My Little Moray Eel – 13

Copertina Moray

Due parole di introduzione per ringraziare Giordano, autore di questa bellissima copertina che d’ora in poi verrà messa in testa a ogni capitolo della nostra piccola murena. Sono contenta di riuscire a stimolare la creatività di qualcuno con la mia storia. E Giordano è bravo sul serio.

CITY OF GLASS

Sara aveva sempre creduto che, prima o poi, quella sua strana capacità sarebbe servita a qualcosa. Era cresciuta pensando che tutto avesse una logica, anche se non comprensibile nell’immediato. E un’utilità. Pensava che avrebbe potuto realizzare dei filmati impossibili per le persone normali, che avrebbe studiato da vicino esseri che ancora non si conoscevano. Non voleva che l’anomalia che l’aveva segnata sin da bambina si limitasse a un semplice divertimento per quando si immergeva. Voleva metterla a disposizione.
Certo, così era un po’ crudele.
Scese lungo la parete fino a posarsi sul fondo. Il mare era calmo, l’acqua trasparente. Sara riusciva a vedere i raggi del sole che bucavano la superficie sopra la sua testa. Nessuna traccia delle murene, di quelli degli abissi, o di Lui. Oltrepassò la punta e seguì il sabbione che declinava come un pendio per arrivare a cinquanta metri. Poco più avanti c’era un ammasso di rocce ricoperte di gorgonie. Sara scorse un movimento con la coda dell’occhio e vide emergere una forma quasi umana e trasparente tra i rami.
Rimase ferma, a distanza di sicurezza.
La creatura la guardò, gli occhi fissi, e scuri come due gocce di petrolio. Apriva e chiudeva la bocca mentre le branchie, sei tagli alla base del collo, pulsavano a intermittenza. Sembrava che emanasse un leggero alone di luce, perché il rosso delle gorgonie, quasi del tutto scomparso a quella profondità, tornava vivo nelle zone subito intorno al suo corpo.
Sara si avvicinò con qualche pinneggiata lenta. La creatura non si mosse. Erano una di fronte all’altra, adesso. A meno di un palmo di distanza. Sara allungò una mano. L’essere degli abissi fece la stessa cosa. Le loro dita si toccarono. Aveva delle piccole ventose sui polpastrelli. Sara sentì che le aderivano alla pelle. Non appena provò a tirare indietro la mano, la presa delle ventose si allentò. 

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Sara, in tutti quegli anni, aveva immaginato la sua testa come un nascondiglio chiuso con lucchetti e catenacci, al cui interno risiedeva un’enorme sfera bianca. Aprì quella porta sbarrata di uno spiraglio e cinse il polso della creatura con il pollice e l’indice.
I cardini della porta saltarono, le catene si spezzarono con uno schianto e fu come se un milione di voci avessero preso a cantare tutte insieme dentro di lei. Ma Sara non poteva contenerle tutte, era un palloncino che si stava gonfiando a dismisura, e che sarebbe scoppiato se non avessero smesso. Quell’unica mente polifonica e collettiva stava cercando di comunicare con lei. E Sara non riusciva a capirla.
Le facevano male.
Le trasmisero il dolore del sole che scioglieva loro la carne, la paura delle grandi navi che attraversavano gli oceani, le contrazioni dei loro corpi dissezionati nei laboratori.
Sara lasciò la mano della creatura, spezzando il contatto, richiudendosi in se stessa come un mollusco dentro a un guscio. Pinneggiò all’indietro e vide che ne stavano arrivando altre: cavalcavano la murena gialla che l’aveva inseguita quella stessa mattina.
Si portò al viso la macchina fotografica. Scattò a ripetizione, riuscendo a cogliere almeno una ventina di pallide figure che fluttuavano tra i ventagli di gorgonie e quel drago che ora sembrava così docile, quasi una giostra per dei bambini in gita.
Poi le vide lanciarsi in picchiata lungo il fianco della scogliera e sparire ancora più in basso. E più lontano, verso il mare aperto.
Controllò il computer che portava al polso. Era sotto da poco meno di quindici minuti. Aveva aria a sufficienza per fare una piccola deviazione.
Si girò su se stessa e si diresse verso la costa, risalendo di qualche metro. Nelle orecchie, il suono del suo respiro e, più basso, come una vibrazione che dal suo stomaco irradiava in ogni angolo del suo corpo, il lento e costante mormorio interno del mare.
Quando arrivò alla grotta dove viveva e lo chiamò, Lui non si fece vedere. Eppure Sara avvertiva la sua presenza, come era certa che Lui avvertisse la sua. Entrò nella tana, costeggiando la parete punteggiata di ricci. Piccoli pesci colorati si raggruppavano intorno a quella che sembrava una foresta in miniatura di rami e cespugli fatti di carne. Vide un cavalluccio marino che guizzava dentro e fuori da un buco nella roccia. Sotto una sporgenza, in un anfratto buio, uno scorfano riposava nella sabbia. Le punte rosse e bianche dei suoi aculei si muovevano in maniera quasi impercettibile.
Sara alzò la testa. Il soffitto della grotta, vicino all’ingresso, brillava di riflessi di luce argentea, un pulviscolo vivo le galleggiava davanti sospeso a mezz’aria, spinto dalla corrente. Procedendo verso il cuore della tana, tutto diventava più scuro. Sara accese la torcia e le apparvero un paio di occhi gialli. Poi la bocca aperta e il muso allungato. Se ne stava in un angolo, avvolto in spire, come un mucchio di corda. La pinna dorsale arrivava a toccare la parte più alta del soffitto, la coda era arrotolata intorno a uno spuntone di roccia, una famiglia di gamberi gli passeggiava in cima alla testa.
Sara buttò fuori l’aria fino a svuotarsi i polmoni e si sdraiò sul fondo. Controllando il ritmo del respiro, rimase appoggiata con la pancia allo strato di alghe che ricopriva gli scogli, simile a un tappeto d’erba, ma scivoloso e viscido al tatto.

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Guardò la sua murena e desiderò non dover più tornare a terra, montargli in groppa e andare via, lontano, in un posto dove potessero essere solo loro due. Desiderò appartenere a quel popolo di creature mute e leggere, liberarsi di muta, bombole, pesi, e fare del mare la sua casa. Non essere obbligata a scegliere tra Lui e il mondo di sopra.
Perdonami.
Lui la sfiorò appena col muso e Sara si staccò dal pavimento della grotta, si aggrappò con le mani ai lati della sua testa e si strinse contro di Lui, sentendosi piccola e al sicuro.
Devi andare via da qui.
Lui le trasmise l’immagine di una città fatta di rocce, coralli, frammenti di conchiglie, posta a chilometri e chilometri di profondità, in cui nuotavano altre murene e dove la sua gente viveva nascosta da secoli. Ricopriva i fondali oceanici, attraversava l’intero pianeta, precipitava nelle fosse e risaliva lungo i crinali delle montagne sommerse. Un’unica città che abbracciava il mare nella sua interezza e dove c’era posto anche per lei.
Lo sai che non posso venire con te.
Lui la spinse con delicatezza verso l’uscita della grotta, si sciolse in tutta la sua lunghezza e Sara si ritrovò fuori in pochi secondi, sempre attaccata al suo muso. Chiuse gli occhi e lo vide strsciare, da solo, tra le chiazze di vegetazione e i mucchi di sabbia bianca dei fondali intorno a Porto Ercole. Rivide tutti i posti in cui erano stati insieme, rivide la spiaggia dove lo aveva cresciuto e i primi luoghi in cui si era rifugiato. E capì che sarebbe rimasto lì, ad aspettarla, che non se ne sarebbe andato. Che, se Sara aveva scelto il suo mondo terrestre, e il suo popolo che viveva sotto il sole, respirava e aveva una voce, Lui aveva scelto lei. E avrebbe sempre scelto lei.

9 commenti

  1. Capitolo emozionante e spettacolare, Lucia. ♥ Per un attimo, contrariamente alla logica – visto che i capitoli precedenti ci hanno anticipato la sua scelta – ho sperato che Sara lo seguisse verso la città sommersa. 🙂

    1. In realtà le piacerebbe molto…te lo assicuro. Dovrebbe solo farsi crescere un paio di branchie 😀
      Grazie Giordano, per il commento e per la copertina ❤

      1. Grazie a te per la blog novel! 😀 La seguo sempre con piacere, e altrettanto ne ho provato nel fare la copertina. 🙂

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Bella copertina davvero, complimenti all’autore…e complimenti all’autrice per un altro capitolo di alto livello (accompagnato da illustrazioni azzeccate…abbiamo nientepopodimeno che la “foto” dell’incontro tra Lui e Sara 😉 ) !!

    1. Eh sì, per fare quella foto ho dovuto addentrarmi in luoghi che è meglio non sapere 😀
      Grazie Giuseppe

  3. Un bellissimo capitolo “d’amore”. belli loro!:-)

    1. Love story abbestia ❤

  4. Un amico (Girola) mi ha indirizzato, insieme alla mia curiosità, qui.
    Il capitolo che ho letto è molto evocativo… vedrò di leggere anche i precedenti.
    Complimenti

    1. Ma grazie…a te e ad Alessandro che ti ha indirizzato qui. Spero che anche gli altri capitoli ti piacciano.
      Sei gentilissimo, grazie ancora.

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