My Little Moray Eel – 4

mury

I’M NOT HUMAN AT ALL

Sara guardava la sua sagoma affiorare e scomparire sotto lo specchio cangiante dell’acqua. Verso le due del pomeriggio, l’ombra proiettata dalla costa scuriva il mare, creando un cratere nero, assediato tutto intorno da luminose chiazze di verde. Lui si tuffava in quel buio e riemergeva in pieno sole, sollevando spruzzi verso il cielo. Era raro che si spingesse in superficie di giorno. Era un animale notturno, ma Sara lo aveva chiamato e Lui l’aveva raggiunta.
Con le altre creature marine era più difficile. Doveva trovarsi a contatto con l’acqua, aspettare che quel suono cominciasse a cantarle nella testa e poi liberarlo attraverso le onde. Ma con Lui era diverso, Sara gli apparteneva. Le era sufficiente visualizzare la sua immagine e Lui arrivava, come un enorme nastro di seta azzurra portato dalla corrente.
Aveva approfittato della bella giornata per passeggiare lungo il braccio del porto. Dopo una settimana di pioggia e vento forte, con le onde che superavano il frangiflutti e si riversavano sul lungomare, arrivando a lambire gli ingressi delle abitazioni, l’acqua aveva scelto di calmarsi. Sara aveva percepito quella calma ritrovata ancora prima di aprire gli occhi e di uscire dal triplo strato di coperte sotto cui si seppelliva per prendere sonno. Lo sentiva nel sangue, nei battiti del cuore rallentati, nell’alleggerirsi della tensione nervosa che le opprimeva il petto.
Il mare adesso riposa, l’acqua sogna, la crudeltà di gennaio ti ha concesso una tregua…
Il sale nelle pozzanghere luccicava. Le strade si stavano asciugando. Tutta Porto Ercole assorbiva i raggi del sole e la gente apriva le finestre, tirava su le saracinesche dei negozi, si affacciava sui bordi dei pontili respirando l’aria che sapeva di alghe e sabbia.

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Sara osservava il balletto della murena dalla muraglia di cemento che proteggeva il porto dalle mareggiate. Sotto di lei, i massi bianchi su cui si divertiva a saltellare da bambina scendevano come una scalinata irregolare, fino a mischiarsi agli scogli sommersi. E lì iniziava lo spazio aperto e illimitato in cui Lui viveva e nuotava da solo, in cui Lui si perdeva e scompariva in profondità aliene dove la sua gente aveva abitato e vissuto. E dove adesso non restavano che macerie.
“Sara, il tuo coso spaventa i pesci”
Sara si girò e vide Ilio con la canna da pesca appoggiata su una spalla, il secchio in una mano, il seggiolino pieghevole nell’altra. L’uomo le sorrideva sotto la visiera del cappellino della marina militare. Erano coetanei e si conoscevano sin da bambini. Lui era nato lì, Sara ci veniva in vacanza. Il padre di Ilio gestiva il pontile dove i suoi tenevano il gozzo.
Sara estrasse dalla tasca del cappotto la lavagna e il pennarello, salutò Ilio con un cenno del capo e scrisse: ADESSO LO MANDO VIA.
“Fai con calma” rispose Ilio e si mise a sistemare l’attrezzatura.
Sara si rivolse all’acqua. La murena smise di danzare e si avvicinò fino a sfiorare gli scogli affioranti con il muso. Cambiò direzione con un colpo di coda e lanciò le spire del suo corpo verso il mare aperto. Di Lui rimase solo una piccola scia di schiuma.
Ilio lanciò la lenza e si sedette. Sara continuò a guardare la superficie piatta del Tirreno, ad ascoltare il suono lieve e ritmato dell’incontro tra acqua e rocce. Spesso passavano le ore così. In silenzio. Ilio pescava e lei gli teneva compagnia. Era uno dei pochi rimasti, un reduce. Lui le murene e i loro padroni li aveva combattuti e ancora adesso, nonostante tutto, era un po’ diffidente nei confronti del suo “coso”, anche se aveva finito per accettarlo e addirittura, per apprezzare il suo ruolo di guardiano del paese.

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Porto Ercole e i suoi abitanti l’avevano adottata. Sara era grata a tutti loro, i vivi e i morti. Ogni giorno doveva fare i conti col fatto che i secondi superassero di gran lunga i primi, che le facce delle persone che aveva conosciuto stessero evaporando dalla sua memoria come accadeva alle pozze d’acqua salmastra nelle buche delle strade che costeggiavano il porto.
Eppure, se non fosse stato per gli specchi che le restituivano il riflesso di un’ottantenne, lei continuava a sentirsi quella bambina pelle e ossa che portava i capelli cortissimi, che spesso scambiavano per un maschietto e che d’estate, dopo appena due giorni di mare, diventava scura come la sabbia bagnata sulla riva. Una piccola selvaggia col costumino giallo fosforescente che si arrampicava sugli scogli e che diceva che da grande avrebbe nuotato con le balene. Perché lei era in grado di parlarci, con le balene.
Non era riuscita a fare niente. Non aveva mai visto una balena da vicino in vita sua.
Ma aveva Lui. Attraverso il tempo che le sfuggiva, la stanchezza che le aggrediva le ossa, il dolore per ciò che aveva perso, il rimpianto per tutto quello che era stata costretta ad abbandonare, Lui le era sempre stato accanto. Era difficile spiegarlo agli altri. C’era una distanza che la separava dagli esseri umani da quando aveva scoperto di possedere un canale di comunicazione privilegiato con delle forme di vita diverse. Ne aveva sofferto, poi ci si era abituata.
Era sempre stata sola, ma non si era mai sentita sola. Le bastava scendere in acqua e chiamare a sé polipi, meduse, barracuda e dentici per essere circondata e riempita da una quiete silenziosa ed eterna. La sensazione di appartenere a qualcosa, di avere un posto dove andare. Una casa costruita per lei sul fondo dell’oceano in cui potersi raggomitolare, nascondere e dormire.
Scrisse ancora qualcosa sulla lavagnetta, la mostrò a Ilio che scoppiò a ridere e scosse la testa: “No, non mi serve una mano per farli abboccare. Con te è troppo facile”
Sara affondò le mani nelle tasche e, di nuovo, rivolse lo sguardo al mare. Avrebbe voluto diventare una di quelle pietre poste a metà tra acqua e terra, così il vento avrebbe scavato la sua pelle, il sale l’avrebbe corrosa e i suoi occhi avrebbero bevuto per sempre l’azzurro che si smarriva sulla linea dell’orizzonte.

Ringrazio Giuseppe Verga per l’illustrazione in testa al capitolo. E aggiungo che lo lovvoabbestia.

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11 commenti

  1. È diventato il mio appuntamento fisso della domenica. ♥

    1. E io ti lovvo ❤

  2. si,un appuntamento fisso come le sconfitte della Roma,quelle certezze che ci fan tanto bene! ^_^

    Bello,anche perchè mi piace questo suo essere descrittivo,lasciar scorgere tra le righe qualcosa di apocalittico,ma di impercettibile.
    Lo so che ti annoio a morte,ma te lo devo ridire:Bravissima!

    1. Lassa perde la Roma 😀
      E grazie…

  3. Brava! E mi ripeto, ma è vero. Bel colpo la lavagnetta! Avanti,avanti… 🙂

    1. La lavagnetta mi è venuta in mente ieri sera all’ultimo secondo 😀
      certe volte la testa si muove per vie misteriose!
      Grazie 😉

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Ilio aveva combattuto le murene e i loro padroni…sempre più intrigante, vedi che ci riesci ad agganciarlo per bene un lettore, altrochè! 😀

    1. Speriamo di venirne a capo…solo questo, speriamo di venirne a capo 😀

  5. Tutto bello, ma la frase di come i volti le evaporano dalla memoria è veramente azzeccata! 🙂

    Ciao,
    Gianluca

    1. Grazie Gianluca ❤ ❤

  6. Lo so, non ti piace che io, tuo padre, invada questo spazio. Ma quando leggo quel che scrivi e come lo scrivi, è più forte di me, devo dirti:”brava!” Hai quel tocco magico, quel briciolo di allucinata e folle fantasia che mi coinvolge, mi trascina. Ormai da tempo viviamo lontani e da più tempo ancora tu hai preso, come sempre accade, le distanze da me ed è giusto che sia così.
    In questo tuo spazio ogni tanto mi permetto d’entrare perchè è un modo per sentirti vicina.
    Però qualcosina di me ti è rimasto appiccicato addosso:l’amore per il mare, Porto Ercole e forse anche altre poche cose. In fondo sono stato io a portarti sott’acqua con le bombole quando avevi nove anni, no? E allora mi viene in mente una stupenda canzone(una delle poche) di Vasco che dice:”Forse non è stato poi tutto sbagliato” Baci

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