My Little Moray Eel – 14

Copertina Moray

DARK DAY COMING

Pedalava in piedi, passando tra le due file di macchine che si erano create sulla strada panoramica. Frenò di colpo per evitare un motorino che procedeva nella direzione opposta, in discesa. Si fermò ai bordi della carreggiata per riprendere fiato e guardò la piccola folla riunita vicino al guard rail. Turisti, soprattutto, ma anche qualcuno del posto.
Aveva chiesto a Ilio di accompagnarla, ma lui aveva da fare al pontile. Dopo che la capitaneria aveva dato l’allarme, tutte le barche uscite erano state obbligate a rientrare di corsa in porto e gestire il traffico era piuttosto complicato.
Così Sara aveva preso la bicicletta e aveva affrontato la salita che dal porto conduceva al paese vecchio e che poi si arrampicava lungo la scogliera affacciata a picco sulle insenature, dove adesso le navi militari pattugliavano l’area. L’ordine di chiudere le spiagge era arrivato alle tre del pomeriggio. Evacuazione immediata. Tutti lontani dall’acqua. C’erano le murene giganti. Una ragazza le aveva fotografate. Sara non credeva che tutti sapessero già che era stata lei. Eppure si sentiva lo stesso i loro occhi addosso.
Riprese a pedalare, cercando un punto di osservazione sgombro. Il sole stava calando e lei era stanca. Prima le due immersioni, poi questa sfacchinata in bici. In mezzo, una lunga telefonata coi suoi genitori, entrambi preoccupati e già pronti a prendere la macchina e a raggiungerla. Solo che a un certo punto, per fermare l’afflusso di curiosi, avevano anche chiuso il ponte che attraversava la Laguna di Orbetello, unico accesso via terra al paese. Sara aveva detto alla madre di restare a Roma e di non chiamarla un miliardo e mezzo di volte. Aveva ripetuto le stesse cose al padre, come succedeva sempre, tanto che aveva cominciato a pensare che tra i suoi ci fosse qualche difetto di comunicazione.
Sì, in quelle acque c’era un mostro che sembrava uscito da un film di serie B.
Sì, lei lo aveva visto da vicino.
No, non era l’unico, ma era riuscita a fotografare solo quello.
E no, non le aveva fatto niente, porca miseria, dovevano saperlo che non le facevano mai niente.
No, che non era diverso. Sempre di pesci si trattava.
Certo che sarebbe stata lontana dal mare, non è che avesse alternative.
Sì, si sarebbero visti lunedì alla stazione.
Aveva spento il cellulare. Le era venuto mal di testa.
La giornata più lunga della sua vita.

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Scese dalla bici e la legò a un cartello che segnalava una serie di curve pericolose. Sotto di lei, la piccola baia del Pellicano. Acqua verde chiaro in prossimità della riva e di un blu che diventava sempre più denso con l’aumentare della profondità, come se il mare avesse deciso di inglobare in sé il cielo a farlo annegare.
Sara scavalcò la ringhiera che delimitava il ciglio della strada e posò i piedi sulla roccia.
Poco più in basso, c’era una rientranza abbastanza grande da permettere a due persone di stare sedute e contemplare il panorama. Ci era andata un sacco di volte con Ilio. E anche da sola, soprattutto d’inverno, quando le piaceva osservare da lì le mareggiate che si abbattevano sugli scogli.
Era una specie di rifugio segreto. L’ideale in quel momento.
C’erano due navi militari, una molto grande e l’altra più piccola, ancorate al centro dell’insenatura. Altri motoscafi di dimensioni ridotte gli ronzavano intorno, come dei pesci pilota attaccati agli squali.
Sara, a quella distanza, distingueva a malapena delle figure vestite di bianco che si aggiravano sul ponte della nave più grande. E altre, vestite di nero, che scendevano in acqua da quella più piccola. Sommozzatori.
Le avevano sequestrato la macchinetta con le foto  quando era andata a farle vedere alla capitaneria. Poi l’avevano accompagnata alla stazione dei carabinieri, dove era stata costretta a raccontare da capo tutta la storia, con le dovute omissioni.
Era rimasta seduta in un altro ufficio (questa volta il condizionatore funzionava), con ancora il pezzo inferiore della muta addosso, Ilio defilato in un angolo e tutti che sembravano impazziti, attaccati a telefoni, computer e radio. Dopo un paio d’ore le avevano dato il permesso di andarsene. Nel frattempo erano partite le evacuazioni e, dal porto di Civitavecchia, avevano mandato quelle due navi.
Sara non sapeva che piani avessero. Sperava che il tentativo fosse quello di stabilire una qualche forma di contatto con gli esseri che vivevano sul fondo del mare. E si sarebbe anche offerta di fare da tramite, anche se le loro voci erano dolorose, la spaventavano e non le capiva del tutto. Solo che, quando era arrivato il momento di dirlo, si era bloccata e non ci era riuscita.
I passaggi continui delle barche della guardia costiera e della capitaneria increspavano il mare. Il rumore dei motori arrivava attutito in cima alla scogliera e si mischiava allo stridio dei gabbiani e alle voci della gente assiepata ai margini della panoramica per vedere meglio. Non c’era vento e il sole tramontava di nascosto dietro le rocce.
Sara stava cominciando a chiedersi cosa ci fosse in realtà da vedere e se non era il caso di tornarsene a casa e farsi una doccia, che ancora si sentiva il sale addosso e l’odore del neoprene della muta, quando il mare, a centinaia di metri sotto di lei, si sollevò, investendo la fiancata della nave più piccola. L’onda si portò dietro tre forme allungate che a quella distanza sembravano tre stelle filanti colorate. Sfrecciavano appena sotto il pelo dell’acqua, le teste che emergevano tra la schiuma.

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La folla ammutolì. Alcuni motoscafi vennero urtati e si rovesciarono. Uno, nel tentativo di allontanarsi, diede troppo motore, si impennò e andò a sbattere contro gli scogli affioranti.
Le tre murene puntavano dritte verso la nave più piccola. Dalla prua Sara vide uscire degli sbuffi di fumo, accompagnati da un suono come di fuochi d’artificio che scoppiano. Una delle murene rallentò, mentre l’acqua si colorava di rosso. Si immerse e le altre la imitarono, sparendo sotto lo scafo.
Nessuna traccia del gruppo di sub sceso pochi minuti prima.
Per qualche secondo, ogni cosa si congelò in un’immobilità da cartolina. I profili delle due navi in rilievo sul crepuscolo violaceo, il sangue della creatura che veniva assorbito dalla corrente, l’indifferenza silenziosa delle rocce.
Poi arrivarono in superficie, come tanti palloncini gonfiati sul fondo, i cadaveri dei sommozzatori. E le murene esplosero dall’acqua, circondando la nave più piccola, e iniziando ad avvolgerla e a stritolare l’acciaio.

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11 commenti

  1. bellissima la canzone in sotto fondo,mi sa che farò un altra compilation.
    Bella questa parte di attacchi,l’arrivo dei “mostri”.Me lo immagino in cinemascope,va bene se la parte di Sara l’affido alla protagonista di Grabbers..io la immagino accusì
    ciao,va parto per la montagna,almeno lì nessuna fottutissima morena!

    ps:si,però..Hai ambientato la storia in Toscana e non c’è nemmeno una scena ambientata in un casolare con in evidenza il conflitto padre e figlia,il tuo romanzo è come Stains di Boris,così poco italiano ^_^

    1. E’ un po’ più piccolina della protagonista di Grabbers, che è sui 30, mentre Sara qui ha appena 19 anni…
      però potrebbero assomigliarsi un po’ sì

  2. Te lo devo proprio dire, oltre alla storia e all’ambientazione, mi piace molto anche la tua prosa. Hai un modo di scrivere “accogliente”. Non so come dirlo meglio, ma sono a mio agio nel leggerti e nell’entrare in contatto coi tuoi personaggi. Umani o pesci che siano. 🙂

    1. Grazie (arrossisce, fischietta, si guarda alle spalle dicendo: “ma chi, io?”)
      😀

      1. Sì sì, proprio tu! 😀

  3. Bellissimo, una scena drammatica resa al meglio e senza calcare troppo la mano. 😀

    Ciao,
    Gianluca

    1. Gianluca!!!
      ❤ ❤ ❤ ❤ ❤
      grazie!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Il blu del mare che annega il cielo, il rosso del primo sangue versato, il nero delle mute delle prime vittime…i colori che si mischiano al suono dei motori e dell’acciaio stritolato. Noi che vediamo e sentiamo il tutto (compresa la paura di quei poveri, piccoli esseri umani) attraverso Sara. Perché l’affetto dell’autrice verso il personaggio riesce ad accompagnare il lettore nel vivo di quello che viene raccontato, qualunque sia lo spazio/tempo in cui Sara si trova (e se per caso l’autrice arrossendo fischiettasse guardandosi alle spalle, mi troverebbe anche dietro le sue spalle a confermarle quanto ho detto 😉 )

    1. Ti ringrazio davvero…
      Non mi aspettavo che questa storia potesse essere letta da qualcuno.
      E sono felice che ti stia piacendo.
      Grazie.

  5. ohhh…ecco che comincia il “dimenare!” 😀

    1. Era pure ora 😀

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