1964: Sei Donne per l’Assassino

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Regia – Mario Bava

“Forse è proprio la  bellezza femminile che gli fa perdere la testa e lo spinge a uccidere”


Contiene qualche spoiler

Affrontare l’annoso discorso su chi abbia inventato cosa è di solito questione noiosa e che fa perdere un sacco di tempo in sterili datazioni, elenchi inutili di film, liti furiose sul mese e il giorno di uscita di una determinata pellicola che ne stabilirebbe inequivocabilmente la paternità su questo o quel sottogenere. Per quanto riguarda il Giallo italico, la risposta è semplice e non ammette discussioni di sorta: Mario Bava. Nel 1963, con La Ragazza che Sapeva Troppo, getta le basi del filone . L’anno successivo, con il film di cui parliamo oggi, lo codifica in modo definitivo.
Bisogna però uscire un istante dall’Italia, andare un po’indietro nel tempo e trasferirsi in Germania, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. In quel periodo nasceva infatti una serie di film noti in tutto il mondo come Krimis, abbreviazione di Kriminalfilm o Kriminalroman. Erano opere tratte dai romanzi dello scrittore inglese Edgar Wallace, gialli investigativi basati sul meccanismo del whodunit, in cui compariva quasi sempre lo stesso gruppo di attori e che erano diretti (quasi tutti) da due registi, Harald Reinl (con cinque titoli all’attivo) e Alfred Vohrer (addirittura 14 Krimis in curriculum).

Cosa c’entra tutto questo con Mario Bava e il suo Sei Donne per l’Assassino? Non è una grossa novità la natura imitativa del cinema italiano di genere. Se qualcosa aveva successo all’estero, si cercava di replicarlo qui da noi, con meno soldi, nella speranza di esportare il prodotto sul mercato internazionale. Sei Donne per l’Assassino (titolo inglese, Blood and Black Lace) era una coproduzione italo-franco-tedesca e intendeva appunto rifarsi ai Krimis tedeschi, film in cui vanno ricercati i prodromi del nostro Giallo.

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Solo che Mario Bava non era uno a cui piacesse imitare in maniera pedissequa il cinema realizzato da altri. Sul set di Sei Donne per l’Assassino, il regista ebbe una grande libertà creativa. Il successo de La Maschera del Demonio e de I Tre Volti della Paura, gli permise di sbizzarrirsi come meglio credeva. A Bava, il meccanismo investigativo della scoperta dell’assassino, interessava fino a un certo punto. Scelse quindi di scrivere e dirigere un film giallo in cui le indagini della polizia fossero solo un aspetto marginale della storia e si concentrò sul body count e sulle sequenze dei delitti, mai così efferati e sadici.
Gli elementi che poi sarebbero confluiti in decine e decine di gialli italiani successivi e che lo stesso Argento avrebbe plag…ehm…sfruttato a suo uso e consumo agli esordi, sono tutti già presenti in questo piccolo gioiello che, rivisto a quasi mezzo secolo di distanza, è anche invecchiato benissimo e sembra girato l’altro ieri.

Abbiamo l’assassino misterioso e mascherato che si accanisce con una crudeltà inimmaginabile sulle sue vittime. Ognuna di esse viene uccisa in maniera diversa e grande enfasi viene posta sui minuti immediatamente precedenti ai vari omicidi, creando così delle lunghe ed estenuanti sequenze di attesa, che preparano l’esplosione di violenza. L’ambientazione della storia è quella di un atelier, i protagonisti appartengono all’alta borghesia. Interni lussuosi, ville, ricchezza ostentata in tutti gli oggetti di scena. Poca, o nulla, introspezione psicologica dei personaggi, che, non a caso, nei bellissimi titoli di testa, vengono accostati a dei manichini. Colori sgargianti, pochissimi esterni, assenza quasi totale di riprese diurne (in Sei Donne per l’Assassino, una sola scena è girata alla luce del giorno).

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Sei Donne per l’Assassino era un prodotto a basso costo, con un budget di 123.000 lire. Bava fu costretto, come sempre nel corso della sua carriera, ad arrangiarsi. Ma l’esiguità del budget quasi non si nota, in un film che appare come tra i più esteticamente ricchi del nostro periodo d’oro.
Una questione di stile, soprattutto, del modo unico che aveva Mario Bava di saper trarre il massimo dal niente che aveva a disposizione. E allora, ecco che Sei Donne per l’Assassino non si limita a impostare il sottogenere dal punto di vista della trama e delle situazioni proposte. Bava inventa un linguaggio che avrebbe fatto adepti in ogni parte del mondo.
In tal senso è indicativa la famosa scena nel negozio di antiquariato, con il gioco di luci intermittenti tra il verde e il rosso,e la modella inseguita dal killer che appare e scompare tra i corridoi come un fantasma. La conclusione con un omicidio estremamente feroce per gli standard dell’epoca, oltre a essere una mezza citazione da La Maschera del Demonio (perché Bava le citazioni le faceva, anche quelle, prima di tutti gli altri) diventa il punto culminante di un climax di tensione sempre più insostenibile. Tensione creata solo dai movimenti e dalle prospettive della macchina da presa di Bava, che è la protagonista assoluta e indiscussa del film.

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Il film fu un flop commerciale, in Italia. Andò un po’meglio all’estero. La critica lo accolse storcendo il naso. Troppo violento, privo di spessore e di contenuti. Se si tendeva a esaltare il lato tecnico ed estetico, dava fastidio il voler puntare tutto sul body count. In Francia, invece, i critici se ne uscirono con delle interpretazioni che sbalordirono lo stesso Bava: “Sono venuti quelli dei Cahiers du cinéma, e mia figlia mi diceva che volevano sapere il tessuto connettivo tra quella targa che oscilla all’inizio del film Sei donne per l’assassino, dove c’è un temporale, e il telefono che casca quando la Bartok muore. Io non mi ricordavo neanche come finiva il film
Lasciando perdere i tessuti connettivi tra targhe e fili del telefono, Sei Donne per l’Assassino dipinge un mondo spietato, in cui ogni azione compiuta dai personaggi è dettata da avidità e denaro. Il killer maniaco non è altro che un espediente per depistare le indagini della polizia. Non c’è una mente folle dietro gli omicidi, solo lo squallore di un grigio individuo a caccia di soldi.
Non è poi così paradossale che il film di Bava abbia influito anche sullo slasher americano degli anni ’80, dove i protagonisti vengono puniti per i loro atteggiamenti edonistici dall’assassino puritano di turno. Ma Bava, rispetto ai colleghi statunitensi, riesce a essere più sottile. Non c’è nessuna connotazione moralista, nessuna entità giudicante che uccide per mettere ordine. E forse questa caratteristica rende Sei Donne per l’Assassino molto più attuale rispetto a tanti suoi epigoni.

24 commenti

  1. … ma perché sulla locandina ce ne sono solo quattro?
    😀

    Ottimo post su un film che è una vita che non rivedo.
    Dovrò scavare fra i vecchi VHS…

    1. Ahahahahh! bella domanda!
      L’edizione tedesca del dvd del film si trova su Amazon, mi pare, a sei euro. Sai che non ho la più pallida idea se esista una versione dvd italiana?

      1. Esiste, esiste…non mi ricordo se è della RaroVideo o altro (dovrei cercarla nella collezione), ma esiste.

  2. Da questo genere di film, si può dire che è nato il primo Dario Argento fino ad arrivare a Profondo Rosso?

    1. Sì, è esattamente quello che ho detto nel post. Il genere lo ha inventato Bava.

  3. Lucy, hai scelto uno dei miei gialli all’italiana preferiti! *O*
    Senza parole, ottimo articolo: 92 minuti di applausi.

    Ciao,
    Gianluca

    1. Grazie Gianluca ❤
      per me, insieme al Paperino di Fulci, è il giallo per eccellenza *O*

  4. moretta1987 · · Rispondi

    Ricordo di aver sentito che dopo aver girato uno degli omicidi (quello eseguito con il guanto artigliato) Bava che era una persona mite non riusci a dormire la notte. Ottimo articolo Lucia,parlare di Bava è sempre cosa buona e giusta.

    1. Che è forse l’omicidio più violento di tutto il film e ancora oggi fa impressione.
      Grazie 😉

      1. scusate l’intromissione,per me quello più crudele rimane quella che si ritrova la faccia ustionata,non rammento più se erano le pietre della sauna o tipo il ferro da stiro che usano nelle botique e negli aitellier o come si scrive

  5. Avercene oggi di registi come Bava….anzi mi correggo registi com Bava ci sarebbero, a cominciare dal figlio Lamberto, peccato che facciano sempre fatica a trovare finanziamenti per i loro film.

    1. Oddio, non so quanto Lamberto sarebbe in grado, oggi, di combinare qualcosa di buono. E’ anche vero che non ha avuto molte occasioni, quindi…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Recensione ideale per un film di tale calibro (quando si dice che la recensione è al livello del film) !! 😉
        E riguardo a Lamberto oggi è vero, purtroppo…ma il “tessuto connettivo” con l’opera del padre l’ha dimostrato piuttosto bene ancora qualche annetto fa con Ghost Son, secondo me. E -per fare un altro esempio non in ordine cronologico- nemmeno il suo film tv “Per Sempre” all’epoca mi sembrò male, anzi…insomma, credo che potrebbe anche portare avanti la tradizione di famiglia se solo qualcuno gli concedesse una possibilità vera. Sempre che al nostro meraviglioso cinema la cosa interessi in qualche modo, ovvio 😦

        1. Io da Ghost Son sono uscita un po’ lesa nell’anima 😀
          E sì che aveva persino un cast internazionale di buoni attori
          Non lo so, forse Lamberto Bava è ormai troppo lontano dal cinema contemporaneo per poter proporre qualcosa.
          Certo, mancando la volontà di investire nel cinema di genere, siamo da capo a dodici.
          😦

  6. Ottimo articolo ! Fra l’altro i giochi di luce di Bava sarebbero stati citati anche in cinematografie insospettabili, tipo ad Hong Kong da Chor Yuen che era regista di film d’arti marziali…

    1. Perché l’influenza di Bava è mondiale e attraversa i generi e le epoche storiche 😉

  7. quindi potremmo dire che è questo il film anticipatore dello slasher, più che reazione a catena?
    Pellicola stupenda proprio per l’uso stordente dei colori,che enfatizzano e snaturano ogni tipo di adesione alla realtà. Una sorta di trip visivo,sperimentale e crudo.
    Poi farò la top five di bava,e questo per me viene dopo il suo capolavoro che è Operazione Paura.
    Bava è davvero un grandissimo uomo di cinema,dovremmo dedicargli vie e monumenti
    Ciauz!

  8. Helldorado · · Rispondi

    E qui non mi hai fregato! 😀

    Visto molte volte, amato alla grande. Io sbavo per Bava. (che battuta del c….), un ottimo articolo per questo classico.

    1. Bava è fondamentalmente il papà di tutti noi e gli si vuole un gran bene. Anche io sbavo 😀

  9. grande film, lo adoro!

  10. LordDunsany · · Rispondi

    Bell’articolo, mi fa pensare la tua considerazione finale: parli di sottigliezza rispetto agli epigoni americani; sicura fosse voluta? Tu stessa nella recensione pari collocarti su un altro binario..
    Comunque si, esiste il DVD, che possiedo; tra i migliori del genere anche se non nei miei preferiti 🙂
    PS: Lamberto ha dato orrida prova di se con l’insulso “Macabro” 😦

    1. Sottigliezza che non significa intellettualismo, o tessuti connettivi. Sottigliezza che indica soltanto una maggiore profondità e intelligenza nell’affrontare certi temi.
      Io di Lamberto ricordo con molto affetto il primo Demoni e non mi era neanche dispiaciuto La casa con la scala nel buio.
      Di Macabro ho un ricordo confusissimo, dovrei rivederlo.

      1. LordDunsany · · Rispondi

        Dai, lo sai benissimo che Demoni, nella realtà, era di Argento, l’hanno affidato a Lamberto per simpatia! 😉 La casa con la scala era carino, però faceva ridere in certi passaggi.. Macabro è veramente teribbbbbile, l’unica cosa discreta era il finale che però era preso da “Pieces” 😀 (io l’ho rivisto l’anno scorso per recensirlo dove sai 😀 )

  11. mamma mia che film, semplicemente splendido. la scena che citi tu nell’antiquariato è da storia del cinema, con quei colori che cambiano continuamente. un film a suo modo addirittura sperimentale per l’uso proprio dei colori e della fotografia, da sempre elementi centrali nella filmografia di Bava.

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