My LIttle Moray Eel – 12

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BE BRAVE

Nell’ufficio della capitaneria faceva caldo. Il condizionatore era rotto e c’era un ventilatore piazzato sulla scrivania dell’ufficiale che si muoveva al massimo della velocità. Quando il getto d’aria le arrivava addosso, le scompigliava i capelli ancora bagnati, ma quando si allontanava, la faceva piombare in una fornace umida.
“Chi vuoi prendere in giro, ragazzina?”
“Le giuro che li ho visti”
“Punta Finestra hai detto?”
“Sì, è la quarantesima volta che glielo ripeto. Punta Finestra”
“Profondità?”
Sara sbuffò: “Una quarantina di metri”
“E che ci facevi da sola a quaranta metri?”
“Un’immersione…mi immergo quasi tutti i giorni. Senta, lì sotto ce ne sono a centinaia. Non me lo sto inventando”
“Vai a casa”.
Era più di un’ora che stava chiusa lì dentro, la pelle delle gambe quasi fusa con la plastica della sedia. Aveva raccontato tutto, cercando di essere più dettagliata possibile. Aveva anche omesso i particolari inerenti a Lui, e il fatto che fosse riuscita, sebbene per un tempo brevissimo e in maniera molto confusa, a comunicare con loro.
Mentre parlava si era sentita sporca, come se stesse compiendo un tradimento irreparabile. Non voleva che gli facessero del male, ma quelle creature erano tante. E le murene strisciavano sul fondo sabbioso a pochi metri da dove la gente faceva il bagno. Pensava alle barche in uscita dal porto, in quel fine settimana di fine giugno, pensava alle spiagge che si andavano riempiendo, pensava all’estate che stava entrando nel vivo, ai sub, al traffico continuo dei piccoli traghetti che facevano il giro delle isole nei dintorni.
Provò a protestare ancora una volta, ma l’ufficiale la scacciò via con un gesto della mano e rispose al telefono che stava squillando. Comunicazione chiusa.
Sara si alzò e uscì dall’ufficio.
Appena fuori dall’ingresso c’era Ilio che la aspettava. Stava fumando una sigaretta, reggeva i vestiti di Sara ripiegati su un braccio e le scarpe appese alle dita. Le porse maglietta e pantaloncini e Sara si rese conto di essere ancora in costume da bagno, sentendosi un po’ in imbarazzo.
Dovevano averla presa per matta, in capitaneria. Era piombata in quell’edificio farneticando di mostri, fradicia dalla testa ai piedi e mezza nuda. Poco credibile. Ci mancava solo che rivelasse a tutti che lei parlava coi pesci e avrebbero chiamato un’ambulanza a prelevarla.
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“Allora?” le chiese.
“Allora niente. Non mi credono. Il diving è aperto?”
“Sì, perché?”
“Voglio caricare il bibo”
“Vuoi scendere di nuovo”
“Sì”
“Tu sei fuori”
“Mi accompagni? Prima però devo passare da casa a prendere la macchinetta fotografica”
“Neanche morto”
“Ok, come vuoi, prendo il gozzo dei miei”
“Non hai la patente”
“E allora? Lo so portare lo stesso”
“Sì, e come minimo ti vai a schiantare sugli scogli quando getti l’ancora. Sei negata con le barche”
Senza rispondere, Sara si avviò verso il molo dove era ormeggiato il gommone di Ilio.
“Dove vai?”
“A prende l’attrezzatura sul gommone”
“Aspetta, porca puttana. Ragiona, solo un secondo nella tua vita, ragiona”
“Io ragiono sempre. È che ragiono veloce”
La prese per un braccio e la fece fermare: “Vai a prendere la macchinetta. Alle bombole ci penso io. Ci rivediamo qui tra venti minuti, ok?”
“Ok”
“Ripetimi perché ti sono amico”
“Perché ti faccio ridere. Se Antonella ti chiede perché stai caricando le bombole, tu dille che è per domani”.

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Lasciarono il porto per la seconda volta verso mezzogiorno. Quello era l’orario in cui la maggior parte dei turisti usciva per mare. Non appena si lasciarono alle spalle il braccio in pietra, vennero sballottati dalle onde dei motoscafi che davano motore subito fuori dal porto. Non c’era nessuno che Ilio odiasse più dei motoscafari, come li chiamava lui.
“Arrivano al pontile, fanno il cazzo che gli pare e non sono neanche capaci di fare una manovra decente”, diceva sempre a Sara.
La sera, quando erano rientrati tutti e Ilio aveva finito di lavorare, Sara lo raggiungeva con un paio di birre e si sedevano con le gambe penzoloni sul bordo del molo. Si passavano la bottiglia e guardavano insieme l’acqua che cambiava colore e si calmava, dopo una giornata in cui centinaia di scafi ed eliche le erano passati attraverso, sfigurandone la superficie.
La gente che usciva passeggiava alle loro spalle sul lungomare di cemento, e diventava un rumore di fondo.
Ilio fumava e Sara si sdraiava con la testa appoggiata alle sue gambe e parlavano di quando lei avrebbe girato documentari subacquei e lui l’avrebbe portata in giro per il mondo sulla sua barca.
Adesso lo guardava mentre guidava il gommone, con i capelli chiari spinti all’indietro dal vento e la maglietta del Camp Crystal Lake che le aveva regalato lei che gli si gonfiava dietro la schiena.
Si avvicinarono alla scogliera. Ilio rallentò e Sara andò a prua a tirare fuori l’ancora dal gavone.
“Va bene qui?” chiese a Ilio.
“Sì, sì, butta!”
Ilio spense il motore.
Sara iniziò a vestirsi. Ilio si sedette su un tubolare e tirò fuori tabacco e cartine.
“Ehi” lo chiamò “Lo sai che ci devo andare, vero?”
“No. Ci vuoi andare. Non è che devi per forza”
“Se gli porto le prove di quello che ho visto, magari chiudono il porto, non fanno uscire nessuno. Erano centinaia, Ilio. È pericoloso”
“Appunto. È pericoloso. Ma fai come ti pare. Solo, non metterci troppo e fammi il favore di non fare cazzate”
“Ok, passami i pesi. Se non torno entro mezz’ora vattene da qui”
Ilio la guardò per qualche secondo senza aprire bocca e poi scoppiò a ridere così forte che la sigaretta che stava facendo gli cadde di mano e il tabacco si sparse per tutto il gommone.
“Va bene. Sono stupida”
“Sì, lo sei davvero”
Sara finì di infilarsi la muta, si alzò in piedi, si avvicinò a Ilio e gli diede un bacio sulla guancia: “Grazie”, gli disse.
Poi indossò l’attrezzatura, controllò che tutto fosse a posto e si lasciò cadere in acqua.
Rimase ancora un po’ a galleggiare in superficie, immobile, con la faccia rivolta verso il sole che sembrava una palla in bilico sulla punta della muraglia di rocce intorno alla piccola baia, e pronta a rotolare in mare per schiacciarla. Mise l’erogatore in bocca, sgonfiò il gav e iniziò a scendere, vedendo la sagoma del gommone di Ilio che si faceva sempre più lontana.

Altri capitoli qui.

 

3 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Capitolo con atmosfere da quiete prima della tempesta, con buoni dialoghi diretti, secchi e concisi (perfetti per chi si capisce al volo senza bisogno di fronzoli o ridondanze inutili, come Sara e Ilio)…tocco di classe, la dotta citazione della maglietta di Ilio 😉
    P.S. Il classico ufficiale incredulo e ottuso…però poi, quando si troverà le murene anche nei pantaloni, non venga a dire che non l’avevano avvertito 😀

  2. Il fatto che Sara sappia guidare un gozzo ma non sappia bene come mettere l’ancora è una cosa del “tutto casuale”, vero? 😀

  3. C’è un LIEBSTER AWARD fresco fresco che ti aspetta da me .

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