo dire che il concept mi ha colpito molto. Grazie per la segnalazione, adesso dovrò cercarla per capire come hanno sviluppato questo tipo di approccio.

    1. Sono stati molto bravi. Sono riusciti a mantenere un equilibrio tra commedia e dramma (con la parte finale virata decisamente verso il dramma), e creando una mini serie molto intimista e approfondita. Credo anche che questa sia l’unica evoluzione possibile per il mostro zombie.

      1. Scusa se intervengo, ma l’ultima frase di Lucia è da me condivisa al 100%. Lo zombie è stato creato per uno scopo ben preciso e questa è l’evoluzione perfetta. (ciao, me ne torno a casetta…:B)

  7. ho notato guardando Red Riding e altri prodotti inglesi,che essi hanno anche una serie di compositori davvero straordinari,Musiche malinconiche,poche note di piano,elettronica soffusa,legate benissimo con le immagini. Per me la colonna sonora in un’opera è molto importante perchè è quello che balza alla mente ,che mi emoziona direttamente,tanto che talora mi infastidisce il minimo rumore che proviene dalla sala o da casa,perchè mi ci perdo dentro.
    Si,vabbè..Solo per dire che da noi le colonne sonore le fanno con le canzonette o con la bompiani,pochi esempi di colonna sonora da rammentare

  8. Direi che su queste ultime considerazioni, bisognerà eleggere i britannici a salvatori del genere!

    1. Che dio ce li conservi così in eterno…li amo.

      1. D’altronde, chi ci ha regalato Doctor Who e la Hammer non poteva smentirsi anche in questi tempi squallidi

  9. moretta1987 · · Rispondi

    Ti ringrazio per la segnalazione Lucia perchè non conoscevo questa serie,provvederò a recuperarla al più presto.

    1. E’ davvero interessante, è scritta benissimo, con attori poco noti ma eccellenti in tutti i ruoli.
      Impressionante

  10. Venduta! 😀 E non solo per essere una miniserie, ma anche perché se mi dici che il lato umano viene comunque posto al centro dell’attenzione, non posso farmela sfuggire! 🙂

    Ciao,
    Gianluca

    1. Io già me la voglio rivedere tutta da capo 😀

  11. E un’altra serie si mette in coda…

    1. Sono solo tre episodi, da spararsi uno dietro l’altro. Io la farei salire alle prime posizioni, fossi in te 😉

  12. Helldorado · · Rispondi

    “la serie della BBC”….solo ‘sta frase potrebbe deprimerci per secoli.

    1. Esatto…come faceva notare qualcuno più sotto, la nostra Rai…
      piango

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E c’è chi si vanta che i britannici stiano vedendo in tv il nostro Montalbano -con tutto il rispetto per Montalbano- sottotitolato…certo, ignorando a bella posta mezzo secolo di BBC, ITV e ITC deve sembrare un gran colpo di culo l’apprezzamento recente di un prodotto italiano di genere da parte di chi oltre a TUTTO il resto ha ANCHE una granitica tradizione giallistico/poliziesca alle spalle. Il fatto è che -chissà come mai- ho come la sensazione che da noi non passerà nemmeno lontanamente per la testa di rendere il favore riservando lo stesso trattamento in tempo reale a una miniserie così brillantemente antitetica a TWD (e che la recensione obbliga a recuperare) come In The Flesh…ma ce l’ho proprio forte la sensazione, eh

        1. Noooo, ma quando mai. Vedrai che questa serie resterà per molto tempo inedita qui da noi. Forse la recupererà Sky fra qualche tempo. O almeno spero. Perché merita sul serio di essere vista da quanta più gente possibile.

  13. Sembra assolutamente interessante… Grazie per la segnalazione: io non ne sapevo nulla.
    Mi piacciono le sperimentazioni, le varianti in tema “zombie”, che siano essere profonde, come questa, o pulp, come certi fumetti e crossover vari.
    Lo recupererò.

    1. Sì, anche a me piacciono le sperimentazioni, anche perché oggi è diventato molto difficile sperimentare con una materia come quella degli zombie, che ormai stanno facendo la fine dei vampiri.

  14. Molto bello e interessante, ne ho scritto anche io sul blog. Spero in una seconda serie, perche’ questa ha lasciato un bel po’ di domande aperte.
    Non sono troppo d’accordo su quello che dici di Twd all’inizio del pezzo, sinceramente. Credo che fra tutta la roba “zombie” che si vede negli ultimi anni, Twd sia riuscito a essere originale, perche’ in realta’ prende in prestito l’apocalisse zombie per raccontare una storia che non parla di zombie, ma il discorso puo’ essere parecchio lungo e pesante, quindi tralascio 🙂

    1. Sì, spero anche io in una seconda stagione. Oddio, ci spero da un lato e dall’altro la temo, anche se mi piacerebbe vedere che fine ha fatto Amy, tanto per dirne una.
      Su TWD c’è il mio post dedicato alla terza stagione che spiega esattamente come la penso su quanto, secondo me, è scritta male la serie. Però sono opinioni.

      1. Lo leggeró appena posso, ricambiando l’invito a leggere il mio sul finale season di twd x la mia opinione 🙂

        1. Sì, ho letto con attenzione e, considerazioni su colpi di scena finale a parte (che non sono un difetto che imputo alla serie) le mie perplessità riguardano personaggi e relazioni tra loro.

  15. Bellissima anche per me. Iniziata con un certo timore, la qualità però si sente subito: di una semplicità e di una maturità pazzesche, e gli ultimi 15 minuti del terzo episodio pura commozione. Spero in una seconda stagione

    1. Ecco, gli ultimi 15 minuti mi hanno praticamente uccisa. Singhiozzavo.
      Bella davvero.

  16. La BBC negli ultimi anni ha sfornato delle serie spettacolari, cosi spettacolari da richiedere un remake da parte dei cugini d’oltremare, giusto per buttare giù dei titoli (e vado a memoria) : Misfits, Black Mirror, Life on Mars, Luther. Purtroppo su TWD pur essendo stato un sostenitore delle prime 2 serie (davo speranza) con quest’ultima serie ho dovuto ammettere quanto poco gli sceneggiatori stimino il pubblico.

    1. Ma i cugini d’oltremare l’intelligenza assoluta degli inglesi nell’affrontare certe tematiche non ce le avranno mai.
      Se ti interessa il tema ritornanti da un punto di vista europeo, dai un’occhiata a Les Revenants. Magari un giorno o l’altro ne parlo 😉

  17. […] Dead per rimanere in tema di zombie , oggi parlo di due serie che mi sono state suggerite da Lucy (grazie!)  e che ho trovato davvero affascinanti, in particolare Les […]

  18. Bella recensione, che condivido in pieno, complimenti!
    Ti faccio solo un piccolo appunto: la sorella di Kieren si chiama JEM(ima), non MEG. ^^

    1. Oddio, che scema che sono! Ora correggo!

  19. Mi ero persa questo tuo bellissimo articolo su una serie che amo tantissimo e che assieme a Dead Set ha dimostrato come si possa fare serie tv serie sugli zombie.
    A me è piaciuta tanto anche Les Revenants anche se di zombie non so (ancora) se si possa parlare…!
    In The Flesh e Les Revenants hanno in comune appunto l’umanità, il mostrarci nel “piccolo” delle famiglie, degli individui le storie di persone normali che devono fare i conti a modo loro con eventi devastanti, con la morte e con la non morte, con il pregiudizio, con i peccati, con l’incomprensibile, con la perdita di umanità. E’ un terreno affascinante, e benché lo zombie sia il più “vilipeso” tra i mostri letterari e cinematografici fa riflettere e tanto.

    1. Ah, Les revenants è uno splendore.
      Sto aspettando come una scema la seconda stagione, ma ancora non ho capito se la faranno mai 😦

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: