My Little Moray Eel – 2

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LANDSLIDE

Cinquantadue gradini. Sara alzò la testa verso il faro, un punto esclamativo di pietra bianca stampato sul cielo notturno. La sua casa.
Mise il piede sul primo scalino. Ogni volta si chiedeva perché fosse così ostinata a voler continuare a vivere in quel posto scomodo e difficile da raggiungere, in disuso da anni poi. Adesso c’era il piccolo faro rosso alimentato dai pannelli solari, messo proprio all’ingresso del porto. E anche quello il più delle volte restava spento.
Iniziò a salire, appoggiandosi alla balaustra che le avevano costruito di recente. Ogni tre gradini si fermava a riprendere fiato. La temperatura si era abbassata ancora di più e lei non sopportava il freddo. Era una bestia di stagione, come la chiamava suo padre da bambina e non aveva mai capito cosa avesse tanto da sproloquiare il prossimo sull’ipotetica poesia del mare d’inverno. Sara ci viveva tutto l’anno, sul mare, e solo quando lo vedeva rianimarsi, riprendere i suoi colori e aprirsi in un sorriso tremolante acceso dai raggi del sole, tornava a vivere anche lei.
Aveva sopportato l’inverno fino a quando era stata in grado di infilare una muta stagna e immergersi anche nell’acqua gelida. Ma ora, da novembre a maggio, andava in letargo e sognava di tuffarsi dagli scogli di Ansedonia, di entrare nelle grotte e di raccogiere stelle marine da mostrare ai genitori che la guardavano sguazzare intorno alla barca, raccomandandosi di restare visibile e non allontanarsi troppo.
“Ed esci ogni tanto, tesoro. Non hai ancora le branchie”
Già, non le aveva. Quasi. La prima volta che il suo piccolo scherzetto di natura si era manifestato, per poco a sua madre non era preso un infarto. Sara stessa aveva creduto di morire e suo padre, che si trovava in acqua insieme a lei, aveva rimediato una serie di punture di medusa da primato mondiale.
Il suo primo bagno a largo.

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Si fermò davanti alla porta d’ingresso. Da lì riusciva a vedere tutta l’insenatura del porto, e anche oltre, dove la costa si interrompeva per lasciare spazio alla lunga distesa di mare aperto. Conosceva a memoria la geografia di quei luoghi, sapeva dove si trovava la striscia di sabbia della spiaggia, anche se adesso il buio l’aveva inghiottita, e distingueva la forma a testa di tartaruga dell’Isolotto spuntare come una creatura addormentata tra due lembi di terra in balia della corrente.
Tirò fuori le chiavi dalla tasca del giaccone, le infilò nella serratura ed entrò in casa. Un’ondata piacevole di calore arrivò a toccarle la pelle delle guance dalla stufa accesa.
A parte qualche veduta del porto in bianco e nero, le pareti delle tre stanze in cui viveva erano spoglie. Non aveva foto né filmati, neanche nulla di scritto. Non c’erano prove che testimoniassero la sua esistenza e non poteva essere altrimenti, dato che per certi versi non era mai esistita.
La spaventava l’idea di perdere qualcosa, di non essere in grado di ricostruire volti, avvenimenti, voci, universi situati a metri e metri di profondità che mai più avrebbe rivisto. La memoria era diventata un esercizio costante per lei. Recuperare i dettagli smarriti era anche un modo per trascorrere le giornate che si dilatavano, come nastri mandati a velocità dimezzata, amplificati a dismisura, ascoltati da nessuno.
Si sedette sulla poltrona vicino alla finestra. La spia rossa della stufa elettrica e la brace della sua pipa erano le uniche fonti di luce in tutta casa. Il paese a quell’ora era sprofondato nel silenzio.
Sara chiuse gli occhi e vide la poppa della Magò staccarsi dal molo, vide la scia bianca delle eliche che faceva ribollire l’acqua del porto, sentì il borbottio dei motori e la vibrazione sotto i piedi.
Intorno a lei, le mute appese alle grucce lungo tutto il pozzetto della barca e, sotto i sedili, le ceste con le pinne, le maschere e i calzari.

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Era la prima volta che i suoi la portavano con loro. Aveva cinque anni ed era riuscita a farsi promettere un bagno, tra un’immersione e l’altra. Aveva in mano un giornalino dell’Uomo Ragno, da sfogliare mentre il padre e la madre erano sott’acqua, e i suoi braccioli nuovi spiccavano come due chiazze arancione sulla superficie in vetroresina della barca, resa accecante dall’accanimento spietato del sole d’agosto.
La Magò uscì dal porto e accelerò. Sara era seduta in braccio alla mamma, vicino al bordo del motoscafo.
“Reggiti Sara, mi raccomando” le disse.
Uno spruzzo d’acqua le investì entrambe. Sara si leccò le labbra salate e scoppiò a ridere. Intorno a lei, gli adulti cominciavano già a vestirsi e controllavano l’attrezzatura. Le guide e gli istruttori spiegavano come si sarebbero svolte le immersioni e Sara li ascoltava, affascinata da parole sconosciute come “decompressione”, “octopus”, “erogatore”, “nitrox”.
Quando arrivarono a Giannutri e gettarono l’ancora, anche sua madre indossò quella specie di costume da supereroe che serviva a scendere in mare.
Guardò i suoi entrare in acqua, salutarla con un cenno della mano e sparire, lasciandosi dietro una piccola cupola di bolle.
Lei rimase ad aspettarli in compagnia di Antonella, la proprietaria del diving. Si sedettero insieme sulla plancetta, con i piedi a mollo. A parte loro due e il capitano, a bordo non c’era più nessuno. Sara riusciva a vedere il fondale sabbioso sotto lo scafo, attraverso il velo di cristallo trasparente e liquido che la faceva dondolare come un’altalena. I gabbiani si affollavano sulla punta dell’isola. Ogni tanto, uno di loro si staccava in volo dagli scogli e scendeva in picchiata sul mare, emettendo uno stridio che, non sapeva per quale motivo, le faceva venire voglia di piangere.
“Tornano” disse indicando col dito le sagome dei sub in risalita. Precedute da altre bolle, una ventina di teste incappucciate affiorarono a pelo d’acqua. La madre di Sara si tolse i pesi e le pinne e si arrampicò sulla scaletta, ancora con le bombole sulla schiena. Il padre, invece, non uscì. Sì sfilò l’attrezzatura di dosso e la passò ad Antonella che la caricò oltre il bordo dell’imbarcazione.
“Mettiti i braccioli” disse a Sara “È ora di imparare a nuotare dove non si tocca”.

17 commenti

  1. Mi piace come stai approfondendo il personaggio, e questa cosa del suo “scherzetto di natura” mi intriga parecchio. 😀

    1. Grazie 😉 Avremo la rivelazione al prossimo episodio. Speriamo, almeno, che come sempre ogni domenica un parto!

      1. Non vedo l’ora! 😀

  2. ha una sorella che si chiama Alice,fidanzata con una certa River? ^_^
    Mi piace questo,perchè significa possedere tematiche,immaginario proprio,si come scrittrice hai tanto da dare a tutti noi! ^_^

    1. Al massimo ho dare tanta noia al mondo intero 😀 😀

      1. no,non levarmi quel primato eh!
        Lucia posso pubblicizzare qui i miei due blog novel che pubblico ogni sabato e domenica?

        ps:che bella la citazione della bellissima canzone di venditti: Sara svegliati è primavera,sara sara sara,sara sono le sette e devi andare a scuola ..oh oh saaara prendi il mo-to-riiino ,però attenta che aspetti un bambino…commozione!

  3. Ottimo! Continuo a leggerti e continuo ad apprezzare l’atmosfera… e lo stile molto delicato (almeno, delicato per ora 😀 )
    Attendo sviluppi!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Io dico che procede bene la tua autobiografia branchiata 😀 Sono qui davanti allo schermo di un pc eppure riesci a farmi vedere, sentire il mare…e mi costringi ad aguzzare bene la vista per scorgere quello che potrebbe nascondersi sotto le increspature dell’acqua. Acqua che terrò d’occhio domenica dopo domenica, s’intende 😉

  5. Bello anche questo episodio, di transizione, ma che fornisce nuovi approfondimenti del personaggio. Attendo il prossimo. 🙂

    Ciao,
    Gianluca

  6. Grazie a tutti…mi fa piacere che anche se in questo capitolo non succede praticamente un cazzo, siate comunque riusciti a leggerlo…
    ❤ ❤ ❤

    1. perchè adoriamo questi piccoli momenti di quiete ,prima della tempesta..toh,ciap su sta bella citazione stellascia! ^_^

  7. Brava! E poi la musica è veramente azzeccata. Continua così.

    1. Ah , poi ti darei un piccolo suggerimento: metti un indice dei capitoli già scritti in cima o in fondo ad ogni post. 🙂

      1. Grazie, davvero… ❤
        Hai ragione sull'indice. Ho creato la pagina statica, ma mi sono dimenticata di linkarla. Shame on me!

  8. Ho letto la prima parte, per la seconda son saltato subito al modulo dei commenti. Non mi piace leggere a puntate, perché leggo normalmente due-tre libri contemporaneamente, più fumetti, telefilm eccetera, e lasciar passare dei giorni tra una puntata e l’altra di un racconto significa dimenticarmi metà della puntata precedente. Aspetto con ansia la fine e poi prendo tutto dall’inizio!
    Sai già quante puntate saranno?

    1. Oddio, non ne ho la più pallida idea, ma temo che sarà una cosa lunga…diciamo che è un work in progress e ancora non so esattamente dove andrà a parare, anche se ho già in mente il finale.
      Poi magari, a conclusione del tutto, ne faccio anche un piccolo ebook, chi lo sa 🙂

  9. ah,sai già il finale?Ah,si?Bè allora..sai che c’è un tuo lettore che desidera sempre saper per primo come finisce un film o un libro..me lo dici? Dai! dai! ^_^

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