My Little Moray Eel – 3

jellyfish

WHAT THE WATER GAVE ME

 

Le mani di sua madre erano fresche, ancora bagnate. La sollevò dalla plancetta tendendola per la vita e la fece scendere in acqua, dove la aspettava il padre.
Sara non era abituata all’assenza di terreno sotto i piedi. Fino a quel momento si era limitata a sguazzare vicino alla riva. Ora muoveva le gambe in un vuoto profondo e invisibile. Abbassò lo sguardo e vide il suo stesso corpo distante, separato dalla parte di lei che era rimasta in superficie.
I braccioli la facevano galleggiare, come se due forze opposte si stessero sfidando a duello per lei. Voleva infilare la testa sott’acqua, era un impulso quasi violento, il desiderio di spingersi più in basso, di immergere ogni centimetro della sua pelle in quell’enorme strapiombo silenzioso che, le avevano detto, avvolgeva tutta la terra e si era appena aperto per accogliere anche lei. Ma non ci riusciva. Non capiva bene come muoversi, sentiva la resistenza di una lieve corrente che la spingeva verso la barca. Agitò le mani, creando delle piccole increspature, schiaffeggiò l’acqua e alcune gocce salirono verso l’alto, brillando per un istante come delle biglie colorate.

12

“Sara, prova a raggiungermi” le disse il padre, la muta ancora addosso, la maschera intorno al collo e la braccia protese verso di lei.
Sara cominciò ad avanzare, cercando di adattarsi ai movimenti in una dimensione diversa. Faceva fatica. Non sapeva come darsi la spinta con le gambe.
L’acqua era diversa da quella della spiaggia, resa torbida dalla sabbia smossa dai bagnanti, ed era diversa anche da quella della piscina dove sua madre la portava due volte a settimana. Quest’acqua la sosteneva, la accompagnava. Era viva. Sara poteva sentirla respirare, milioni di respiri riuniti in un unico fruscio costante che le riempiva la testa. Era simile al rumore che faceva suo papà quando soffiava dentro a una bottiglia di vetro per farla ridere, ma più morbido, più rotondo. Una sfera di calore liquido che cantava, non nelle sue orecchie, ma da qualche parte tra la fronte e la nuca.
Riuscì a togliersi uno dei due braccioli e perse per un istante l’equilibrio. Il padre le fu subito accanto e la prese per la vita. Sarà si divincolò, infilò la testa sott’acqua, tenendo gli occhi chiusi. La sfera cantava più forte e sembrava essersi ingrandita. Avrebbe voluto risponderle, chiamare quella cosa viva che riposava da qualche parte in fondo al mare e chiederle di venire da lei, di farsi vedere. Ma le mani del padre la spinsero verso l’alto: “Va tutto bene? Hai paura?”
Sara fece segno di no e gli chiese di toglierle anche l’altro bracciolo.
“Dove vuoi andare?”
“Sotto, papà, voglio andare sotto”
Il padre si mise a ridere: “Ma sei piccola!”
“Solo un po’. Ti prego”
“Ok, ti reggo io”

DCIM101GOPRO

Entrambi i braccioli adesso galleggiavano alla deriva. Ma Sara si sentiva al sicuro. L’acqua era una coperta calda, un guscio protettivo, una pulsazione sonora che trasmetteva pace. Di nuovo, trattenne il respiro e mise la testa sotto. Questa volta aprì gli occhi. Il sale le pizzicò le pupille. Raggi di luce scendevano a fasci sul fondale coperto da alghe. Sotto di lei, una forma bianca con un cappello a fungo volteggiava portandosi dietro una scia di tentacoli sottilissimi. Sara allungò una mano per toccarla, ma era troppo lontana. Anche quella cosa era fatta d’acqua. Tutto era acqua. Acqua che accarezzava le alghe come faceva il vento coi capelli, acqua nelle bollicine che le uscivano dal naso, acqua tra i riflessi d’argento di un banco di pesci che attraversavano il blu oltre gli scogli. E acqua dentro di lei. Sara si guardò mani e braccia e la vide scorrere in tanti piccoli rivoli che le guizzavano sotto la pelle. L’acqua all’interno del suo corpo emise un grido. Il grido si propagò da lei attraverso la corrente. Sara era il centro, il sasso gettato nello stagno. E la frequenza lanciata dall’acqua dentro le sue vene andava diffondendosi nel silenzio delle profondità marine. Quella cosa viva che era il mare ascoltò. E rispose.
Prima di essere costretta a tirare fuori la testa per respirare, Sara intravide il banco di pesci e la creatura dai lunghi tentacoli immobilizzarsi e iniziare a procedere nella sua direzione.
“Attenti, c’è una medusa” disse sua madre affacciata al bordo della barca.
“Tranquilla, Marta” rispose il padre “Non ci fa niente. Vuoi risalire, Sara?”
“No, no. Papà, guarda che bella, l’ho chiamata io”
“Sì, brava. Ma se si avvicina troppo torniamo a bordo”
Qualcosa le stava facendo il solletico ai piedi e alle gambe. Sara indicò col dito e sorrise a suo padre. Intorno a loro, l’acqua brulicava di pesci. Le sfioravano la pancia, le passavano sotto le gambe, le posavano le loro bocche sulle dita. E continuavano ad arrivarne altri. Insieme a una schiera in formazione di quelle cose bianche, le meduse aveva detto sua madre, che li circondarono nello spazio di pochi secondi.

diving

Sara fece in tempo ad alllungare una mano e ad accarezzare il cappello di una delle meduse, prima che sua madre iniziasse a urlare.
“Portala fuori di lì! Portala subito fuori!”
Si sentì trascinare via dal padre. Perché erano arrabbiati con lei? Che cosa aveva fatto di male? Aprì la bocca per protestare, ma ingoiò acqua salata e iniziò a tossire. Bruciava. Faceva male. Non riusciva a respirare. I pesci e le meduse continuavano a seguirla e a toccarla. La stretta di suo padre intorno al polso era troppo forte. Adesso gridavano tutti.
Fu sollevata sulla plancetta, strappata via dal mare e avvolta in un asciugamano. La madre la teneva stretta e le chiedeva se l’avevano punta. Ma punta da chi?
“Li ho chiamati io, mamma, sono venuti da me, non sono cattivi”
Suo padre si arrampicò sulla scaletta. Indossava una muta estiva, che lasciava gambe e braccia scoperte. Aveva la pelle ricoperta di striature rosse.
Sara scoppiò in lacrime.
Quel giorno non ci fu nessun’altra immersione.

Altri capitoli qui.

9 commenti

  1. Bello! Le sensazioni dei primi movimenti di Sara sono molto efficaci. Si vede tutta la tua passione per questo mondo.

    Ciao,
    Gianluca

    1. Grazie Gianluca ❤

  2. Lucia, ogni volta che leggo qualcosa sul mare scritto da te resto incantato, ma già lo sai. *O*

    1. Troppo gentile…però il mare mi piace assai, magari trapela 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Eh sì, trapela abbastanza 😀 Di sicuro il mare è il tuo elemento e riesci a descriverlo magistralmente (con il brulicare segreto e arcano di vita che quelli di terraferma non riescono a percepire, se non in minima parte) attraverso i piccoli occhi di Sara e le prime consapevolezze di quello che la lega agli abissi…e chissà che succederà quando tu e lei comincerete insieme a usare i vostri poteri acquatici 😉

        1. Grazie Giuseppe 😉
          Averceli i poteri acquatici…averceli davvero…

  3. un po’ come la connely richiama gli insetti eh?A Bellaria,mio primo incontro con il mare,ricordano ancora le mie bestemmie e strili. L’acqua mi fa paura,in modo assoluto e totale.L’acqua…mare….no,no,l’acqua proprio.Invece leggendo i tuoi romanzi mi stai facendo conoscere una tenerezza,dolcezza,il lato meraviglioso e positivo degli abissi.Grazie ^_^

    senti come tuo biografo posso cominciare un lungo saggio sulle differenze e vicinanze tra te e Lovecraft circa il ruolo del Mare?

    Bellissimo questo tuo romanzo

    1. Sì, il punto di riferimento è Phenomena in realtà. Visto però in maniera molto meno cupa.
      vedi però il mare è una brutta bestiaccia, fa paura…

      1. eh,infatti sono uomo di montagna e terra,ma come ti insegna il mio blognovel (il villaggio dei brutti ricordi),anche lei è spietata e terrificante..se ti sei persa una volta nei boschi ,capirai!La natura ha un grandissimo fascino,e come tutte le cose affascinanti ha un suo aspetto terribile. Mi piace il tono del tuo racconto più “fiabesco” e comunque :storia d’amore! storia d’amore! che io son peggio delle ragazzine della buona società inglese di inizio 900 eh ^_^

        1-1 che però chiaramente è partita vinta dall’inter,ma vabbè…

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