Cara vecchia serie B – Prima parte

italian+horror

Ne parlavamo qualche giorno fa, nel post dedicato all’ultimo “lavoro” dell’ex maestro dell’horror Dario Argento. Il totale fallimento dell’operazione Dracula 3d mi ha portato a una riflessione piuttosto virulenta su un certo modo di approcciarsi al genere qui da noi. Il discorso è complesso e mi sono resa conto che potrebbe essere necessario qualche piccolo approfondimento. Dato che da oggi sono ufficialmente disoccupata, posso tornare a dedicarmi al mio blog con scadenze regolari. Insomma, ho un sacco di tempo da perdere per ammorbarvi.
E io mi diverto tanto ad ammorbarvi, quindi credo che dedicherò all’argomento almeno un paio di noiosissimi sproloqui.
I miei due vicini di blog, Hell e Gianluca, hanno recentemente pubblicato due articoli per molti versi inerenti a quello di cui parlo anche io. Il primo, partendo dall’analisi del film spagnolo Tres Dias, si chiede per quale motivo qui da noi colpisca grandi e piccini la perniciosa sindrome del “chissidentifica?”. Il secondo, comparando le produzioni italiane di thriller, horror e sci-fi con quelle del resto d’Europa, fornisce un quadro piuttosto sconfortante della situazione in cui versa attualmente il nostro cinema.

Certo, il problema è sempre quello della mancanza di dignità concessa a qualsiasi opera fantastica. Prigionieri di un realismo da operetta, non appena cerchiamo di staccarci dall’imposizione di un tipo di racconto ancorato al quotidiano, veniamo bastonati. Fosse almeno un realismo come quello in cui eravamo tanto bravi anni fa, il nostro cinema politico di un tempo, o quello in grado di fornire uno spaccato di realtà che parlasse a tutti, magari doloroso e amaro, ma con una potenza narrativa che oggi non esiste più. Oggi si chiede sì il realismo, si chiede la verosimiglianza. Basta che siano edulcorati. Basta che contengano il famoso messaggio positivo, che permetta allo spettatore di non specchiarsi completamente nei suoi difetti e nelle sue brutture, ma di identificarsi e sentirsi migliore di quello che è. E appunto, per citare Hell, chi si identifica in un film come (faccio il primo esempio che mi viene in mente) Brutti, Sporchi e Cattivi?
Oppure il realismo di questi ultimi due decenni ci racconta storie di altissima borghesia intellettuale e chic di cui sinceramente sbattersene i coglioni è quasi un dovere civico. Le problematiche reduciste di una generazione che adesso si annoia a morte e per questo ci propina le sue riflessioni sulla vita, non richieste e di nessun interesse, sono al centro del cosiddetto cinema italiano d’autore impegnato, che perlacaritàdiddio, preferisco farmi strappare la lingua con un cavatappi piuttosto che assistere ancora una volta a un dialogo intergenerazionale tra un padre e una figlia in un casale in Toscana. Abbiate pietà di me.

D

Ma se fosse tutto qui il problema, ci si potrebbe non dico mettere l’anima in pace, ma almeno avere un bersaglio con cui prendersela. Maledetti intellettuali che affossate la nostra creatività. Fuck the system. Horrorofili di tutta Italia, unitevi. E via così, di cazzata in cazzata. Perché, oltre all’ostracismo che deve subire chiunque voglia occuparsi di cinema fantastico in questo paese, noi appassionati ci mettiamo il calibro da venti.  E non solo i semplici spettatori, ma anche quelli che vorrebbero farlo, il cinema, che sia esso horror, fantascienza, fantasy o qualsiasi altro genere che vi viene in mente e che non  faccia parte della macro categoria “commedia”.
C’è stato un periodo storico in cui l’Italia era un luogo strano in cui si produceva tanta robaccia di quella che piace a noi. Il più delle volte si trattava di prodotti infimi, mal girati, scritti peggio, realizzati in una miseria di mezzi e aspirazioni da far rabbrividire anche il più indefesso amante della serie B. Molto spesso si girava in inglese, con pseudonimi anglosassoni, sia per attori che per registi o tecnici. Anzi, capitava che star internazionali prendessero parte alle produzioni più blasonate e interessanti. In mezzo a questo marasma di film più o meno validi, spiccavano delle perle che ancora oggi restano pietre miliari del cinema che fu. Non serve star qui a farvi i nomi, li conoscete tutti. Per non parlare dei titoli. In principio fu Riccardo Freda, immediatamente seguito da Bava e da lì una pletora di professionisti, impegnati a lavorare nell’oscurità e nella povertà per portare nelle sale di tutto il mondo (sottolineo, di tutto il mondo) storie cupe, visionarie, folli, paurose. Sparatorie, omicidi, inseguimenti per le strade delle nostre città che hanno imitato per anni. Insomma, la gloriosa, cara, vecchia serie B italiana.

Quanto esattamente è durato questo periodo d’oro? Proviamo a datarlo a partire dal 1956, anno d’uscita de I Vampiri di Freda e facciamolo arrivare, a voler essere molto generosi, al 1994, quando come ultimo sussulto di un cadavere impossibile da rianimare, Soavi gira quel capolavoro incompreso di Dellamorte Dellamore. Mi sono tenuta molto larga, perché in realtà l’esplosione vera e propria è avvenuta tra l’inizio degli anni ’70 e la fine degli anni ’80, e proprio nel corso di quel quasi ventennio, è iniziata l’agonia che ha portato alla sparizione, assoluta e irrevocabile, della parola genere dal dizionario cinematografico italiano.
In parte una critica piuttosto ottusa, che etichettava questi prodotti come reazionari, misogini, pieni di violenza gratuita, a uso e consumo di spettatori ineducati e voyeur, che si sa, in questo paese un sacco di gente ha sempre avuto la presunzione di voler educare il popolo cavernicolo a suon di lezioncine. E si son visti i lodevoli risultati. Ma non è stato solo un problema legato a critica, pubblico, intellettuali (quasi sempre di sinistra) e cinema d’autore contro cinema disimpegnato, anche perché questo conflitto esiste solo nella testa degli occhialuti di cui sopra e le due cose spesso si contaminavano, sfumavano l’una nell’altra, il cinema di genere prendeva in prestito elementi da quello d’autore e viceversa. E basta guardare di sfuggita Tre Passi nel Delirio per rendersi conto di quello che sto dicendo.

cemetery+man

Mario Bava era estremamente raffinato da un punto di vista stilistico. Non parliamo poi di Dario Argento quando ancora non era stato sostituito dal cartonato che oggi ha l’impudenza di girare film al posto suo. Pensiamo anche ai gialli di Martino, o ai pochi, ma splendidi horror di Avati. Il cinema di genere italiano, al suo meglio s’intende, era prima di tutto un grande laboratorio di sperimentazione linguistica, all’avanguardia sia rispetto al resto d’Europa che di fronte allo strapotere statunitense. Nonostante la povertà dei mezzi a disposizione, poteva avvalersi di una creatività fuori del comune, che spesso non faceva notare quanto fosse difficile, duro e faticoso realizzare certe sequenze con tre lire messe in croce.
Ma le cose cambiano, la tecnologia si evolve, diventando sempre più avanzata,  e a un certo momento, rimanere indietro è inevitabile. Se non si corre ai ripari, si sparisce nel nulla, o si finisce nel settore delle curiosità camp, com’è successo a noi. L’illusione della rivalutazione dei nostri B movie si basa su un equivoco di fondo: li si può omaggiare, li si può citare, li si può copiare e imitare, ma non è più possibile riproporli. Perché parlano una lingua antica, superata, che non ha più senso di esistere in quanto tale, ma solo come patina nostalgica appiccicata a un film dall’impianto moderno.

E ho paura che sia questo il vero motivo per cui qui da noi il cinema di genere è morto. La mancata evoluzione, l’isolazionismo, il non voler rendersi conto, o rendersene conto e ignorarlo, di quello che stava accadendo nel resto del mondo, e soprattutto in Francia, Inghilterra e Spagna, mentre noi eravamo qui a prenderci a pacche sulle spalle perché qualcuno aveva messo la colonna sonora de L’Uccello dalle Piume di Cristallo in Grindhouse.
Perché di cose ne son successe. E nessuna ci porta belle notizie. Ma ne parleremo alla prossima puntata.

Musica

42 commenti

  1. Alla fine la riscoperta del nostro vecchio cinema è stata solo una scusa per non migliorarsi. Triste ma vero !

    1. Sì, è una scusa, è un modo per continuare a fare le vittime e a dire: ecco, vedi, nessuno ci capisce, nessuno ci apprezza…
      e che palle!

  2. bellissima questa rece, bravissima; dura e cruda com’è necessario

    1. Grazie davvero Andrea!

  3. *O*O*O*O*O*
    Attendo con impazienza la seconda parte!

    1. E ne vedremo delle belle!!!

  4. Dopo i Freda e i Bava già cominciò il sorpasso tecnologico, o almeno sorpasso in possibilità di mezzi che determinavano le differenze di produzione – tralasciamo un attimo le abilità singole, anche se a Bava gli americani dovrebbero scolpirgli una statua per ogni horror che girano.
    Il discorso dei mezzi è in linea di massima, sia chiaro. È logico che anche in America, o altrove, ci sono e c’erano squattrinati che facevano un film che, si vedeva, era da squattrinati – il che non significa un brutto film, esempio nostro: La casa dalle finestre che ridono* , sicuramente non un dispendio di soldi, e quasi autoprodotto. Questo però nel discorso ora non c’entra.

    Il treno l’abbiamo perso quando si è scoperto che si poteva fare cinema con una videocamera amatoriale o una macchina a spalla. Sono convinto. Si abbattevano i costi, l’abilità di creare e dirigere una storia avevano la meglio. Almeno al di là di confrontarsi, poi, con produttori ed elite – e molti ancora oggi si sbattono.

    Però vorrei copiaincollare il commento su MyMovies a Road to L.

    “Il film è un prodotto strano, sospeso a metà tra fiction e documentario […]”

    Magari qualche anno dopo avrà commentato con entusiasmo i vari Rec, Cloverfield, PA ecc… E dire che ce ne ha messo TBWP a fare proseliti in modo industriale.
    Con questo voglio dire: i critici, i produttori hanno gravi responsabilità. Il pubblico anche.

    *Mereghetti: “L’idea vincente di Avati (…) è trasformare la Bassa padana, assolata, sonnacchiosa e con tanti scheletri nascosti negli armadi, nel teatro ideale per un horror.” È davvero imbarazzante scoprire questo lato oscuro come chissà quale scoperta. In Italia però… e si riparte con il tuo post da capo.

    1. Sì, infatti nella seconda parte cercherò di parlare anche di tecnologie, possibilità di farsi il proprio horror a basso costo con una 5d, etc. etc.
      Il sorpasso tecnologico sì, c’era già da molto prima. Basta guardare Jaws e L’ultimo squalo per rendersene conto. Ma degli Stati Uniti non ne parlo, o meglio, ne parlo il meno possibile, perché sono a un livello tale che noi ce lo sogniamo.
      E’ anche vero però che spesso noi proprio con gli stati uniti coproducevamo cose molto interessanti. pensa a de laurentiis, tanto per fare un nome.
      E’ che ci siamo proprio fermati e fossilizzati, da un lato, mentre dall’altro hanno fatto di tutto per affossarci.
      E i risultati si vedono.
      Quanti soldi in meno abbiamo noi, rispetto ai produttori di Rec?

      1. Molti meno, l’idea sarebbe stata arrivare a quei budget iniziando a premiare chi, ho preso Road to L. come esempio perché ha già sette anni, aveva iniziato a espandere un po’ le prospettive. Un sogno.
        Adesso non c’è un treno, ma una navetta: l’autofinanziamento dei progetti, tipo l’australiano The Tunnel – carino.
        Ah, no. La diffusione di internet in Italia. Fail.

  5. <>
    Ecco, hai espresso in due righe il vero senso del b-movie passato. E in questa spirale malata ci sta cadendo anche hollywood. E per fortuna che esistono ancora gli Inglesi, gli Spagnoli e i Francesi (maledetti…), altrimenti qui staremmo ancora a guardare Bay e Argento… (Non faccio altri nomi o potrei trovarmi una bomba davanti casa ;))

    1. La frase che volevo citare era: “Perché parlano una lingua antica, superata, che non ha più senso di esistere in quanto tale, ma solo come patina nostalgica appiccicata a un film dall’impianto moderno.”…

    2. Ma sai, a Hollywood però, per quanto la qualità sia bassa, almeno hanno capito come farci i soldi sopra e tengono viva l’industria, così poi un pugno di registi indipendenti può proporre qualcosa di nuovo e c’è spazio per tutti.
      Qui da noi, la morte 😀
      E fallo, fallo quel nome, ti prometto che non ti metterò nessuna bomba. Al massimo vengo io, di persona 😉 😀

      1. Certo, hai ragione. Solo che il dislivello economico è stratosferico. Si passa dai millemila miliardi di dollari per quella tro_bata di trasformere a una mancia da cameriere per quello spettacolo di Absentia (l’hai visto?).
        Qui da noi è polvere bagnata ormai. Eppure, quando qualcuno (Manetti e Zampaglione, per intenderci) prova a mettere in campo un minimo (e ripeto: il MINIMO DEL MINIMO) di idee, viene bastonato anche da noi che magari potremmo essere gli stimolatori di un cinema di genere che ormai è morto e sepolto.

        ps: Non farò mai più nomi di registi che trovo… “tra-passati”. Non ci penzo proppppio. 😉

        1. Non solo Manetti e Zampaglione, ma anche Alemà, che secondo me ha realizzato uno dei film migliori sul genere Deliverance degli ultimi anni.
          Sì, Absentia l’ho visto…che gioiello! Cavolo, lo devo recensire, ora che ci penso! 😉

          1. Il film di Alemà ce l’ho in visione una di queste sere, e se è vero quello che si leggiucchia in giro credo che ci sarà da divertirsi. Ci siamo dimenticati anche dell’ottimo (ma sfigatissimo) Ivan Zuccon!

  6. mandarino · · Rispondi

    Io ti metterei a pronunciare il discorso di Capodanno a reti unficate.
    Ti adoro.

    1. ahahahahahahahhah
      è la cosa più bella che qualcuno mi abbia mai scritto

  7. Non ho parole,questo è il miglior post di critica cinematografica che abbia mai letto.Non sul tuo post in generale eh!.
    Condivido sopratutto la fine tristissima del cinema Realista come lo intendo io e facevamo noi,all’estero hanno i Dardenne noi ..chi?
    Bravissima comunque.

    1. Noi abbiamo Fausto Brizzi…
      E comunque, se tu mi dici così, io mi monto mostruosamente la testa

      1. Ricordo un tragico ritorno in pullman da roma,dopo un congresso nazionale del mio ex partito,a un certo punto:brillante idea mettiamo su un dvd.Ora visto che questi la menano dalla mattina alla sera che non sono stalinisti burocrati,ma veri rivoluzionari mi aspettavo di vedere un Volontè o qualcosa del genere
        Notte prima degli esami.Sai quando vuoi entrare nella pellicola e ammazzarli tutti,ma proprio tutti..ecco!

        Montati la testa dove puoi farlo,perchè questi ultimi due post sono davvero ottimi e infatti li sto spedendo a destra e manca.Poi i punti in cui ti lovvo con riserve le sai,ma io ho tempo e quindi son speranzoso di farti cambiare idea ^_^ scherzo!

  8. Giuseppe · · Rispondi

    Perfetta fotografia della situazione attuale, usi la parola come bisturi che (sacrosantamente) va a incidere un bubbone…eh, ma non vorremo mica fare a meno del minimalismo del nuovissimo cinema italiano (minimalista lo intendo nel senso che non ha la minima possibilità di contare qualcosa a livello internazionale) che tanto ci chiuderà sempre di più nei nostri angusti confini, no? 😦

    1. D’accorso su tutto tranne che la chiusa di un’epoca cosi’ bella e irripetibile con un film- secondo me- molto brutto e gia’ parecchio “televisivo”, nel senso di Mediaset che lo produsse, del termine, mi riferisco a “Dellamore Dellamorte”. Molto piu’ rappresentativi in tal senso “Indio”(’90), “Indio 2-La Rivolta”(’92) di Dawson/Margheriti, e “Cacciatori di navi”(’92) di Folco Quilici.

      1. Intendendo come ultimi esempi del filone una volta glorioso del nostro cinema b-bis d”‘imitazione” del genere avventuroso-“vietnam movie” portato avanti quasi sempre cosi’ bene proprio da Margheriti. Come ultimissimo degno esempio per il western si dovrebbe citare ” Jonathan degli orsi” di Castellari che e’ proprio del 1994. Mentre per quanto riguarda piu’ da vicino il posf, in merito all’horror l’ultimo esempio buono e professionale e’ stato una produzione di Argento e diretta da Soavi, “La Chiesa” nel 1989. Ma gia’ dal successivo brutto, sgangherato e noiosissimo “La Setta” sempre del medesimo duo, si intravedeva la morte, una involuzione definitiva di questo tipo di cinema, e i cialtroneschi, puerili film successivi dello stesso Argento.

        1. Dellamore dellamorte però ha anche momenti suggestivi come il finale metaforico,un grande Everet,scene a loro modo memorabili come la resurrezione del motociclista,lo sparo attraverso il velo,insomma non lo vedo proprio bruttissimo.Sicuramente recitato male da molti,ma ha una sua atmosfera coinvolgente.Devo dire che a 18 anni mi pareva bellissimo in modo assurdo,oggi che sogno meno mi pare un testamento malinconico e con un suo sgangherato fascino.
          Indio era divertente..Certo.Buon anima di Margheriti,Tornado per me è un gran bel film,pur con gli evidentissimi limiti della serie b.
          Non male anche Cobra Mission di Ludman,cioè film orribile,reazionario,ma con un finale pessimista e crudele davvero clamoroso.
          Western?Ma come scordiamo Il mio West con Pieraccioni,Bowie,Keitel? ^_^

      2. Sì, Indio me lo ricordo bene, soprattutto il primo. Ho cercato di restare strettamente in ambito horrorifico e di non muovermi molto da lì, altrimenti il discorso diventava sterminato. NOn credo che il film di Soavi sia brutto. Anzi, l’ho sempre considerato un prodotto riuscitissimo, un quasi capolavoro, ma si sa che io te su molte cose ci scorniamo.
        Vero che non era male La Chiesa… Quando capita lo rivedo sempre con estremo piacere

        1. Sono accordo con te sul film di Alema’, e’ l’unico che abbia visto al livello di analoghe produzioni survivaliste britanniche, francesi, ecc. Bellissima colonna sonora di quella ragazza austriaca polistrumentista, “Soap and Skin”, e bravi per una volta gli interpreti sara’ perche’ tutti inglesi.
          Dei Manetti e di Zampaglione sai come la penso, sono gia’ “pluridiffidato” nei loro confronti. Ah, d’accordo ovviamente sulla Morante (pero’ pure il film di Avati “Il Nascondiglio”, e’ brutto, l’ultimo suo bello nel genere e’ “L’Arcano incantatore”[’96], per merito di Carlo Cecchi, perche’ senno’ Dionisi lo rovinava), insopportabile e sempre agitata piena di tic come se provenisse appena da un incidente stradale. Se c’e’ lei in un film, di solito
          evito. Feci un’eccezione per il bello e dimenticatissimo unico film diretto da John Malkovich: “Danza di sangue”(’02) con Javier Bardem.

    2. A livello internazionale ormai sanno a stento che esistiamo, Giuseppe…
      E ovviamente ci ricordano, sia in ambito di genere che in ambito mainstream, per un cinema che ha cessato di esistere e dal quale non riusciamo comunque a staccarci.
      E’ un circolo vizioso da cui non si esce, purtroppo 😦

  9. Elio Petri a metà anni 60 diresse La decima Vittima tratto da Heinlein,c’era quindi l’interesse e la ricerca anche da parte di chi faceva altro nel usare un genere.I film western sulla rivoluzione messicana,i poliziotteschi violenti e crudeli,tutti parlavano di cose anche serie usando un genere.Noi non abbiamo visto questo come un elemento su cui ricominciare-prendi ad esempio Acab che frulla un discorso di genere ,un immaginario da b movie e tensioni -dinamiche attuali.Per questo è un bellissimo film-come scrivi tu e mi pare Roberto,il revisionismo è stato un altro passo verso il giustificazionismo,il vittimismo,l’immobilismo,spruzzato da nostalgismo militante.Attendo la seconda parte,in fin dei conti questo blog è un ottimo punto di riferimento e se tolti due casi- nolan e von trier-per il resto concordo quasi sempre.Spero che troverai presto un’occupazione
    ciao

    htto://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com

    1. Appunto, ogni occasione è buona per fare le vittime e autocompiacerci di quanto eravamo fighi un tempo.
      Ma ora che quel tempo è tramontato, perché non proviamo a rinnovarci?
      P.S:
      La decima vittima non è di Heinlein, è di Sheckley!!!

    2. Appunto, ogni occasione è buona per fare le vittime e autocompiacerci di quanto eravamo fighi un tempo.
      Ma ora che quel tempo è tramontato, perché non proviamo a rinnovarci?
      P.S:
      La decima vittima non è di Heinlein, è di Sheckley!!!

      1. maddo..quando esco dal mio campo sparo minchiate…Si,vero Sheckley!Perchè il mio inconscio mi ha fatto scrivere Heinlein?
        Il nostro ramo dove siamo specializzati è il nostalgismo da operetta.Non guariremo mai.

  10. Come sai, io mi dispero perché abbiamo fatto avvilire Pupi Avati, che ora si limita a mezze commedie (che mi piacciono più di altre per carità) e poco altro. Che tristezza…

    1. concordo,per quanto Avati sia sempre avanti rispetto a qualsiasi regista italico odierno,aveva un potenziale clamoroso nel genere horror e thriller.Bellissime anche le sue grottesche opere degli anni giovanili

    2. Pupi Avati però nel 2007, mi pare, se ne uscì con un horror davvero interessante: il nascondiglio, te lo ricordi?

      1. si,me lo ricordo perchè non perdo un suo film.Pensa persino la Morante,ultimamente fastidiosa,lì mi è piaciuta! ^_^

        http://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com

      2. Sì, interessante e ben riuscito, tranne la Morante che sussurra per dare enfasi alla sua recitazione, ma risulta solo snervante 😦

        1. Oddio, la Morante!!! 😦
          Un’attrice che ti fa venire l’orticaria solo a guardarla. E il brutto è che poi comincia a parlare!!! :O

          1. Bisbigliare 😀

  11. Alberto Lingua · · Rispondi

    Discorso molto interessante e condivisibile…

  12. Quello dell’identificazione a tutti i costi credo sia un problema dello spettatore dotato di scarsa o nessuna immaginazione, o almeno è quello che mi porta a credere il successo di certa roba rispetto ad altra.

    «Oggi si chiede sì il realismo, si chiede la verosimiglianza. Basta che siano edulcorati. Basta che contengano il famoso messaggio positivo, che permetta allo spettatore di non specchiarsi completamente nei suoi difetti e nelle sue brutture, ma di identificarsi e sentirsi migliore di quello che è».

    Be’, ma sai che – con orrore – ti devo dire che questa è la “filosofia” o tecnica narrativa che sta dietro agli Harmony, Harlequin e compagnia bella? Un po’ si capiva dal trend delle Fictions RAI, ma se queste sono le aspettative e gusti del grande pubblico… ehm. Anche no, grazie.

    1. Sì, ma quanto sono cambiati gli spettatori da una quindicina di anni fa a oggi? No, perché c’è stata una specie di regressione a livello scimmie urlatrici. E dato che io ho sempre la convinzione che al pubblico non piaccia veramente quello che gli propinano, e lo guardi soltanto perché non c’è altro, presto saremo completamente spazzati via. Sta già accadendo, con le fiction italiane seppellite da quelle che arrivano da USA e UK. O forse è già successo…

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