Antiviral

Antiviral Locandina

Regia – Brandon Cronenberg (2012)

Parlavamo qualche giorno fa della carenza, nel cinema di genere, di progetti originali, che non siano i rifacimenti di qualche saga del passato, che non derivino dal riciclo in chiave moderna di qualche mitologia prosciugata fino all’inverosimile, che non ci ammorbino con i soliti vampiri, zombi, licantropi edulcorati. E poi, spunta dal nulla il signor Brandon Cronenberg che, con poco più di due milioni di dollari di budget, un giovane attore straordinario e una sceneggiatura piena di suggestioni e spunti di riflessione da scriverci quattro trattati sopra, ti tira fuori Antiviral.
Sì, lo so che Brandon è il figlio di David. Non ha nessuna importanza ai fini dell’analisi del film. 

In un futuro prossimo, esistono cliniche che vendono ai fan le malattie contratte dalle celebrità. Per esempio, se la vostra attrice preferita si becca l’influenza, questa clinica compra il virus, ve lo inietta dietro lauto pagamento e voi potete avere l’enorme piacere di condividere con lei l’esperienza. E tutto ciò non è abbastanza, perché macellerie, rosticcerie e ristoranti vi offrono l’opportunità unica di nutrirvi dei vostri beniamini, commerciando carni sintetiche realizzate con le loro cellule.
Syd, il protagonista del film (Caleb Landry Jones), lavora in una di queste cliniche, ma “spaccia” anche i virus sul mercato nero. Per portarli fuori dalla clinica, se li inietta. Tutto procede per il meglio, fino a quando Syd non decide di contrarre una strana malattia che  una delle star più famose e amate, Hannah Geist (Sarah Gadon), ha messo da poco in vendita e  che dovrebbe andare a ruba. Se non fosse che è mortale.
Antiviral 1Antiviral è un film che sbalordisce. Riesce quasi difficile credere che si tratti di un esordio e che il regista abbia alle spalle solo due corti. Perché Cronenberg, sia in sede di scrittura che dietro la macchina da presa, costruisce pezzo per pezzo un’opera che non ha una sola sbavatura, non una nota stonata, che quasi acceca nella sua gelida perfezione.
Certo, bisogna essere preparati a confrontarsi con Antiviral, data la sua distanza siderale da qualsiasi prodotto di consumo ci venga propinato quotidianamente, Ci vuole attenzione, ci vuole una certa dedizione per lasciarsi coinvolgere da un racconto che è appositamente svuotato da qualsiasi valenza emotiva.
E non potrebbe essere altrimenti, se il mondo narrato è quello in cui l’adorazione delle masse è rivolta verso “allucinazioni collettive”, come sono le celebrità di cui ci si nutre e di cui si prendono le malattie, per stabilire un contatto irreale e impossibile, un’illusione di vicinanza, un amore posticcio che non può essere ricambiato, in cui si esibisce con orgoglio un herpes sulle labbra, solo perché un personaggio famoso lo ha esibito a sua volta a un qualche evento a cui non saremo mai invitati.
Lo stesso Syd, all’apparenza distaccato, perché conscio del meccanismo che si cela dietro questo delirio (del tutto legale, ci tengo a precisarlo) globale, finisce per gradi per intraprendere un percorso che è quasi mistico, quasi un martirio in nome della genuflessione alla divinità Hannah, con cui si trova a condividere un destino di morte.
Antiviral 2Cronenberg avrebbe potuto intraprendere almeno un milione di strade per raccontare la sua storia: poteva lanciarsi sul sensazionalismo più bieco o sulla sociologia spicciola, con pretesa di lezione morale al seguito. E invece sceglie, ed è la scelta vincente, di mostrarci questa umanità come se stessimo osservando degli insetti nel loro habitat naturale. Distacco clinico e sguardo asettico.
E tuttavia, riesce lo stesso a coinvolgerci, su un piano più complesso rispetto a quello puramente emozionale, riesce a colpirci facendoci sentire smarriti di fronte a una realtà che è distopica solo perché vogliamo tanto convincerci che lo sia. Antiviral, più che un film dell’orrore, sembra un’opera naturalistica.
Un’operazione che non si faceva più da tanti anni: usare il fantastico per parlarci di noi, neanche in forma di metafora, ma di profezia.
Ancora una volta, come accade sempre quando il cinema è davvero cinema ed è davvero grande, la forma e la sostanza sono imprescindibili e si confondono l’una nell’altra. Per questo diventa importantissimo sottolineare il lavoro enorme fatto dal direttore della fotografia Karim Hussain. Ci si aspetterebbero i soliti colori lividi e bluastri, ci si aspetterebbe la freddezza anche in quel reparto. E invece no. Hussain gioca prima di tutto con un bianco abbagliante, ma lo impasta e lo sporca con dei colori accesi e caldissimi, prima di tutto il rosso del sangue, che è la variazione cromatica più evidente. Ma non solo: guardate i fiori che si vedono in molti interni, come spiccano variopinti nel monotono candore che sembra cannibalizzare la pellicola, o gli azzurri di Hannah, o l’arancione dei capelli di Syd. Anche questa fotografia è in controtendenza con lo spiattellamento uniforme di molto cinema di genere contemporaneo.
Oppure, si dovrebbe fare caso al montaggio di Matthew Hannam che conferisce al film un andamento che è lento soltanto se si ha come termine di paragone un Transformer a caso.
Antiviral 3E poi ci sono delle scelte scenografiche interessantissime, a partire dai macchinari che servono a isolare e a mettere il copyright sui vari virus, che hanno un aspetto retro, analogico, per continuare con gli arredi essenziali e spartani dell’appartamento di Syd, e per finire con il lurido interno della macelleria dove si fabbricano le sgradevoli bistecche di celebrità e dove sta per sorgere un qualcosa che sarà il punto d’arrivo del percorso del nostro protagonista. E il punto di partenza per una nuova concezione carnale dello spirito e della vita che prosegue anche dopo che abbiamo smesso di respirare.
Insomma, Antiviral è un film che lascia uno strascico di inquietudini, dubbi, domande e paure che non è possibile sopire una volta spento il lettore. Orrore puro, nell’accezione più nobile del termine, quello che mette in discussione le fondamenta stesse del nostro vivere civile. Quello che il fantastico dovrebbe sempre fare.

24 commenti

  1. eh eh stavolta mi hai anticipato! bellissima recensione che condivido in tutto e per tutto…Chiamarsi Cronenberg puzza di raccomandato ma magari fossero tutti così i figli di papà….domani ne parlo da me..

    1. Sì, a volte il nome di cotanto padre pesa tantissimo. Però è anche vero che ultimamente i figli d’arte se ne stanno uscendo con cose egregie. Pensa a Duncan Jones.
      Non vedo l’ora di leggere che ne pensi 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Io cerco sempre di mantenere un atteggiamento assai prudente riguardo ai figli d’arte e alle loro prove artistiche, ma dalla tua recensione si può ben dire che Cronenberg Jr. -al pari di Jones- abbia passato l’esame a pieni voti…tra l’altro la descrizione di questo suo lungometraggio d’esordio mi richiama alla mente anche alcune prime opere sperimentali dell’illustre genitore (non ancora incentrate sulla mutazione estrema della carne, pure se una personale reinterpretazione di questa tematica qui la si potrebbe magari intravedere nelle carni sintetiche)…

  2. la via adulta ,(o per usare un termine che mi piace Autoriale),al genere horror mi è sempre piaciuta,idem per la fantascienza.Pellicole come ad esempio Moon, l’hai visto?, sarebbero i prodotti su cui puntare per rinnovare il genere.
    Mi incuriosisce parecchio,perchè la reputa una potentissima e azzeccatissima metafora, il ristorante che vende la carne delle celebrità.Vero,viviamo in tempi di adulazione cannibalistica,una sorta di perversa religione della celebrità, (che è una delle tante gambe su cui si pone il capitalismo),in cui adoriamo talmente tanto quei feticci che ci promettono paradisi e miracoli, (coltiva il tuo sogno,se ci credi ci riesci,io ero come te ),che diventano i nuovi Dei tanto celebrati nel libro American Gods,ad esempio,divinità frettolose. Un paio di deliranti preghiere e poi divorarle ed espellerle,avanti altre
    Ecco,questo secondo me raddoppia la tristezza assoluta di una pellicola come Anti Viral,una dele tante pellicole che mi perderò ,perchè figurati se non ci sono tette e frattaglie,chi mi accompagna a veder un film adulto e doloroso?
    Quindi il pericolo Jennifer Lynch non si corre,gooooood

    1. Eh, ma io non credo che questo film arriverà mai nei nostri cinema. Non mi sembra sia prevista una distribuzione italiana, almeno non in tempi brevi.
      Eppure, ti dirò che la Lynch se ne è uscita molto recentemente con un ottimo film, che non ho recensito perché mi ha fatto soffrire troppo.

      1. ah,si?Quella del tizio che sequestra il bambino?Allora rivaluterò anche la jenny. Ma come cavolo si chiama?L’ho scordato.
        ciao e buona conclave madre superiora delle nostre mazzate.

    1. Molto…molto inquietante e molto suggestivo.
      Grande film.

  3. Dubbio senza risposta: vedendo l’uso della “carne” e l’idea della mutazione (virus) , questo violentare il corpo dal punto di vista visivo oltre che narrativo, mi chiedo se non ci sia la mano di David dietro le quinte.

    1. Guarda, io non credo.
      Nel senso che certe suggestioni cronenberghiane fanno parte della nostra cultura cinematografica e chiunque si approcci al fantastico deve tenerne conto.
      Però io in questo film di Cronenberg ho visto pochissimo.
      E’ molto originale.

  4. Applausi. Mi viene questo, per prima cosa. L’originalità della trama è sbalorditiva, dai deserti degli ultimi anni è una boccata rivitalizzante. Certo, mai come in questo caso, si può dire (buon) sangue non mente. Se questi sono i risultati di un certo nepotismo, ben venga! Certo, il giovanotto, oltre a un DNA eccellente, deve aver vissuto in un brodo culturale e dir poco stimolante e intelligenza sua, sembra aver ben digerito le orme paterne. Forse non tutto è perduto, basta star lontani da Hollywood.
    P.s. speranze di una distribuzione? O dvd?

    1. Purtroppo nessuna, almeno per il momento. Il film è stato presentato a Cannes nel 2012, mi sembra che negli Stati Uniti sia uscito, ma non ne sono neanche sicura.
      Forse, prima o poi, arriverà da noi in dvd.
      Vedremo, ma non credo.

      1. Non avevo molti dubbi…

  5. ero molto scettico, ma ora sono parecchio incuriosito.
    sbaglio o è accostabile alla serie black mirror?

    1. Ecco, mi cogli totalmente impreparata perché non l’ho ancora vista!

  6. Me lo sto ripetendo come un mantra: lo devo vedere, lo devo vedere, lo devo vedere…

  7. Helldorado · · Rispondi

    Me lo devo vedere!! Non sospettavo nemmeno che il figlio di Cronenberg avesse seguito le orme del padre.
    Visto che si è parlato anche di Duncan Jones tra i commenti, ti posso dire che a me “moon” piace un casino, ma anche in “Source Code” ha fatto un ottimo lavoro.

  8. Lo sto per recensire anch’io e mi sembra un’opera molto nuova e profonda. Considerata poi la giovane età del regista, che, certo, è figlio di tanto padre, siamo tutti d’accordo, il film è da segnalare come una perla nell’orizzonte piatto che ci troviamo davanti di questi tempi. Ciao.

    1. Allora volerò dalle tue parti a leggere 😉
      sì, per fortuna che esistono film come questo che ti riconciliano col genere

  9. giorgia · · Rispondi

    Sembra proprio un film da non perdere. Apprezzo in special modo le segnalazioni e le recensioni sugli horror di qualità e non banali che sono merce rara. Grazie mille!

    1. Grazie!
      Cerco di segnalarne il più possibile infatti. Diciamo che questo blog esiste proprio per cercane tanti 😉

  10. Lord Dunsany · · Rispondi

    Mmmm, l’avevo messo nel calderone delle mille visioni “da smaltire” con calma, visto il tuo magnifico commento, lo cercherò di certo per visionarlo entro fine mese!! 🙂

    PS: ho finalmente visto “Dracula 3D”!!!

    1. Ecco, sei sopravvissuto alla visione? Quanto hai riso? Quanto ti sei sentito in imbarazzo? ;D

      1. Lord Dunsany · · Rispondi

        Pessimo! Ci sono cose che non stanno in nessuna logica, lo stesso svolgimento e tantissimi particolari trascurati! E’ leggermente migliore de “La terza madre” solo perchè l’ambientazione è gradevole e la musichetta non è male!

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