My Litte Moray Eel – 11

faro

FIRST LIGHT

Il brontolio della macchinetta del caffè la fece piombare di nuovo nel suo tempo, come se fosse stata legata a un elastico teso attraverso tutti quegli anni passati che ora tornava indietro di scatto, facendola anche andare a sbattere contro un muro.
Si alzò dalla poltrona e andò a spegnere il fornello. Le cinque del mattino. Notte fonda, ancora. E lei era sveglia da un po’. Aveva guardato le luci intermittenti di qualche peschereccio che usciva dal porto, la macchia bianca di un gabbiano posato sul davanzale della finestra, i nuvoloni che andavano a formare una massa scura all’orizzonte.
Aveva mal di testa e pochissima voglia di cominciare una nuova giornata.
Ma all’alba in arrivo non interessava molto di quello che voleva Sara. E il giorno sarebbe iniziato comunque e sarebbe stato lungo, con il suo carico di noia, monotonia e rimpianto. Come tutti gli altri.
Non era stato facile, soprattutto i primi mesi. Sopportare tutta quella solitudine, nascondersi, l’assenza dei suoi. Poi ci si era abituata. Ma ancora adesso, a distanza di così tanto tempo, continuava a chiedersi se avesse agito nella maniera più giusta, dopo quell’immersione. Perché tutta la sua vita era cambiata nel momento esatto in cui aveva messo piede sul molo, era scesa dal gommone di Ilio e si era diretta verso la Capitaneria di Porto, per avvisare una qualche autorità di quello che stava succedendo.
E da lì era partita una catena di eventi che l’aveva portata a essere una vecchia sola e impaurita chiusa dentro un faro, incapace di parlare e senza neanche più la forza di fare l’unica cosa per cui era venuta al mondo, andare sott’acqua.

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Aveva scatenato davvero lei la guerra?
No, certo che no. Quelli degli abissi stavano preparando qualcosa. Forse Sara aveva solo accelerato un processo irreversibile. Ma se quel giorno lei fosse rimasta in silenzio, se fosse tornata a casa senza dire una parola a nessuno, la storia avrebbe preso una direzione diversa.
Tre decenni di battaglie sulle coste e in mezzo al mare, navi di centinaia di metri schiacciate come bicchierini di carta tra le dita di un bambino, intere zone del mondo inabitabili e ridotte a cumuli di macerie.
Quegli esseri muti erano strisciati di notte sulle spiagge e si erano arrampicati sulle scogliere. Erano entrati nelle case dove la gente dormiva e si erano lasciati dietro cadaveri con addosso l’odore delle alghe che si seccano sulla riva. Avevano portato via persone, trascinate a morire negli abissi, o date in pasto alle murene.
Gli attacchi erano avvenuti nello stesso istante, in ogni parte del pianeta. Non avevano bisogno di mettersi d’accordo tra loro. La rete telepatica che li univa bastava e avanzava. Una mente collettiva che pianificava e anticipava le mosse dei loro nemici, occupati in incontri al vertice, allestimento di eserciti, a ideare nuovi armamenti e a cercare un mezzo per raggiungere le profondità più lontane e andare a distruggere il nucleo centrale di quella civiltà subacquea inaccessibile.
Il governo italiano aveva pensato bene di costringere all’arruolamento tutti quelli in possesso di un brevetto da sub e li aveva spediti a combattere contro creature il cui ambiente naturale era l’oceano. Una strage. Quelli degli abissi sbucavano dalle grotte, afferrando i sommozzatori per le caviglie e tirandoli sempre più in basso, fino a che per loro diventava impossibile tornare indietro. Alcuni ci provavano e morivano di embolia una volta arrivati in superficie. Altri si rassegnavano e aspettavano seduti sul fondale che l’aria nelle bombole si esaurisse.
Il padre di Sara, entrato nella fanteria subacquea nel 2017, aveva provato a risalire.
E poi c’erano le murene, quegli enormi serpenti di mare che anche feriti a morte continuavano ad attaccare, e a mordere e a stritolare. Lui era uno degli esemplari più piccoli. Si diceva che ce ne fossero alcuni lunghi quanto una portaerei. 

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Sara portò la tazzina alle labbra a fece una smorfia quando si accorse che aveva dimenticato di mettere lo zucchero.
Pure rincoglionita.
La prima luce del mattino faceva emergere i contorni degli edifici e delle barche ormeggiate. Sara aprì la finestra di uno spiraglio e si accese la pipa. Vedere il gozzo del nipote di Ilio che usciva sempre in ritardo rispetto agli altri la fece sorridere.
Ma pochi secondi dopo già le veniva da piangere. E, anche se non c’era nessuno lì a guardarla, sarebbe stato uno spettacolo indecoroso e un po’ umiliante, quindi si trattenne e si mise a pensare ad altro.
Al fatto che era tutta colpa dell’inverno che la deprimeva.
A quando era arrivata a Porto Ercole sulla macchina di Antonella, avvolta in una coperta, mezza congelata e senza voce.
A un’immersione notturna di qualche secolo prima, in cui aveva perso il resto del gruppo per seguire un polpo ed era riemersa, da sola, da tutt’altra parte rispetto a dove era ancorata la Magò. Tornata a bordo, Ilio per poco non le aveva dato una sberla e non si erano parlati per una settimana.
A come Ilio la rimproverava in continuazione di essere un’incosciente e di voler ignorare i propri limiti. E lei gli rispondeva facendogli la linguaccia e mandandolo su tutte le furie.
A quando gli altri bambini li prendevano in giro perché stavano sempre insieme, come due fidanzatini.
A tutto ciò che avrebbe potuto essere e mai sarebbe stato.
E si accorse che adesso piangeva sul serio. E aveva lasciato che la pipa si spegnesse. E lo spiffero di aria fredda che entrava dalla finestra la faceva rabbrividire. E sì, era uno spettacolo indecoroso e umiliante.
Alla sua età, alle cinque e mezza del mattino, in un’alba senza sole di metà gennaio, davanti allo scenario crudele di un mare che non era più suo, le mancavano le forze anche per alzarsi da quella poltrona e guardarsi in uno specchio.
Per quel giorno rimase lì seduta, a non fare altro che maledire la ragnatela di nubi che le nascondeva la vista del sole.

Questo capitolo vorrei dedicarlo ai miei due beta reader. Loro sanno chi sono. Vi voglio bene.

Altri capitoli qui.

P.S.
magari non si capisce, ma se volete leggere il capitolo con la sua colonna sonora, basta cliccare sul titolo.

4 commenti

  1. Cavoli, Lucia, la delicatezza con cui hai trattato la scena commovente è encomiabile. Veramente brava. 🙂

    Ciao,
    Gianluca

    1. Grazie Gianluca ❤
      grazie davvero

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Struggente Il legame tra il malinconico oltre che solitario presente di Sara e il tragico passato dell’umanità (la guerra fra specie efficacemente tratteggiata nella parte centrale del capitolo con tutte le sue crudeltà, distruzioni e vittime innocenti, compresi i propri cari)…tutto quello che poteva essere e non è stato per lei, per chi l’amava e per chi l’avrebbe potuta amare e -forse- aiutarla a sopportare il peso della propria scelta.
    Detto in poche parole, anche questo è di sicuro un gran bel capitolo 😉

  3. Helldorado · · Rispondi

    BEllo…bello…bello!! Sempre meglio 🙂

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