Irena

Ct People 1942 end

Qui a Briarcliff abbiamo un’ala abbastanza ampia dedicata a metamorfosi e mutazioni. Nei suoi corridoi si aggirano due signore, che in realtà sono la stessa persona. Solo che la prima, un po’ più anziana, è timida e  si nasconde negli angoli bui. La seconda se ne va in giro quasi sempre nuda e tenerla buona è un problema che Suor Eunice risolve a modo suo. Il nome di entrambe è Irena. E tutte e due si portano dietro una maledizione antica, che le segna dalla nascita e si manifesta solo in determinate circostanze.
Oggi voglio parlarvi di queste due signore, di come sono state ritratte nei film che le vedono protagoniste e del modo in cui un percorso alla scoperta di sé, delle proprie pulsioni, dei propri istinti, finisce in entrambi i casi in rinuncia e tragedia. Dietro le sbarre di una gabbia, o tra gli artigli di una belva.
Sigla.

Cat People 1942

Cat People (uscito in Italia col titolo Il Bacio della Pantera) è un piccolo gioiello del cinema horror in bianco e nero, diretto da Tourneur e prodotto da quel geniaccio di Val Lewton. Costò un’inezia, appena 150.000 dollari e venne girato in 18 giorni, in ristrettezze economiche che, una volta tanto, non penalizzarono la resa finale, ma servirono a settare un nuovo modo di creare tensione e paura. Tutto il film si basa infatti sul non visto e sul fuori campo. Non per un’idea precisa, ma perché mancavano i soldi. La cosa si nota molto poco, anche oggi. Di Cat People ci ricordiamo la fotografia molto contrastata, i giochi di ombre e luci nell’appartamento di Irena, il riflesso dell’acqua della piscina sui muri, mentre Alice sembra terrorizzata dal nulla. E ci ricordiamo l’irrompere dell’autobus in una delle scene più famose e importanti mai realizzate. Scena che venne in mente proprio a Lewton, per far saltare in aria il pubblico.
Spesso però si tende a non dare troppa importanza alla storia, e ai sotto testi e simbolismi di cui è disseminata. E neanche si parla troppo del personaggio principale, quello a cui ruota tutta la vicenda, Irena, una giovane donna che è emigrata negli Stati Uniti dalla Serbia e che evita il contatto fisico con gli uomini perché la sua stirpe è maledetta: basta un solo bacio e Irena è convinta che si trasformerà in una pantera.
Nel 1942 era già abbastanza audace una trama del genere, senza dover scendere troppo nei particolari. Risulta molto interessante notare tutti i giri di parole e gli eufemismi usati nei dialoghi per non riferirsi direttamente al sesso, perché il film, mettendo come causa scatenante della trasformazione in mostro assetato di sangue proprio il liberarsi dell’istinto sessuale (femminile per di più), si muoveva su un terreno piuttosto scivoloso.
Da un lato c’era la classica equazione, tipica del genere horror e gotico, sesso uguale male e morte. E quindi un atteggiamento punitivo nei confronti della protagonista. Dall’altro, il discorso si fa più complesso, prima di tutto perché era raro che l’argomento venisse trattato in maniera così esplicita e poco metaforica, anche se con il pudore a cui accennavamo prima. E poi perché Irena non è personaggio negativo, ma vittima di un’oppressione che dura da secoli e di cui lei è solo l’ultimo anello di una catena.
Irena GifEssendo un horror di tipo soprannaturale, è ovvio che alla fine le paure di Irena si rivelino fondate e che la trasformazione in pantera avvenga veramente. Ma quello a cui assistiamo, per quasi tutta la durata del film, è un sottile gioco psicologico in cui a un personaggio femminile viene impedito di lasciarsi andare, perché il suo abbandono potrebbe avere conseguenze nefaste.
Il matrimonio con Oliver (conosciuto casualmente allo zoo) non viene consumato e Oliver che, in un importante dialogo afferma di non sapere se è innamorato o no di Irena, ma che forse ne è semplicemente attratto, si fa sempre più vicino alla sua amica Alice, scatenando così la reazione di gelosia di Irena. E scopriamo che non è solo la pulsione sessuale a portare alla trasformazione, ma anche altre emozioni forti, come per esempio, la rabbia e la paura di essere lasciata dall’uomo che ama.
Irena muta in pantera prima ancora che lo psichiatra (alle cui cure l’ha affidata Oliver, credendola pazza) la baci. Finché Irena resta cristallizzata in uno stato di immobilità distante e glaciale, va tutto bene. Non appena inizia a vivere, ecco che irrompe il male, quel male che, a volte, avvertiamo il desiderio di spargere per il mondo. E che ci appartiene. E tuttavia per Irena è impossibile venirci a patti e sceglie di morire divorata dalle pantere dello zoo e quindi rifiutando la sua natura.
Cat People 1982

Quarant’anni dopo esatti, esce il remake, firmato da Paul Schrader, che riscrive un copione già pronto, a firma di Alan Ormsby, e non viene neanche accreditato tra gli sceneggiatori. La versione del 1982 di Cat People è un horror erotico e patinato, a cui deve essersi ispirato, per qualche scelta stilistica, anche il Tony Scott di The Hunger. Tutto quello che nell’originale veniva sottaciuto, qui è portato alla luce del sole ed estremizzato.
Schrader stravolge la storia e i personaggi, aggiunge un elemento incestuoso dovuto al fatto che i discendenti della razza di uomini pantera evitano di trasformarsi solo accoppiandosi tra consanguinei, piazza sei o sette nudi frontali della Kinski, due o tre scene di sesso che fanno tanto emancipazione, fa spogliare un po’ tutti, da Malcom McDowell (il fratello incestuoso di Irena) ad Annette O’Toole (Alice) per la scena in piscina, riproposta quasi identica a quella del film del ’42, ambienta la storia a New Orleans e innalza il tasso di morbosità e perversione alle stelle.
Si tratta comunque di un buon remake, figlio della sua epoca e, per forza di cose, soggetto a qualche semplificazione di troppo. L’intenzione di Schrader è quella di affondare le radici del suo film nel mito: “It’s about what goes on when the lights go out – the unconscious world inhabited by erotic fantasies, and what Cocteau calls the ‘sacred monsters”.
Ed è appunto sulle fantasie erotiche, o meglio, sulla scoperta di esse da parte di Irena che si basa il remake di Schrader. Irena, che ha il volto e il corpo di una Nastassja Kinski che all’epoca delle riprese aveva 20 anni e che è di una bellezza quasi accecante. Diversissima da Simone Simon che, col suo viso da bambolina e l’aria dolce e indifesa, si pone come vittima sacrificale sin dalle prime inquadrature. La Kinski è invece dotata di una sensualità prorompente, un qualcosa rimasto intrappolato per anni e che sta lì lì per esplodere. Perfetta quindi per il ruolo di Irina versione 1982, un personaggio che deve possedere una carica erotica evidente, ma che deve negarla e reprimerla per tre quarti di film.
KinskiLa differenza tra le due Irena è che la seconda  si trasformerà in maniera irreversibile, finendo chiusa in una gabbia dello zoo. La prima sceglie invece di morire.
In entrambi i casi è sconcertante notare come questi due personaggi femminili siano destinati a fare una pessima fine. Forse il finale del remake è ancora più forte e punitivo rispetto a quello dell’originale: Irena, ormai diventata una bestia (ha fatto sesso con Oliver, ha liberato la sua natura), viene imprigionata dal suo stesso uomo e messa in uno zoo, dove lui potrà continuare a contemplarla a distanza, resa innocua dalle sbarre. E Oliver non ha fatto altro che idealizzare Irena per quasi tutta la durata del film. (Schrader ha affermato di essersi ispirato a Dante e a Beatrice per la coppia Oliver – Irena. Non prendetevela con me), come il suo omologo del 1942, del resto.
Nel ’42, Oliver la vuol far internare, ma lei lo anticipa e si suicida.
Nel 1982, non le viene concessa neanche questa possibilità: lucchetti e catene. Per sempre.
Sì, abbastanza sconcertante.

8 commenti

  1. Per un caso curioso ho visto entrambe le pellicole negli anni ’80 (prima l’originale e una settimana dopo il remake al cinema) e a mio parere sono una sorta di caso scuola. Nel senso che se proprio si deve fare un remake, operazione a cui sono tenacemente contrario, allora si deve creare comunque qualcosa di diverso e in sintonia con il momento in cui viene fatto il nuovo film. Con gli occhi di ora mi viene da mettere il secondo film in luce migliore rispetto al mio primo giudizio, speriamo che a nessuno venga in mente di provarci una terza volta.

    1. Sì, anche io sono tenacemente contraria all’operazione remake, però Cat People è uno dei rari casi in cui il tutto è fatto come dovrebbe essere.
      Non ci sono ulteriori rivisitazioni del Bacio della Pantera all’orizzonte, però non si sa mai.
      Devo dire che sarebbe comunque interessante vedere come attualizzano il discorso sulla sessualità femminile.
      Ma non credo che sarebbero così intelligenti da attualizzarlo sul serio.

  2. Bellissimo, mi sono anche un po’ commosso. Quasi un viaggio nel passato.

    1. Grazie ❤
      sono contenta che ti sia piaciuto

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Già, da quel punto di vista è come se i decenni non fossero proprio passati. Perchè al netto delle ovvie differenze di caratterizzazione dei personaggi, stile, ritmo, trama, effetti e quant’altro abbiamo sempre due figure femminili costrette a vivere con il peso di una condanna già scritta dalla notte dei tempi…pagano la sola colpa di essere quello che sono, e nessuna riduzione della pena non solo non è ammessa ma nemmeno è contemplata (la Irene/Simon muore fisicamente, nell’Irene/Kinski viene soppresso definitivamente il lato umano della sua condizione con il carcere/zoo -a vita- come unica conseguenza possibile…e così, in questa forma attualizzata, si compie comunque il destino che sarebbe toccato alla Irene originale)…

    1. E da questa condanna non c’è modo di salvarsi, perché cedere alla propria natura porta alla schiavitù, mentre resistervi porta alla morte.
      In effetti son due trattati su repressione e oppressione

  4. Helldorado · · Rispondi

    HO visto solo quello con la Kinski…scatta l’operazione recupero obbligatoria per l’originale!

  5. Stupenda recensione. Ho amato l’originale di Tourneur (OT: hai mai visto l’episodio da lui diretto per la prima serie assoluta di The Twilight Zone? Magistrale), un po’ meno il remake proprio perché, come hai detto tu, l’avevo trovato troppo esasperato rispetto alla finezza e ai sottintesi dell’originale. Ma mi hai dato uno spunto di riflessione e un’occasione di rivederlo, anzi, rivederLI.
    E la citazione iniziale di American Horror Story, che dire, chapeu!

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