2004: Calvaire

Calvaire Locandina

Regia – Fabrice Du Weltz
Loro non sono come noi, non sono artisti”

Si parla tanto della provincia americana, nei film dell’orrore, ma anche quella belga te la raccomando. Un posticino ameno, tranquillo e ridente, dove i simpatici villici indulgono in danze folcloristiche e accudiscono amorevolmente i cinghiali.
E ti capita di essere un cantantucolo da balera e da ospizio, un po’ sfigato, ma anche abbastanza arrogante e con un ego di un certo rilievo, e di finire col furgone in panne su una strada sterrata in mezzo al nulla.
Chiedi informazioni e ti indicano un vecchio albergo dove passare la notte. E il proprietario è anche un tipo gentile, alla mano, che si offre di riparare il furgone. Cucina pure bene.
Ma poi una mattina di svegli e scopri che sei bloccato lì, perché l’amabile proprietario ha tolto la batteria al tuo furgone. E adesso gli sta dando fuoco. E comincia a chiamarti con un nome femminile, Gloria. Ed è convinto che tu sia la moglie che lo ha lasciato tanti anni prima, spezzandogli il cuore e facendolo piombare in depressione.

Non so se avete notato, ma questo è già il secondo film in lingua francese di cui ci occupiamo parlando del decennio scorso. E altri ne verranno, ché una delle poche novità nell’horror occidentale nel periodo 2000-2010 è stata l’ondata francese, in grado di influenzare anche le produzioni d’oltreoceano e di imporre uno stile proprio, quasi un marchio di fabbrica, fatto di brutalità e situazioni ai limiti del sostenibile.
Detto questo, Calvaire è comunque un caso molto particolare: Du Weltz, il giovane regista belga che con questo film firma il suo esordio in un lungometraggio, può essere assimilato solo in parte all’orda splatter che caratterizza i suoi colleghi. In Calvaire, infatti, di splatter non c’è neanche l’ombra, e siamo più dalle parti dei nostrani Ciprì e Maresco che da quelle di Alexandre Aja.
Calvaire, prima di essere un horror psicologico (così viene definito in giro e io mi attengo alla definizione, anche se non mi piace più di tanto) è un horror che rivendica un’autorialità feroce e ostentata. Un film indigesto e ostico, che ha il potere di metterti a disagio sin dalle prime inquadrature. E che, con lo scorrere dei minuti, non fa che peggiorare.
Calvaire 3Sebbene la cornice in cui Du Weltz inserisce la sua storia sia apparentemente realistica, Calvaire sconfina quasi subito nei territori del weird e del grottesco. Leggendo la trama, si crede di trovarsi nella zona, ormai diventata confortevole, che comincia con Deliverance e va a finire dritta nello stereotipo di migliaia e migliaia di film che si occupano di descrivere una provincia aliena e inumana, in cui il protagonista piomba suo malgrado e dove si trova obbligato a combattere per la propria sopravvivenza.
Sicuramente Calvaire racconta anche questo e, anzi, convince lo spettatore che è di questo che si sta parlando: il furgone fuori uso, il cellulare che non ha campo, i bifolchi dediti alla zoofilia, il matto del villaggio che cerca il suo cane, il rapimento del povero Marc (Laurent Lucas), il paesaggio di campagna distante anni luce dalla civiltà.
Ma nel momento in cui l’altro protagonista, Bartel (Jackie Berroyer) il “cattivo” (per modo di dire) della situazione, entra in un bar e finalmente ci vengono mostrati i suoi compaesani, precipitiamo in un altrove ancora più profondo, dove i punti di riferimento che ci facevano da sostegno in precedenza crollano uno a uno.
La scena a cui mi riferisco è quella, ormai famosa, del ballo. Calvaire non ha una colonna sonora, credo sia importante ricordarlo. Gli unici momenti in cui sentiamo della musica sono l’esibizione iniziale di Marc nell’ospizio e, appunto, il ballo nel bar del paese. Poche note di pianoforte che, al solo sentirle, fanno accapponare la pelle, per una delle sequenze più angoscianti e stranianti mai apparse su uno schermo.
Quello che Du Weltz ci mostra è un universo in cui la componente femminile è stata totalmente azzerata. Ed è un universo atroce.
Calvaire 1I detrattori di Calvaire fanno leva proprio su quella scena per criticare il film, una sterzata molto brusca nel bizzarro più estremo, con la discesa all’inferno che ne è la naturale conseguenza. Il problema è che Calvaire non è un survival horror in cui il bello si contrappone al brutto e il sano si contrappone al deviato, per celebrare il trionfo dei primi sui secondi.
A questo noi siamo abituati. Ci sediamo comodi, facciamo il tifo, inorridiamo per il mostro, guardiamo le curve della final girl e finisce lì.
In Calvaire si parla di un qualcosa che va a colpire le nostre certezze più consolidate. Si parla di identità. E di come questa sia un concetto talmente fragile, che basta davvero poco per privarcene. Anche dell’identità di genere.
Marc diventa un oggetto conteso. Potrà anche ripetere fino alla nausea il suo nome maschile, ma sarà obbligato a constatare, incredulo, che lui  per tutto il paese è Gloria, la donna evocata ma mai vista, neanche in foto. Ed è singolare, dato che in Calvaire di foto ce ne sono tantissime, ma nessuno ritrae questo personaggio che sappiamo solo essere fuggito, aver abbandonato marito e amante, ed essere rimasto come un fantasma, unico ricordo femminile in un luogo in cui le donne non ci sono.
A questo punto che Marc non sia una femmina è accidentale, come è accidentale che la cagnetta cercata dal ritardato Boris diventi una mucca.
E lo stesso Marc dovrà accettare passivamente (il suo è un carattere passivo in tutto) il cambio di identità a cui è stato sottoposto e, nel finale, dichiarare la sua trasformazione.
Calvaire 2Du Weltz è coraggioso nel realizzare un’opera fredda e priva di qualsiasi spettacolarizzazione. Non ci chiede di empatizzare con Marc, che è un personaggio sgradevole. Un briciolo di simpatia va sicuramente a Bartel, ma a ben guardare, si tratta di pietà mista a disgusto e disagio. Il resto dei personaggi è al limite del caricaturale, un campionario di volti e corpi che può solo suscitare orrore. Lo stesso Du Weltz ha dichiarato che nel suo film ci sono solo due caratteri. Il contorno è un coro animalesco di grugniti.
Pur essendo un esordio, Du Weltz dimostra di avere una capacità di gestione delle inquadrature da fare invidia a tantissimi registi più esperti di lui, soprattutto quando si tratta di inserire gli attori in spazi ristretti e claustrofobici. Si prende anche il lusso di competere (e vincere, ecco, l’ho detto) con la famosa scena della cena girata da Hooper in Non Aprite quella Porta, dove mostra tutte le sue doti tecniche e il suo gusto per una morbosità portata all’esasperazione.
Calvaire è un film che fa male. Un pezzo importantissimo della storia recente del genere, ma doloroso e aspro. Non ci sono scappatoie, non c’è nessuna catarsi. Soltanto desolazione e un paesaggio tra i più aridi, brulli e inospitali in cui perdersi e morire.
Buona visione.

26 commenti

  1. Helldorado · · Rispondi

    Una volta ho cominciato a vederlo…poi ho smesso. Ma devo riprovarci 🙂

    1. Eh sì, è ostico…è respingente. Io anche per rivederlo ho dovuto sforzarmi parecchio 😀

  2. bradipo · · Rispondi

    Grazie per aver reso giustizia a questo bellissimo film che io lovvo appassionatamente. L’ho rivisto chissà quante volte e ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo! Hai visto VinyaN, l’altro film di Du Welz e ditemi perchè cavolo ci mette così tanto tempo tra un film e l’altro…leggo che il suo prossimo film sarà un action..,l’horror lo avrà perso definitivamente?

    1. A me Vinyan è piaciuto da morire. Una delle poche che lo difende come se fosse suo figlio, Lo voglio rivedere così magari ci faccio un post.
      Sì, l’ho letta anche io questa faccenda dell’action. Quattro anni tra un film e l’altro. Magari ha difficoltà a trovare finanziamenti, dato che fa film semplici.
      Comunque no, non credo che l’horror lo abbia perso. E’ un regista troppo morboso per allontanarsi troppo dal territorio perturbante

      1. bradipo · · Rispondi

        anche io ho adorato Vinyan senza riserve. Se ti interessa ecco quello che ne scrissi a suo tempo(http://bradipofilms.blogspot.it/2012/02/sei-mesi-dopo-lo-tsunami-del-sud-est.html)

        1. Letto! E sono d’accordissimo. Grande, grande film e una Beart eccezionale

  3. moretta1987 · · Rispondi

    Un film veramente disturbante,soprattutto la scena della cena che citi praticamente l’apice di tutto il dellirio e la devianza di cui soffrono i personaggi del film.

    1. Sì, quella scena è una cosa delirante. E quanto pesa la mancanza di una colonna sonora nell’aumentare la sensazione di disagio

  4. questo è il classico film che amo,lo so che è diversissimo,ma è come Gummo quella mostruosità totale in paesaggi che riconosciamo
    Sicuramente sarà uno di quei prodotti che mi faranno star male per giorni interi,ma lo devo assolutamente vedere.Poi ti faccio sapere

    Sull’identità,io la penso in altro modo,ma è un discorso complesso. Che richiede un discorso non solo scritto,magari se un giorno dovessimo incontrarci ne parleremo.In soldoni,credo che esista. Credo sia importante,ma come tutte le cose legate a quella strana idea di individualità sia in realtà soggetta al contesto,alla tradizione,alla “maggioranza”
    Comunque è uno di quei discorsi che con una bella birra diventano seri e brillanti,qui non voglio occupare troppo spazio,no..non sono un reazionario eh 🙂

    1. Ma io non è che ho espresso un qualche tipo di pensiero sull’identità in generale.
      Io ho solo sottolineato quanto sia facile, tramite la violenza, privarcene.
      Soprattutto se il protagonista è passivo e finisce per accettare questa sua nuova condizione.

      1. si,è vero…vabbè ti ho pure spedito una mail su questo argomento,ma lasciamo perdere va..che talora non riesco a trattenere la mia grossa ignoranza,pardon
        ciao!

  5. Ti dirò, a me “Calvaire” non è piaciuto. Nel senso, tecnicamente è anche realizzato bene, ma non è proprio riuscito a piacermi. E, caso strano, la scena del ballo invece è una delle poche cose buone che salvo del film, quindi forse non posso essere definito un detrattore classico di questa pellicola. 😄

    Ciao,
    Gianluca

    1. Ahahaha!
      ma infatti è un film che divide, e che non piaccia ci sta perfettamente. Anzi, io prima di sceglierlo per questa rassegna, ci ho pensato tanto sopra, poi ho ritenuto opportuno metterlo perché ha segnato una tappa importante nel genere.

  6. Questo film è stato criticato fino allo sfinimento. Io credo sia un esempio di cinema estremo senza amenità, un cinema che estremizza qualcosa sia sullo schermo che nello spettatore. E fa fottutamente male.

    1. Fa un male cane. Ed è estremo perché ti mette nella condizione di non provare nessun tipo di emozione se non il disagio.

  7. Devo dire che avevo cominciato a vederlo principalmente per la presenza di Philippe Nahon, un attore bravissimo ma condannato quasi esclusivamente ( con la sola esclusione de Il Patto dei Lupi ) ad interpretare ruoli sgradevoli.

    1. Il povero Nahon, anche in Alta Tensione fa un ruolo sgradevolissimo!

  8. Giuseppe · · Rispondi

    Altro film di cui conoscevo a malapena il titolo…ma, leggendo la tua recensione, devo dire che il suo stile estremo e “soffocante” nel trattare il tema della perdita d’identità solletica il mio interesse…

    1. Sì, Calvaire è davvero una mattonata sui denti. E, almeno per completismo sull’horror in lingua francese, ti consiglio di dargli un’occhiata 😉

  9. Io sono una dei detrattori (se vuoi farti due risate o insultarmi leggi il cineracconto che ne avevo fatto sul mio blog) e giuro che l’unica scena che mi è piaciuta tantissimo è quella del ballo nel bar. L’elogio della follia, un piccolo capolavoro. Tutto il resto è fuffa della peggior specie, spacciata per visionarietà: credo che non riguarderei Calvaire nemmeno se mi pagassero milioni.

    1. Ma no, ma no, ma insultarti mai. Calvaire non è un film che riscuote consensi unanimi. A me piace molto per tutta una serie di motivi legati alla sensazione di disagio profondissimo che mi procura ogni volta che lo rivedo.

  10. Mi manca e dovrò ovviare alla carenza. Non nascondo una certa francofilia nel cinema, anche horror, tendenza aiutata dalla pietosa deriva americana e i lavori come Calvaire esercitano sempre un’attrazione e un interesse morbosi.

    1. Infatti ti sapevo francofilo da un punto di vista cinematografico.
      E se cerchi morbosità e disturbo, qui ti vengono serviti entrambi in dosi generosissime

      1. Venduto! Beh, relativamente francofilo, per quanto, essendo piemontese sento forse una certa vicinanza! Ho adorato Martyrs ma, per esempio, Frontiers non mi detto molto…

  11. Non credo che vedrò il film o forse si ma non ora, però mi è piaciuto l’accostamento con Ciprì e Maresco, leggendo la trama ho ripensato a Cinico Tv, bei ricordi.

    1. Vero? Ricordi bellissimi. E niente mi ha più fatto pensare a Cinico tv quanto questo film,

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