1965: Repulsion

repulsion locandina

Regia – Roman Polanski
I must get this crack mended

Ridendo e scherzando siamo arrivati a metà del nostro piccolo viaggio nella storia del cinema horror. Ed è ormai evidente che a me piace mettermi nei guai, dato che scelgo dei film che mi fan tremar le vene e i polsi al pensiero di scriverne qualcosa di sensato.
Repulsion è il primo film in lingua inglese diretto da Polanski e il suo secondo lungometraggio. Rappresenta anche il primo tassello della sua trilogia su appartamenti e paranoia urbana che comprende Rosemary’s Baby e L’Inquilino del Terzo Piano. Come se non bastasse, è uno dei film più sottovalutati della sua carriera. Sebbene non si tratti propriamente di un horror, è ancora oggi un’esperienza molto angosciante da vivere. Non tanto, o non solo, per come viene ritratta la discesa nella follia di Carol (una giovanissima, splendida e imbambolata Catherine Deneuve), ma soprattutto perché Repulsion è un contenitore di inquietudini che atterrisce per come, a distanza di così tanti anni, riesce a essere ancora attuale.

Carol lavora in un centro di bellezza come manicure (e si mangia le unghie) e vive insieme alla sorella in un appartamento vicino a un convento di suore. È timida, un po’ strana, tendenzialmente solitaria e con un rapporto difficile con l’universo maschile. Mal sopporta la presenza in casa dell’uomo con cui sua sorella ha una relazione e ha un atteggiamento infantile e dipendente nei suoi confronti. Quando la sorella parte per una vacanza in Italia, lasciandola sola, tutte le sue fobie la investono fino a distruggerla.

Repulsion 1

Difficile da stabilire da dove provengano la repressione sessuale e la paura degli uomini di Carol, perché Polanski evita di spiegarcelo. Si accenna, nell’ultima inquadratura del film, a un passato di abusi, ma la cosa non viene esplicitata. È più che altro un sospetto insinuato nello spettatore tramite l’uso di una vecchia foto che ritrae Carol bambina. Forse è il tentativo di baciarla da parte di un ragazzo che l’accompagna a casa in macchina a scatenare il delirio allucinatorio che sfocia nell’omicidio. Forse è la solitudine, l’incapacità di gestirsi senza il supporto della sorella maggiore.
Nessun motivo alla base del terrore dell’altro che porta Carol a rinchiudersi sempre più in se stessa e a non distinguere più tra realtà e immaginazione.
Fatto sta che, come spesso accade nei film di Polanski, noi viviamo la storia inchiodati alla sua prospettiva, vediamo quello che vede lei, ci sentiamo prigionieri di quelle quattro pareti che si modificano a seconda dello stato d’animo di Carol, attraverso tutta una serie di trucchi ottici che diventeranno, anche quelli, un marchio di fabbrica nel cinema di Polanski.
Repulsion deve molto del suo stile al surrealismo, è infarcito di citazioni da Bunuel a Cocteau (in particolare La Bella e la Bestia), utilizza il bianco e nero per enfatizzare la chiusura sempre più estrema subita da Carol che smetterà persino di uscire di casa per andare a lavoro, per finire praticamente murata viva nel suo appartamento. Un appartamento che, come la psiche della protagonista, si sgretola e si trasforma, diventa enorme e piccolissimo, irriconoscibile da una scena all’altra. Un labirinto in cui Carol, e noi insieme a lei, si perde per non tornare più indietro.

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Io non voglio che lo spettatore pensi in questo modo o in quest’altro. Voglio che non sia sicuro di niente. È questa la cosa più inquietante: l’incertezza“.
E Repulsion ci toglie i punti di riferimento, uno a uno: spazio e tempo vengono dilatati e deformati, fino a non farci più capire né dove ci troviamo, né se sia giorno o notte, né se le minacce temute da Carol abbiano un qualche fondamento di verità. Il rifugio rassicurante costituito dalla casa viene violato più volte, la camera da letto, che sembra l’ultimo baluardo in cui nascondersi, è in realtà il luogo dove presenze maschili immaginarie (ma a questo punto ha più importanza?) aggrediscono Carol, aggressioni sempre annunciate dal suono delle campane del convento.
E quando tutto ciò che Carol teme si concretizza in un tentativo reale di stupro da parte del padrone di casa venuto a riscuotere l’affitto, forse ci rendiamo anche conto che Carol non è pazza come abbiamo creduto fino a quel momento. E l’ambiguità di fondo del film si fa ancora più scivolosa e profonda.
L’interpretazione della Deneuve, da qualche parte criticata per essere poco espressiva, è in realtà perfetta: i piccoli gesti che compie, il suo continuo passarsi la mano sulle labbra per pulirsele, lo sguardo quasi catatonico, la passività dei suoi silenzi. Tutto concorre a costruire un personaggio che è vittima sacrificale anche quando prende in mano un rasoio e fa a pezzi il suo padrone di casa e che, col passare dei minuti, si oggettivizza sempre di più, fino a diventare un bambolotto nascosto sotto il letto. Estremo nascondiglio che rimanda a un’infanzia che Carol vorrebbe continuare a vivere e che le attenzioni maschili che riceve anche solo camminando per strada per andare a mangiare in una tavola calda, le negano.

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La macchina da presa di Polanski è spietata con Carol, come lo sarà in futuro con Rosemary e Trelkovski. Le si incolla addosso e non la lascia più andare, la sottopone a un calvario di distorsioni e ribaltamenti di prospettiva che diventano un incubo estenuante, per lei e per lo spettatore, che esce dalla visione stanco e incapace di trovare una ragione per quanto ha appena visto.
Repulsion è un’opera informe e distruttiva, che anticipa di molti anni tutta una serie di elementi che poi sarebbero diventati cliché negli horror psicologici moderni: dall’accanimento su un singolo personaggio, alla vivisezione ed esposizione senza filtri delle sue nevrosi, dalla furia omicida scaturita da una condizione di inferiorità e debolezza, a un’estetica che fa degli ambienti interni lo specchio metaforico di una mente disturbata.
C’è persino un salto sulla sedia (Carol che intravede una figura nello specchio) abusato tante di quelle volte e in tanti di quei film, che oggi ci appare un espediente dozzinale.
Ma nel ’65 era tutto inedito, mai visto. E ci voleva un certo grado di coraggio per affrontare una tematica così scabrosa come la repressione sessuale femminile. E per farlo con l’audacia e la potenza di Polanski.

10 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Non hai ragione di farti tremare vene e polsi, perchè la recensione che hai scritto è più che sensata 😉 Tra l’altro questo è l’unico titolo della sua trilogia appartamentistico-paranoica a mancarmi ancora, e vedo che contiene molto delle tematiche sviluppate in film successivi…il tutto maneggiato con uno stile tutt’altro che embrionale e anzi già ben riconducibile al Polanski che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare negli anni…
    P.S. Il mio parere su Dracula 3d te l’ho lasciato nel post dedicato 😦

  2. bradipo · · Rispondi

    Quanto adoro questo film! Uno dei miei Polanski preferiti!

  3. Madre, sei bravissima a parlare di questi film, altro che. Io Repulsion lo adoro, quelle crepe sui muri e la scena del corridoio sono quanto di più inquientante sia stato fatto nel cinema. E la Deneuve è bellissima e bravissima.

  4. Mi piace molto Polanski, ma Repulsion mi manca ancora… E leggere la tua rece mi ha fatto venire ancora di più la voglia di colmare questa grave lacuna! 😀

    Ciao,
    Gianluca

  5. di Polanski questo non l’ho mai visto ma vedo di recuperare

  6. Lord Dunsany · · Rispondi

    Gran bella recensione Lucia! 😀 Possiedo un cofanetto con tutti e 3 i film e sono riuscio a mostrare questo”Repulsion”, con grande soddisfazione, ad un gruppetto di amici, in un piccolo cineforum (ottenendo un buon riscontro) 😉 La Deneuve è sta talmente brava che ci hanno rimodellato sopra il personaggio della Farmer nel magnifico “Il profumo della donna in nero” 😀

    1. Oddio, io ho provato a farlo vedere a qualche amico e ho ricevuto pernacchie in risposta 😀
      Sei fortunato!

  7. Brava Lucia. Tenendo conto che su ogni film di Polansky ci vorrebbe un saggio, ha analizzato molto bene il film. Ne ho un ricordo adolescenziale ipnotizzato. La Deneuve era sempre di una bellezza avvolgente e le atmosfere del film me le ero portate dentro per settimane!

    1. Infatti Polanski è stato tosto da recensire…ci ho messo davvero mezza giornata.
      Che poi neanche lui amava particolarmente questo film, lo definisce una marchetta…pensa

      1. Si sa che non è mai stato un personaggio facile…

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